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19 novembre 2007

Speciale Corteo Genova G8 17-11-2007

SPECIALE
CORTEO GENOVA G8
17-11-2007










 
























































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È la nostra città. Tutti in piazza
Operai, abitanti del centro storico, immigrati, bambini I genovesi in corteo contro gli allarmismi della vigilia. Un convegno sul processo ai manifestanti del G8
Alessandra Fava
Genova

Alla Stazione Principe un ferroviere guarda sfiduciato il tabellone. Sia in arrivo che in partenza si segnalano ritardi anche di un'ora e mezzo. La linea è tutta intasata per questioni di ordine pubblico», sospira. Sono le tre e il treno da Venezia non è ancora arrivato, quello da Milano neppure tantomeno quello da Roma via Pisa. Nella creuza sopra la Commenda di via Prè un egiziano sta legando il suo carretto pieno di vestiti, «Non ho paura della gente. Anche noi siamo gente», commenta.
Giù in via Gramsci c'è già una fiumana. Venezia sbarca con tutto il Nord-Est cantando «Carlo è vivo e lotta insieme a noi», si caccia in via Prè dove c'è anche Don Andrea Gallo che con un gruppetto della Comunità di san Benedetto raggiunge la testa del corteo per piazzarsi dietro lo striscione «La storia siamo noi». Saranno i centri sociali da qui in giù a fare più di mezzo corteo. Passa un tizio con cane, Stefano Cambiaso, eskimo con pelliccia, occhiali da sole: «L'ho preso dal canile. Sono qui perché sono antifascista». Negozi aperti pochi, ma a Genova dalle 12,30 alle 16 si chiude sempre, con qualche eccezione: «Non penso che venderò niente - dice Daniele Maloni, via Gramsci - ma un segnale volevo darlo. Penso che tutti possono manifestare quello che pensano». Rino, negozio d'abbigliamento da tre anni, si fa riprendere e fotografare da telecamere e fotografi, come i cinesi accanto con serranda a metà: «Ci sentiamo tranquille - dicono due donne - teniamo un po' chiuso perché abbiamo due bambini dentro il negozio, ma appena passa il corteo si riapre».
Don Gallo intanto sale dal palco e grida tra gli applausi «Dimostriamo cos'è la democrazia. Non lasciatevi provocare dai figli di puttane». Alle 16 «Genova libera» viene gridata decine di volte e poi rimbomba nel sottopasso di Caricamento. Era l'urlo di centinaia di persone davanti alla Diaz la notte del blitz e delle barelle, prima che se ne andassero polizia e carabinieri. Alla finestra in via Gramsci c'è affacciata la negoziante che vende ricordi e souvenir (intervistata ieri), batte le mani: «È mia figlia che mi ha fatto chiudere. Adesso scendo e riapro». Genova è in piazza. Passeggini, bambini per mano, famiglie intere, professionisti e aristocrazia del centro storico, operai, immigrati, senegalesi, bengalesi, il Nord Africa che qui sta di casa. La soddisfazione di vedere il corteo da vicino se la vogliono togliere tutti e perciò s'ammassano sugli spalti del sottopasso di Caricamento. Oppure salgono su scale e scalette: «Alla fine la gente mi sembra molto meno spaventata di quel che si dice - commenta Roberta Focacci, dipendente pubblica, sotto Santa Maria di Castello - anzi mi pare che i negozianti stiano aspettando i manifestanti».
Luca Casarini parla di moltitudini e dietro Cobas, una buona fetta di Cgil, pochi politici. Gli immigrati compongono una buona fetta di corteo, come hanno deciso in un'assemblea giovedì scorso organizzata dalla Cub genovese con 150 tra ecuadoriani, peruviani, senegalesi e rumeni: «Ero qui nel 2001 e oggi anche - racconta Aboubakar Soumahoro, senegalese, del Comitato immigrati in Italia - siamo 700 mila immigrati impiegati in edilizia, agricoltura, migliaia di badanti senza permesso che non verranno regolarizzate neppure dalla bozza Amato-Ferrero. C'è bisogno di un percorso culturale». Purtroppo mancano all'appello una ventina di ambulanti senegalesi perché c'è stata una retata davanti all'Acquario giusto l'altro ieri. Salendo verso Carignano, Marina maestra cinquantenne fa riprese con un'amica. «Le paure le lascio ai bottegai - commenta - sei anni fa sono stati picchiati anziani, bambini, persino gente che con le manifestazioni non c'entrava niente ma era andata al mare in corso Italia».
Davanti alla basilica di Carignano passano anche i pacifisti della rete per la globalizzaizone dei diritti. Tutti i mercoledì sono a piazza De Ferrari contro le guerre presenti e future. «La gente c'è - commenta Norma Bertullacelli - mi sembra che invece manchino i parlamentari che hanno votato il finanziamento di 30 milioni di euro per il vertice alla Maddalena». A De Ferrari tra sound e piadine, tutto è filato liscio. «È la risposta più bella a chi ha seminato odio e paure - dice il presidente regionale Arci Walter Massa - Dopo sei anni il movimento si è ripreso la città come ci hanno impedito di fare nel 2001. I black blok stavolta sono stati Primocanale e il Secolo XIX».
L'agibilità delle piazze in futuro potrebbe non essere così tranquilla. La riflessione arriva dal convegno della mattina «Genova 2001-2007: un altro mondo è possibile». L'avvocato Laura Tartarini del Genoa Social Forum ha ricordato come l'articolo 419 - devastazione e saccheggio - si configuri come reato indeterminato e per di più preveda il concorso di persone che condividono lo stesso spazio col corollario delle ultime disposizioni sulla sicurezza degli stadi.
Giuliano Pisapia, presidente della commissione del ministero della giustiza per la riforma del codice penale, ha dato una lettura lucida del 2001 quando «Le forze pacifiste furono spaccate al G8 tra la tragica deriva del territorismo o la desistenza dal creare un nuovo mondo possibile». Perciò in tempi in cui «Le norme sulla violenza negli stadi potrebbero essere applicate anche davanti a strutture pubbliche, posti di lavoro o scuole e contro chiunque si opporrà a leggi inique o comportamenti non leciti delle forze dell'ordine» c'è poco da stare tranquilli. L'unica è cominciare con un secco no «a chi invoca leggi speciali perché senza difesa delle libertà e dei diritti si arriva all'autoritarismo e all'annullamento di spazi democratici». Come quello di ieri.


Palazzo
La Cosa Rossa ci punta: «Subito la Commissione»
Ci. Gu.
Roma

Dei leader della costituenda Cosa Rossa l'unico a essere presente era lui, Franco Giordano, segretario del Prc, che ancora ricordiamo nel «grande strappo» al corteo di Vicenza con la sciarpa arcobaleno. Quella vicenda non ebbe buon seguito. Ma questa volta, sei anni dopo Genova, con l'inciampo sulla commissione d'inchiesta parlamentare e il rischio di vedere appioppare 225 anni a un pugno di manifestanti nel bagaglio, il segretario del Prc prende impegni. Prima di tutto sulla commissione. Sarà anche vero che una parte dei manifestanti se ne frega di un'inchiesta parlamentare, ma se la maggioranza di centrosinistra la porta a casa non si vede quale sia il problema. Giordano, ci punta: «Farebbe bene per produrre finalmente la verità, per dare giustizia a Carlo Giuliani e contemporaneamente farebbe bene per le Forze dell'ordine: punendo i colpevoli, si può finalmente ricostruire un'immagine serena e forte della polizia», dice. Quanto all'ira funesta dei pubblici ministeri genovesi su 25 manifestanti osserva: «E' totalmente inaccettabile che alla fine a pagare siano solo coloro che sono stati protagonisti del movimento e non chi ha alimentato gli scontri», pur precisando di non aver nulla in contrario - e ci mancherebbe - a che siano colpite le «responsabilità individuali». Stesse parole dai parlamentari dei Verdi, del Prc e del Pdci, orfani dei segretari di partito (Mussi impegnato molto presto in una cena privata, Pecoraro Scanio a Tunisi per impegni istituzionali). Manuela Palermi - senatrice dei Comunisti italiani - anche lei al corteo ribadisce l'importanza di avere una Commissione «per fugare alcune linee d'ombra» e sottolinea di esserci «rimasta male» per il comportamento di «Italia dei Valori e Udeur che si sono schierati con la destra». Sulla stessa linea anche i parlamentari Verdi, come il capogruppo alla Commissione giustizia, Paola Balducci.
Quella ferita sembra essere ormai rimarginata. Anche se l'Italia dei Valori, per bocca dei capigruppo Nello Formisano e Massimo Donadi, insiste a elencare le proprie priorità. Non solo chiedono «una commissione a 360 gradi, che indaghi su manifestanti e polizia», ma vogliono che la commissione «non abbia i poteri giudiziari, poiché sono già in corso i processi».
Intanto, mentre la manifestazione sfila pacifica e numerosa, è proprio il fantasma di una possibile commissione in parlamento a tenere banco nelle reazioni della destra. «A Genova è andata in scena una vergognosa sfilata contro le forze dell'ordine, voluta dalla sinistra estrema. Non riuscendo a farsi approvare la commissione d'inchiesta in parlamento agitano la piazza per istituire un tribunale giacobino che vuole mettere ingiustamente alla sbarra polizia e carabinieri. Una commissione che fornirebbe una verità precostituita», salta su la deputata di Forza Italia Isabella Bertolini. Mentre due ex ministri, Roberto Castelli della Lega e Claudio Scajola, Fi, ricordano Genova a modo loro. Il primo, ex Guardasigilli, ripete di «essere stato nel carcere di Marassi e a Bolzaneto» (ma prima delle violenze contro i manifestanti, of course) e di aver «visto la devastazione nelle strade». Ma, si rammarica, «in questo paese nessuno vuole la verità, solo la versione della sinistra politically correct». Mentre per il secondo, allora ministro dell'Interno, addirittura «non bisogna riscrivere la storia». Poiché «qualche comportamento scorretto e individuale da parte della polizia c'è stato ed è stato perseguito». Ma «tutti sanno che sono stati gli estremisti e i no-global a mettere a ferro e fuoco Genova e che la polizia ha cercato di difendere la cittadinanza e il summit».


Scuole in corteo con dedica a Genova
Migliaia di studenti medi e universitari ieri sono scesi in piazza in occasione della giornata internazionale per l'accesso ai saperi indetta l'altranno dal Social forum di Nairobi . Dopo la manifestazione in tanti hanno preso il treno per la Liguria
Cinzia Gubbini
Roma

Cortei in 80 città, praticamente tutti con «dedica» alla manifestazione di Genova. Sullo striscione di apertura dell' Unione degli studenti a Roma c'è scritto: «Liberi di esprimersi nelle scuole, nelle università...e a piazza Alimonda». Un modo come un altro per ribadire che non c'è alcuna contrapposizione, ma che per alcune organizzazioni studentesche il 17 novembre è un «must»: giornata internazionale per l'accesso ai saperi, indetta dal Social forum mondiale di Nairobi. Come dire, bisogna esserci. Centomila, dicono gli organizzatori, quelli scesi in piazza in ottanta città. Sfidando «pioggia e neve», come tengono a sottolineare. Visto che ieri mattina a Napoli c'era un diluvio universale e in città come Campobasso e Faenza anche la neve. «Alla faccia di chi dice che questa è una generazione senza identità: gli studenti sono tutti a Genova, tre quarti delle mobilitazioni nazionali sono animate da giovani come noi», sottolinea Roberto Iovino, vent'anni e idee chiare.
A partire dalla scritta scelta da lui e i suoi compagni per il camion del sound system: «Da Nairobi alle periferie di Roma il sapere cambia il mondo». Non è facile uscire dalla retorica sulla sicurezza, sulla legalità, soprattutto a vent'anni. Gli studenti dell'Uds e dei collettivi ci riescono: «Per noi non ha alcun senso e soprattutto alcuna risposta. Siamo convinti che la sicurezza si crei con il reddito sociale, con la capacità di incidere profondamente sui processi, ad esempio fornendo servizi e sostegno a chi si forma, anche per gli studenti immigrati». Sarà che loro nelle periferie ci stanno. E sanno quanto la retorica e le false verità possono funzionare. Come «l'importanza sempre più grande che viene data alle organizzazioni di destra, foraggiate da Fiamma Tricolore o da Forza nuova», dice Roberto Iovino. Le elezioni studentesche stanno per concludersi, e come da qualche anno ormai le organizzazioni di sinistra tornano a denunciare la presenza di liste «che si dichiarano apertamente fasciste». Una presenza sotterranea, che non ha in realtà una consistenza numerica molto forte, ma che semina una cultura pericolosa. Si moltiplicano le aggressioni contro ragazzini e ragazzine omosessuali. Le campagne di intolleranza contro i ragazzi stranieri. Di fronte a questo l'istituzione scuola è afona. La paura di essere di parte. «Quando la scuola dovrebbe dire con forza che i fascisti sono fuori dalla storia», dice Iovino.
Ma ieri era anche un'occasione per ribadire la contrarietà ad alcuni interventi del ministro Giuseppe Fioroni che, dicono gli studenti «si limita ad amministrare ma non fa nulla per cambiare rotta». Tranne che per parlare di bullismo o di professori fannulloni e promettere la reintroduzione degli esami a settembre, che per gli studenti «non è la soluzione». Chiedono invece una legge quadro nazionale sul diritto allo studio, la riforma degli organi collegiali. Ma il problema sono anche i soldi. Quelli che non arrivano dallo Stato, ma anche quelli che vengono chiesti agli studenti. Vedi il caso delle Accademie: «Hanno cambiato le fasce di reddito, e all'improvviso io pago 1.200 euro all'anno. Abbiamo fatto ricorso, abbiamo vinto, ma le cose non cambiano», racconta Laura. Disorganizzazione, incapacità di intervento. Ma intanto anche questo impedisce un accesso libero e democratico ai saperi.
Questo tipo di istanze non erano estranee al movimento di Genova che si ritrovò sei anni fa nel capoluogo ligure per protestare contro il G8. Tra gli studenti scesi in piazza ieri, alcuni erano a Genova nel 2001. Come Dionigi, che ormai è uno studente universitario. «Per me è stato un trauma, tanto che non mi piace neanche parlarne». Ma ormai nelle scuole c'è anche una generazione che quasi non si ricorda di Genova, o che comunque non sente di dover dire qualcosa su quello che è accaduto. Più di uno studente rimane imbarazzato quando gli si chiede: «Ma tu se non fossi stato qui saresti andato a Genova, oggi?». «In fondo, avevano otto anni quando hanno ammazzato Giuliani», riflette Valentina, più grande di qualche anno. Che mestiere complicato trasmettere la memoria.

Generazione Genova
Al grido di «Genova libera», centomila persone d'ogni età e provenienza hanno attraversato il tunnel della paura del luglio 2001. In fondo i partiti, davanti tutti i movimenti. Chiedono «verità e giustizia» per i fatti di sei anni fa
Loris Campetti
Genova

«Genova libera», un grido rimbomba sotto il tunnel che costeggia il porto e sbuca su via Turati. E' una marea umana quella che grida, come per liberarsi da un incubo lungo più di 6 anni. Ragazzi, tanti ragazzi e ragazze sorridenti. Tra loro c'è chi in quel luglio maledetto aveva solo 10 anni, ma c'è anche chi aveva già i capelli brizzolati e ora grida a fatica, per via di quel maledetto groppo alla gola che impedisce a più d'uno di imboccare la via del tunnel. E la mente ritorna al G8, alla macelleria messicana, quando sotto un altro tunnel si piangeva e si cantava tutti insieme «Bella ciao» per farsi coraggio l'un con l'altro mentre da tutte le parti piovevano lacrimogeni, manganellate, odio telecomandato dalla politica e tradotto in ordine pubblico da poliziotti, carabinieri, finanzieri, secondini, e non tutti in divisa. Riprendersi Genova, riprendersi i tunnel, liberarsi da un incubo denso di paura. Per Marco Revelli con cui attraversiamo la città dietro lo striscione «La storia siamo noi» ci si chiede quale sia il contenuto di questa straordinaria manifestazione: «La mescolanza, guarda i giovani e i meno giovani. E nessuna bandiera di partito in tutta la testa del corteo. La mescolanza è il contenuto principale: ci siamo, siamo sopravvissuti a un governo e mezzo». E si cerca di ricostruire l'unità del 2001.
Passa un ragazzo che batte ritmicamente sul tamburo, ma ha il volto scoperto, non è vestito di nero e sorride. Le finestre dei palazzi davanti alla stazione marittima sono aperte, affacciati neri e migranti che forse hanno trovato una casa accogliente, salutano e ballano al ritmo sparato dal camion della Comunità di San Benedetto al porto, quand'ecco che ad impossessarsi del microfono arriva don Andrea Gallo, il padre di questa manifestazione e di questa gente che con lui chiede giustizia e verità. Per Carlo ammazzato in piazza Alimonda, per sapere chi ha armato la pistola di chi l'ha ucciso, per liberare dall'incubo 25 capri espiatori accusati di colpe che vanno cercate altrove, tra i «pezzi grossi» che oggi siedono su poltrone ancora più importanti come premio per aver garantito la sospensione dello stato di diritto, della democrazia, nel 2001. Per parlare con chi sapeva e ha taciuto, perché come dice don Gallo «anche se non ve ne siete accorti siete lo stesso coinvolti». Dice uno striscione «Contro la devastazione dei diritti e il saccheggio delle vite». Carlo è nel cuore di questi centomila marciatori: «Non spegni il sole se gli spari addosso», Genova non dimentica e c'è un'Italia che non dimentica. Dalla Valsusa sono scesi in tanti con i pullman e con ogni mezzo, dicono con convinzione «Non abbiamo governi amici» e un altro striscione precisa «...né amici al governo». «La Valsusa ricorda e non perdona», chi regge lo striscione vuole aggiungere che «lassù abbiamo fatto un salto qualitativo, ora stiamo discutendo di decrescita». Ha una certa età e ricorda: «Tanti militari così in valle non si erano visti neanche durante i rastrellamenti tedeschi contro i partigiani». Anche don Gallo ricorda i partigiani, quelli della liberazione di Genova nel '45 e quelli con le magliette a strisce nel '60, per dire che anche questa volta Genova è stata liberata. Dalla paura. Dalla solitudine. Per essere davvero contenti mancano solo due cose: «Verità e giustizia», spiega il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini per il quale questa richiesta è il contenuto principale «della manifestazione, piena di giovani. Verità perché Genova 2001 non sia l'ennesima pagina oscura della storia del nostro paese». Qualche verità è emersa: per esempio che la politica italiana rifiuta una commissione parlamentare sui fatti di Genova. Persino chi non ne vede l'utilità, nel movimento, ha vissuto quest'atto violento e osceno come un altro schiaffo.
L'unità ritrovata. Tra generazioni, culture e storie diverse. Quelli del luglio di 6 anni fa sono tornati, manca solo Carlo. Al termine del corteo e del concerto in piazza De Ferrari c'è chi torna in piazza Alimonda - piazza Carlo Giuliani, ragazzo - per un saluto. Prima avevano sfilato uomini e donne senza partito e senza sindacato, ma anche dirigenti e militanti del Prc, del Pdci, dei Verdi, di Sd, di Sinistra critica, dei ferrandiani e gli anarchici della Fai. La Fiom, come 6 anni fa e come sempre, i centri sociali in forze, i migranti e i vicentini No dal Molin, il Sindacato dei lavoratori e i Cobas, Cub e Rdb. Dietro l'immancabile bandiera dei 4 Mori c'è chi già prepara l'accoglienza alla Maddalena ai padroni del mondo. «I saccheggiatori non siamo noi, sono quelli che occupano l'Afghanistan e l'Iraq e ammazzano le popolazioni civili», si sente gridare tra un Assalto frontale e l'altro dal camion di testa tappezzato di manifesti: «United colors of resistence». C'è l'Arci e Legambiente e c'è Emergency e Rete Lilliput con tanto di messaggio di Alex Zanotelli. C'è don Vitaliano e c'è persino una piccola rappresentanza del Carc. Decisamente più nutrito lo spezzone dell'Area antagonista («Chi devasta è lo Stato»). Ci sono gli ultras genoani. Nessuno cerca la rissa, tutti chiedono verità e giustizia, con parole diverse ma tutti, qui, si trovano bene con tutti. Chi con l'arma del pacifismo, chi «ma quale pacifismo, ma quale non violenza, ora e sempre resistenza».
C'è Genova, dentro e fuori il corteo. C'è tanta Italia arrivata nonostante il boicottaggio di Trenitalia che inutilmente ha acceso la fiammella per far scoppiare l'incendio che non c'è stato. Nonostante abbia impedito con ogni mezzo la libera circolazione delle persone. Solo le merci possono circolare libere, il liberismo ordina, Trenitalia esegue. Il corteo sfila disordinato, senza gerarchie, i partiti un po' defilati sono al fondo, dopo l'Altragricoltura e il Commercio equo e solidale e le Donne in nero di Savona e le «Mamme antifasciste del Leoncavallo». La rete del movimento dei movimenti si può tessere ancora, gli errori del passato possono insegnare a ritrovare la strada. Per andare dove? Verso un altro mondo possile, è chiaro. Lo dice lo striscione dell'Angelo Mai occupato di Roma: «Dove non si va andremo». C'è la Cgil? Ci sono la Fiom, Lavoro e società, Rete 28 Aprile. La Cgil in quanto tale non si vede ma tra tanta gente, può esserci sfuggita. Delegati ci sono, e tanti, e operai e precari, chi con e chi senza la tessera Cgil. L'organizzazione di Epifani era invece ufficialmente al convegno del mattino, ma dopo un lungo tira e molla e tanti inviti ha scelto di non prendere la parola. Chissà che non succeda come nel 2001, quando ci vollero un po' di mesi prima che la Cgil riprendesse la parola, e la collocazione sia pur momentanea nel movimento che ha tenuto accesa la fiammella della democrazia in anni ancora più bui di quelli odierni, dove pure non è che ci si veda tanto.
Questo corteo, dopo quello del 20 ottobre a Roma, è un nuovo messaggio a chi vuol coglierlo: il paese è sconfitto, persino umiliato, privo di rappresentanza ma non si è piegato. Esiste una società in movimento che mette in testa i contenuti e i valori sugli organigrammi e i governi. Ma non è questo, non dovrebbe essere questo, la politica? Dovrebbe, persino per chi è al governo e per chi vuole rappresentare milioni di lavoratori, di pensionati, di precari. C'è ancora un po' di tempo, ma la pazienza ha un limite. Le strade del sociale e della politica sono diverse, è giusto che sia così. Ma non è scritto che debbano divaricarsi. Roma, Genova, la Val di Susa, Vicenza che è il prossimo appuntamento per tutti. E poi un altro indesiderato G8. Il G8 è indesiderato come la guerra, che è poi la stessa cosa. Ieri si è fatto un piccolo passo avanti, attraversando il tunnel si è vista la strada per uscirne. Heidi e Giuliano Giuliano non sono meno tristi, ma almeno sono meno soli.

Ieri e oggi
Ti ricordi sei anni fa... Siamo tornati
Andrea Rocco
Genova

Genova è bella più del solito, oggi. Sembra copiare le scene e le luci dell'ultimo film di Silvio Soldini, Giorni e Nuvole, con un cielo invernale lavato dalla tramontana, la luce del sole al tramonto sui tetti e le case. Un bel giorno limpido, con pochissime nuvole.
Sono in tanti, i ragazzi delle comunità di recupero. Di San Benedetto, e di altre. Incontro Paolo, Carlo, Massimiliano, Greta. Sono venuti al corteo, non è stato facile, per molti i giorni sono in bilico. Qualcuno c'era, alle manifestazioni di luglio di sei anni fa, qualcuno aveva guai più seri degli altri. Era stato sbattuto via dalla vita. Oggi sono qui e contenti. Greta è incinta e radiosa, cammina nello spezzone improbabile degli «agricoltori», ti dice quanto è bello essere in tanti, di nuovo.
Avere accettato le limitazioni per motivi di sicurezza imposte al percorso del corteo ha i suoi vantaggi. Si fa quasi tutta la circonvallazione a mare nell'ora più bella, prima che il vento freddo ti entri nelle ossa. Si vendica, soprattutto, dei divieti di allora, della geografia delle grate e delle barriere. Si parte dalla Stazione Marittima, stazione di attracco delle navi targate G8 delle delegazioni ufficiali dei potenti della terra, Via Gramsci e il Porto Antico erano il teatro dell'ipocrisia mediatica e dei rinfreschi dell'ufficio stampa alla faccia di morti, feriti e pestati. Via Corsica era il corteo dei migranti, colorato e allegrissimo. In fondo a Via Fieschi, verso il centro e Piazza Dante dove è stata rotta, unico posto, la grata e invasa, anche se per poco la zona rossa. Oggi il corteo ci arriva compatto, grandissimo, veloce, prima di svoltare verso Piazza De Ferrari, orfana dei limoni finti di Berlusconi.
Il percorso è un serpente che parte a ovest del centro arriva fino quasi alla Fiera e ripiega verso il Centro. Un percorso lungo e bizzarro, che a chi conosce la città, consente scorciatoie, rientri, deviazioni. Mentre lasci il corteo e ci ritorni trovi tanti «over 50» che barano come te e fanno qualche chilometro in meno.
Ignazio è attore affermato e bravo, genovese-romano e genoano. Sei anni fa, serio e silenzioso, con tanti altri donne e uomini di cinema, era a Genova a riprendere, correre da una parte all'altra della città, a raccontare e partecipare. Era stato uno dei protagonisti di quella ubriacatura di immagini, carattere non irrilevante del nuovo movimento (ieri telecamerine, oggi, ovunque, foto-telefonini). È tornato a Genova, Ignazio. Sorridente e un po' meno «ragazzo», in questi anni ha raccontato il calcio dei sogni dei ragazzi africani, ha fatto film e diretto cortometraggi, ed è diventato papà. «Ha un anno e mezzo, non l'ho ancora portato», sarà per la prossima volta. Vedi i genovesi in corteo, sono tanti e sono molti quelli che dopo il G8 in piazza non li vedevi più. Oggi ce li trovi di nuovo. Ci trovi anche tanti, un po' più avanti negli anni, quelli che la sera a cena ti dicono peste e corna della sinistra radicale e che per carità quel Caruso... La ferita non è chiusa per nessuno che c'era in quei giorni, oggi, ti dicono tant , proprio non si può proprio stare a casa.



Sui manifestanti l'incubo della richiesta del pm: 225 anni per «i 25 potenziali capri espiatori»
Simone Pieranni
Genova

Belin, servirà tutta questa gente per gli imputati di Genova e Cosenza? E' una delle tante domande del corteo di ieri nel capoluogo ligure. Una manifestazione che, sopra ogni altra cosa, spera di poter dare un segnale: sotto processo ci sono 25 persone a Genova e 13 a Cosenza, potenziali capri espiatori del popolo che scese in piazza nel 2001. La Storia siamo noi, frase simbolo e di apertura della mobilitazione, va in una duplice direzione: da un lato quella di affermare una volontà a reagire alle clamorose richieste di condanna della procura genovese e a quelle che potrebbero arrivare da Cosenza a dicembre, dall'altro tentare di limitare la riscrittura storica degli eventi di sei anni fa che giunge dalle aule di tribunale.
I due procedimenti sono ormai alla fase finale. A Genova dopo centinaia di udienze, i pm hanno effettuato la loro requisitoria ancorata ad alcuni punti cardine: non ci fu alcuna caccia all'uomo da parte delle forze dell'ordine, i manifestanti hanno messo a repentaglio l'ordine pubblico, devastando e saccheggiando Genova. Risultato: 225 anni di richiesta di pena. L'articolo 419 (devastazione e saccheggio) prevede pene dagli 8 ai 15 anni: è un reato usato raramente nell'Italia repubblicana e pensato dai legislatori per situazioni di tumulti, insurrezioni popolari e quel genere di abusi che potevano compiersi nel periodo immediatamente successivo alla guerra. Fatti considerati gravissimi, tanto che, nel caso di devastazione e saccheggio compiuto con armi e contro lo Stato, nell'ordinamento italiano era prevista la pena di morte, poi tramutata in ergastolo. Prima del 2001 era stato utilizzato solo in relazione a eventi che avevano avuto come protagonisti frange di ultras. Dal 2001 è assurto a reato principe per tutto quanto può accadere in piazza: a Genova, a Torino, a Milano. Tale reato presuppone la mancanza dell'ordine pubblico e la compartecipazione morale ai fatti: non importa che una persona sia vista colpire o lanciare qualcosa. Importa che sia vicino a chi sta compiendo questo atto. Traslato sul processo ai 25 manifestanti, questo significa alcune cose ben precise: dalle informazioni acquisite durante le udienze e attraverso i testi ascoltati in aula è emersa una preparazione all'evento da parte delle forze dell'ordine e un loro comportamento per le strade genovesi, tale da ritenere che l'ordine pubblico sia stato messo in discussione proprio da polizia e carabinieri. In secondo luogo - come è stato sottolineato anche durante il convegno tenutosi ieri mattina a Genova - se vale il processo di compartecipazione psichica, sotto processo non dovrebbero esserci solo 25 persone, bensì tutti i 300 mila che parteciparono a quelle giornate.
Oltre al danno la beffa: l'avvocatura di stato ha infatti chiesto, come risarcimento, 2 milioni e mezzo di euro. Per lo Stato italiano 25 persone - e non le cariche e i pestaggi per strada, l'irruzione alla Diaz e le violenze nella caserma di Bolzaneto - avrebbero messo a repentaglio l'immagine del paese.
Una richiesta che collega in maniera forte il processo ai 25, con quello in corso a Cosenza. Nelle aule cosentine infatti è tornato l'avvocato di stato che già tempo fa fece le proprie richieste: 5 milioni di euro di danni all'immagine. In questo caso i responsabili sarebbero 13 persone sotto processo per associazione sovversiva ai fini del sovvertimento economico dello stato e della devastazione di Napoli e Genova: a dicembre il pm Fiordalisi effettuerà le proprie richieste di pena.
Il processo di Cosenza, considerato una sorta di processo bis dei 25, si basa interamente sul teorema della procura cosentina, unica in Italia a ritenere fondate le accuse messe in piedi da Digos e Ros nei confronti del Sud Ribelle. A Cosenza il 31 gennaio è prevista la sentenza. A Genova a quel tempo la decisione dei giudici si saprà già. La speranza è che la massa di persone giunte ieri a Genova possa, quanto meno, tenere alta l'attenzione e sviluppare percorsi alternativi di narrazione storica dei fatti. Quanto ai giudici e alla decisione che dovranno prendere, il popolo di Genova con i suoi striscioni e le sue parole, è parso parafrasare le parole di Fabrizio De Andrè, poeta genovese: uomini e donne di tribunale, se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare.













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permalink | inviato da siderurgikaTV il 19/11/2007 alle 11:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


 

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Comune di San Fele - "C'era Una Volta" Concerto/Presentazione del Laboratorio
* * * * * * * * * * COMUNE DI RUVO DEL MONTE * * * * * * * * * *
Comune di Ruvo del Monte - Conferimento Cittadinanza Onoraria Eva Hunter
Comune di Ruvo del Monte - Eventi 2010
Comune di Ruvo del Monte - Eventi 2010 (Vol.2)
Comune di Ginestra - No alle Estrazioni di Indrocarburi nel Vulture
* * * * * * * * * * COMUNE DI RIONERO IN VULTURE * * * * * * * * * *
Comune di Rionero - "Violenza per l'Essere Donna" - Lavori: Istituto d'Istruzione
67. Anniversario Eccidio Nazi-fascista - Manifestazione 4 Novembre 2010
Comune di Rionero - Conferenza Stampa C.S. Vultur - Conferenza Stampa Piano Urbanistico
Comune di Rionero - Padre Achille Fosco
Comune di Rionero - La Differenziata La Fai Tu
Comune di Rionero - Giornata della Memoria 2010
Comune di Rionero - Incontri con gli Autori: "Giuseppe Catenacci", "L'Ombra del Visir"
Comune di Rionero - Natale 2009
Comune di Rionero - "Voci di Famiglia" di Harold Pinter
Comune di Rionero - "Una Piazza Italiana"
Comune di Rionero - Visita del Presidente della Repubblica
Comune di Rionero - Incontri con gli Autori - Le Verità Nascoste
Comune di Rionero - Le Opportunità Offerte nell'ambito della Ricerca
Comune di Rionero - Progetto Archeologico: "Da Torre Degli Embrici al Vulture"
Comune di Rionero - Consigli Comunali
Comune di Rionero - 66. Anniversario Eccidio - 4 Novembre
A Rionero Piovono Libri 2010
Comune di Rionero - Don Luigi Ciotti
Comune di Rionero - A Rionero piovono libri 2011
* * * * * * * * * * PRO-LOCO FILIANO * * * * * * * * * *
Pro-Loco Filiano: Presentazione del Libro Lucani
Pro-Loco Filiano - Eventi Culturali 2011
* * * * * * * * * * PRO-LOCO VENOSA * * * * * * * * *
Pro-Loco Venusia: Presentazione del libro "Socrate"
Pro-Loco Venusia - Vivi Un Natale a Venosa 2010
Pro-Loco Venusia - Miss Italia 2007
Pro-Loco Venusia - Notte Bianca 2007
Pro-Loco Venusia - "Schermi Riflessi" di A. Lostaglio
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Centro Commerciale Arcobaleno - Conferenza Stampa Borse di Studio
Centro Commerciale Arcobaleno - Eventi 2010
Centro Commerciale Arcobaleno - Notte Bianca
Centro Commerciale Arcobaleno - Mangia e Ridi
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Documenti - Carnevale Rionerese 1988
Archivio Armando Lostaglio: Poesie di Carmine Cassese
Documenti Archivio Tele Vulture (Vol.1)
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Documenti - Archivio Tele Vulture (Vol.3)
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Documenti - Archivio Tele Vulture: Le 7 note del Vulture
Documenti - Archivio Tele Vulture (Vol.5)



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