.
Annunci online

siderurgikaTV
fonte per la liberazione delle idee
 
 
 
 
           
       

 
 
www.digitalpoint1.it 
 
INDUSTRIA
GRAFICA
FOTOGRAFICA
 
85028  Rionero
C.da Scavone
Zona PIP
Tel. 0972.723507
 
 
TEA
 
GIULIA
 CATERINA
IMMA
LORELLA
CARMEN
STEFANIA
ROBERTA
 
  
 
...La grande sfida è appena iniziata
 
MISS FASHION
WEB 2011
vota la più bella dell'anno.
ogni mese nuove contendenti per la gara a colpi di bellezza con i consensi del pubblico per eleggere la reginetta più ammirata su internet!

Le prime tre classificate a fine anno saranno le protagoniste del VIDEO BOOK come premio per la partecipazione e diventeranno le TESTIMONIAL di SIDERURGIKATV.TK
 
* Una presentazione AGENZIA LUCANIA NETWORK
(InfoTel. 3200.566.744)
 
 
     ESPLORA I VIDEO
    DI SIDERURGIKATV
  
  MUSICA
Mc Gerry - Falsi Poeti
 
  RACCOLTE video
Elastico Rock 1990
 
  PERCORSI
Levi Montalcini - Il Web Festeggia Rita
La Rivoluzione Araba Digitale
XV Mostra Cinematografica
SiderurgikaTv incontra (4 Vol.)
Rionero - "107 Secondi Operai del Sud"
Eventi e Ricordi 2011
San Mauro Forte - I Campanacci 2011
Rionero - 3. Edizione del Concorso Letterario
   
 DOCUMENTI Video
Archivio A. Lostaglio - Servizi Giornalistici 1989
 
 
 
 
 
 

 

 
30 marzo 2008

Evasion, giornale del libero pensiero

 E V A S I O N
giornale del libero pensiero



SOMMARIO

1) - Il Lavoro Uccide
2) - Produzioni, Segnalazioni, Contatti
3) - Rassegna stampa di Gianni Donaudi
4) - Reportage articoli tratti da Il Manifesto

@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@



IL LAVORO UCCIDE

Il lavoro uccide ancora. A Melfi
Un operaio Fiat precipita da una cabina di verniciatura. E' il terzo «infortunio» in pochi mesi
Oggi sciopero Contro i ritmi e l'organizzazione, per chiedere sicurezza. Si ferma il gruppo Fiat
Loris Campetti

Domenico Monopoli era conduttore nel reparto verniciatura, un operaio esperto a cui la Fiat affidava anche l'incarico di intervenire sull'impianto quando si verificava qualche problema. Erano le 22,45 di martedì quando la linea aerea che trasporta lamiere lungo il reparto di verniciatura si è fermata per l'uscita dalla corsia di una «bilancella» ed è toccato ancora una volta a lui, che aveva appena iniziato il turno di notte, il compito di salire sopra la cabina di verniciatura dove sono posizionati i comandi per intervenire sull'impianto. Sul tetto c'è un passaggio «sicuro» con tanto di mancorrenti e una superficie solida che regge il peso dell'operatore. Chissà perché, invece, il tetto è crollato e Domenico è precipitato al suolo da un'altezza di diversi metri. E' stato trasportato prima all'ospedale di Melfi poi in quello di Rionero, ultima tappa del suo sfortunato viaggio in questo mondo. E' morto ieri, aveva 43 anni.
Al Lingotto sostengono che Domenico, su quel maledetto tetto della cabina, aveva seguito un percorso diverso da quello previsto, passando su un punto in cui la tenuta non era garantita e così il tetto stesso si sarebbe sfondato facendolo precipitare al suolo. Se le cose stanno così - l'unica dichiarazione ufficiale della Fiat è che «tutto è affidato alle indagini della magistratura» - che cosa ci faceva Domenico, operaio esperto, in un punto pericoloso? Altri operai sostengono invece che Domenico stesse camminando su un tubo, a mò di equilibrista, per intervenire rapidamente sul controsoffitto tenendosi con una mano sul soffitto. Non era il percorso canonico ma quello più breve. Probabilmente per far prima, risolvere in fretta il guasto e far ripartire l'impianto. «Non è necessario che ci sia lì un capo a istigarti a tagliare i tempi, a costo di violare le misure di sicurezza. Quel tipo di ordini, dentro una filosofia in cui la velocità delle macchine conta più dell'integrità fisica dei lavoratori, viene introiettato. Già una volta Domenico aveva subito un infortunio sul lavoro». Questa è la spiegazione a caldo di alcuni delegati. C'è un salto di qualità: negli anni scorsi gli operai del secondo turno di Melfi morivano durante il rientro a casa in auto, adesso direttamente in officina.
La Fiat nega e denuncia il tentativo di speculare su un «tragico incidente», rispetto al quale l'azienda non avrebbe responsabilità. Come in quello avvenuto sempre a Melfi pochissimi mesi fa, in cui un altro operaio perse la vita schiacciato da un carrello. Tre incidenti, di cui due mortali, in poco tempo: possibile che la colpa sia sempre degli operai? La Fiom non crede nella fatalità, denuncia le condizioni di lavoro «insostenibili» e, come prevede lo Statuto dei metalmeccanici Cgil, si costituirà parte civile. Il segretario generale Gianni Rinaldini chiede al ministero della salute di convocare le parti, aggiungendo che «sarebbe incomprensibile, e colposo, che la Fiat, come ha già fatto nelle settimane scorse, si sottraesse a un tale incontro». Il riferimento di Rinaldini è alla mancata risposta dei dirigenti del Lingotto alla convocazione fatta alcune settimane fa dal sottosegretario Gianpaolo Patta, «nonostante fossero state individuate svariate inadempienze proprio a Melfi» (inadempienze che oggi Patta renderà pubbliche nel corso di una conferenza stampa). «Una convocazione inventata sull'onda dell'emozione suscitata da alcuni infortuni - risponde Torino - a cui i nostri dirigenti Sata (così si chiama la Fiat a Melfi, ndr) hanno risposto no, specificando che come sempre avrebbero partecipato al tavolo di confronto confindustriale».
Il lavoro uccide o distrugge la vita di troppi operai. Nelle piccole aziende, nei cantieri o nei campi. Uccide e ferisce anche nelle grandi industrie, alla Fiat. Anche a Cassino, dove un operaio di una ditta esterna è morto, travolto dal camion che stava riparando. E nell'indotto Fiat, come pochi giorni fa a Chivasso. E ancora ieri a Mirafiori, un ragazzo ha subito un incidente, per fortuna non grave, in carrozzeria. L'infermeria era chiusa e così l'operaio è stato trasportato al Cto di Torino. I delegati chiedevano da tempo, inutilmente, che l'infermeria restasse sempre aperta, e non soltanto dalle 7,30 alle 11,30.
Ieri a Melfi i lavoratori di tutti i turni hanno effettuato due ore di sciopero, poi prolungato nel secondo turno per tutta la giornata e nella mattinata di oggi, in attesa dell'incontro fissato in prefettura alle 14. «Vedremo se la Fiat si farà vedere», dice Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom che denuncia «gravissime responsabilità Fiat» e polemizza sugli ottimismi diffusi dai dati Inail sulla «presunta» diminuzione degli infortuni. Oggi si fermeranno per un'ora i dipendenti di tutto il gruppo Fiat.

Il Manifesto 27 Marzo



***

Il bis di Melfi, lo sciopero paga
«Ci sono voluti quattro morti» per un confronto con la Fiat sulla sicurezza. Sciopero in tutto il gruppo e qualche impegno del Lingotto
Loris Campetti

Alla fine la Fiat ha ceduto, è la seconda volta che succede a Melfi. Ieri, però, non si discuteva la fine dell'apartheid salariale e normativa dello stabilimento lucano, che aveva visto la più straordinaria e vincente mobilitazione operaia che da quelle parti si ricordi, bensì la sicurezza sul lavoro. «Ci sono voluti quattro morti alla Fiat - come sostiene il sottosegretario alla salute Gianpaolo Patta - due solo a Melfi, perché la direzione del Lingotto accettasse un confronto con i sindacati, convocato dopo la morte del conduttore Domenico Monopoli dal prefetto di Potenza». L'incontro di merito con le rappresentanze sindacali si terrà il 3 aprile e affronterà, insieme alle tematiche legate alla sicurezza e al rispetto della nuova legge, alla prevenzione delle malattie professionali. A Melfi lo stesso tipo di disturbi fisici, tendiniti e dolori articolari, si manifestano prima che negli altri stabilimenti Fiat, secondo i delegati, in conseguenza della metrica che sottopone gli operai a ritmi e stress molto alti. Ma ci sono voluti un nuovo morto e il blocco dello stabilimento e dell'indotto per strappare un appuntamento, che pure alla direzione Fiat è costato molo.
La protesta degli operai era esplosa, in una fabbrica che nella sua breve storia ha spesso oscillato tra il silenzio e la rivolta, alle 12 di martedì, quando la notizia della morte del loro compagno è piombata nelle officine. Dovevano essere due ore di sciopero e invece un'assemblea improvvisata ha deciso il blocco a oltranza della produzione per convincere la direzione ad aprire finalmente un tavolo di trattativa. Cortei interni di 1.500 lavoratori hanno contribuito a costruire il clima giusto per reggere, tra chi denuncia da anni un'organizzazione del lavoro che fa a pugni con la sicurezza. Paradossalmente, il secondo morto in fabbrica nell'arco di tre mesi non ha sorpreso gli operai, ha però reso esplosiva una condizione percepita come intollerabile. E al mattino di ieri, mentre il grosso della forza lavoro presidiava i cancelli dello stabilimento, un gruppo di operai e delegati ha presidiato la trattativa davanti alla prefettura di Potenza. Dentro, infine, anche i rappresentanti della direzione Fiat di Melfi e di Torino. L'azienda si è impegnata a investire 5 milioni di euro nella sicurezza e ad adempiere a tutte le norme contenute nella legge 123 sulla sicurezza, sia pure chiedendo una deroga di un mese rispetto alla fine dell'anno in corso, previsto dalla delega alla legge concordata dal ministero della salute con la Confindustria. Ma su questo punto, e sulle inadempienze Fiat, torneremo più avanti. Al termine dell'incontro si è tenuta una nuova assemblea in fabbrica per valutare i risultati ottenuti: importante il fatto che l'azienda sia scesa a più miti consigli, ma il giudizio dei sindacalisti è ancora interlocutorio, nel senso che «l'incontro non è stato esaustivo», dice il segretario regionale della Fiom Giuseppe Cillis. L'assemblea ha deciso di sospendere lo sciopero e far ripartire le linee di montaggio, riconvocandosi però per il 4 aprile, l'indomani dell'incontro con la Fiat, per valutare la concretezza degli impegni aziendali. Per la seconda volta gli operai di Melfi hanno portato a casa un risultato.
Siccome la condizione di lavoro, i rischi e le violazioni aziendalin sono simili in tutti gli stabilimenti Fiat, per un'ora lo sciopero è stato generale. Con l'unica eccezione di Mirafiori, dove storicamente le fermate di un'ora a metà turno incontrano più d'una difficoltà, la protesta indetta da Fim, Fiom e Uilm ha raccolto ovunque un consenso generalizzato con punte fino all'80-90%, da Pomigliano a Cassino, da Termoli a Brescia e lo sciopero in molti casi ha coinvolto l'insieme delle ditte appaltatrici che lavorano per il Lingotto. Il coordinatore per la Fiom del settore auto, Enzo Masini, incassa il primo parziale risultato di Melfi ma non risparmia accuse alla Fiat che «finora si è sempre rifiutata di discutere le tematiche legate alla sicurezza e all'usura provocata dall'organizzazione del lavoro con le Rsu e le Rsl».
Ieri mattina il sottosegretario Patta ha fornito alla stampa una ricchissima documentazione che testimonia le ripetute violazioni della legge 123 sulla sicurezza, in tutti gli stabilimenti in cui sono state effettuate ispezioni. Si va dalla mancata redazione del documento unico di valutazione dei rischi, alla mancata indicazione dei costi relativi alla sicurezza nei contratti d'appalto, ad altre violazioni minori. A ogni convocazione da parte del ministero la Fiat ha sempre risposto negativamente, così come alla richiesta di collaborare su tutta la materia con le rappresentanze sindacali. «Solo al terzo morto in Fiat - ha ripetuto Patta - l'azienda ha iniziato a mettersi in regola con la normativa, ma solo per i contratti successivi all'agosto del 2007 quando è entrata in vigore la legge. E solo dopo il quarto morto si è seduta a un tavolo con il prefetto e il sindacato». Un atteggiamento negativo che coinvolge la stessa Confindustria ma non tutte le grandi aziende: Fincantieri, tre grandi porti, la Ilva, la ThyssenKrupp, hanno firmato accordi migliorativi sulla sicurezza, accettando l'istituzione del Rappresentante di sito per la sicurezza che consente a questi delegati di effettuare controlli in tutta la filiera e non solo nell'azienda capocommessa. «Ma la Fiat - conclude Patta - continua a rispondere no».
Cerignola, la città di Domenico Monopoli, l'operaio morto a Melfi precipitando dal tetto di una cabina di verniciatura, ha proclamato il lutto cittadino. E oggi ospiterà i suoi funerali.

Il Manifesto 28 Marzo



***

Il capitalismo italiano è così: la sicurezza sul lavoro non vale niente, quello che conta è come fare i soldi
ed evadere le tasse. Chi si opporrà a questi signori dopo la vittoria di Berlusconi, Veltroni e Calearo?
 
A Melfi un altro morto Fiat
A Vaduz 400 padroni evasori
 
Sono due storie piccole piccole. Dicono tante cose, però, su come funziona la nostra società, il nostro mercato, la macchina perfetta ed oliata del capitalismo italiano.
Ieri in un ospedale di Rionero in Vulture è morto l'operaio Domenico Monopoli, anni 43, originario di Cerignola (il paese di Di Vittorio, il padre del sindacalismo italiano moderno), in seguito alle ferite riportate cadendo da una impalcatura alta 4 metri dove lavorava nel reparto verniciatura della Fiat di Melfi. I sindacati hanno proclamato uno sciopero di alcune ore. Le assemblee operaie hanno chiesto e ottenuto che lo sciopero fosse prolungato, diventasse di 24 ore. Da ieri, e fino ad oggi pomeriggio la Fiat di Melfi resta bloccata. Non si registrano dichiarazioni di uomini politici impegnati in campagna elettorale, magari candidati premier, salvo quelle di Fausto Bertinotti.
Seconda notizia: ci sono 390 indagati per i conti correnti in Lichtestein, nelle banche di Vaduz. Di che si tratta? Di evasione fiscale. Soldi depositati su banca estera per sfuggire al sistema fiscale italiano. Conti che vanno da poche decine di migliaia di euro fino a 400 milioni di euro. Chi sono gli intestatari? Persone fisiche e aziende. Nessun operaio, pare. Discreta riservatezza sui loro nomi, perché la casta dei padroni - mettetelo bene in mente - è parecchio più potente della casta dei politici. In fondo se un giudice indaga su Mastella o su D'Alema lo si viene subito a sapere. I padroni, invece, hanno diritto a una certa privacy.
Anche su questa faccenda di Vaduz non si registrano importanti dichiarazioni politiche. E neppure le associazioni imprenditoriali sembrano interessate. La parola d'ordine è quella manzoniana: «sopire e troncare, padre molto reverendo, troncare e sopire...», come diceva il Conte Zio al padre provinciale per chiedergli di licenziare frà Cristoforo, animo ribelle e fastidioso che non amava troppo i padroni.
Ecco, voi vi immaginate che due storie come queste possano diventare argomento di campagna elettorale? I due partiti più grandi, quelli che vengano accreditati dai sondaggi del 70 o anche dell'80 per cento dei voti, e che gli osservatori prevedono che dopo le elezioni faranno maggioranza insieme, di tutto accettano di discutere tranne che dei sacri diritti dell'impresa. Su questo fra i due partiti più grandi (quello di Berlusconi e quello di Veltroni) non c'è nessuna minima distinzione: ogni ragionamento di politica economica, o sociale, o statale, deve comunque partire da lì: dall'interesse dell'impresa, - cioè del profitto - perché l'interesse dell'impresa è l'interesse generale, e l'aumento della ricchezza dei ricchi è comunque la precondizione per qualunque possibile miglioramento della condizione di vita dei poveri.

Liberazione 27 Marzo



***

Melfi

In chiesa più di 400 persone per l'ultimo saluto a Domenico.
Circa 200 persone hanno accompagnato in corteo la salma di Domenico Monopoli, l'operaio di 43 anni morto l'altroieri nello stabilimento Fiat di Melfi. Ad attendere il feretro, in chiesa c'erano altre 200 persone; la messa è stata officiata dal vescovo di Cerignola.
«Con la morte di Monopoli - ha detto un suo collega in Fiat, Massimo Costantino - abbiamo perso un grande amico. Una persona amabile e rispettosa»

@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@



PRODUZIONI, SEGNALAZIONI, CONTATTI

Da fatecelargo2@infinito.it:

FATECE LARGO N. 49
Aprile - Maggio - Giugno 2008
Trimestrale - 48 pagg. b\n, 21x15, spillato, 3 euro

Copertina a colori di Marco Tanca

Fumetti:
IL GIARDINO FILOSOFICO
di Spina
MONTMARTRE 2999
di Andrea Laprovitera & Marco Tanca.
BRODERIE
di Rosanna Pasero
VIRGIL FUORIPORTA
di Natale e Domenico Lubrano
FUMETTI IN CORSO
di Kant
SOTTO LA SUPERFICIE
di Julie Maggi.
PULCI
di Claudio Cardinali
GENTE DEL GHETTO
di Marco Tenace
LURKO
di Fam

Illustrazioni:
Cristiano Panepuccia, Renato Stevanato

Poesie
Felice Serino, Franco Lana, Chiara Giulia Schiavini,
Tommaso Chimenti

Racconti:
LA DOPPIETTA
di Tommaso Chimenti

Rubriche:
ON STAGE
di Cristiano Della Bella
FREDDURE FUMETTISTICHE
di Franco Lana

Articoli:
PAD IN PAD OUT
di Sergio L. Duma

SEGNALAZIONI DOVEROSE
<>Continua la ristampa riveduta e corretta di PT7. Da questo mese è disponibile anche il n. 2. Se non lo trovate in fumetteria potete sempre richiederlo a:
shop@cagliostroepress.com. Inoltre, proprio da questo mese di Aprile, (ri)cominceremo a (ri)presentarci in pubblico, sia in occasione di Fullcomics (Piacenza, dall'11 al 13), che del Comicon (Napoli, dal 24 al 27). Se mentre bazzicate da quelle parti vi viene voglia di fare 4 chiacchiere con noi, venite a trovarci allo stand della
Cagliostro ePress, ok?
<>Eppoi, un accorato appello a tutta la Nazione Fatecelarghista: CERCASI GRAFICO-IMPAGINATORE FOLLE (attenzione: la follia è requisito indispensabile, più
della bravura) per allestire i due FL ANNUAL di prossima uscita, perchè l'impaginatore folle che mi ha dato una mano fino ad ora (grazie Sandrooooo!!!) ha rassegnato
ufficialmente le dimissioni ed io, come molti di voi ben sanno, non so manco come si scrive la parola "grafica".
Insomma, non ho né le capacità, né i mezzi (computer adatto) per allestire i due balenotteri da 128 pagine l'uno e quindi, se da qui ad Ottobre non si fa avanti
nessuna anima pia, bisognerà sospendere i due progetti, almeno momentaneamente. PS: inutile aggiungere che chiunque si faccia avanti riceverà uno dei nostri soliti
assegni a sei ZERI come compenso, nonché una calorosa stretta di mano e tantissimi baci e abbracci (ahò, ma che volete!!! Siamo dei tipi moooolto affettuosi qui, e allora? Dov'è il problema? :-D).

MAGGIORI APPROFONDIMENTI SU STORIE & AUTORI LI TROVERETE
COME AL SOLITO NEL BLOG DI FATECE LARGO OSPITATO SU...
www.perfect-trip.com

*

**+

Da fanzine@farepoesia.it:

Farepoesia n. 23; 2) Assalti Poetici; 3) PaviaPoetry Slam; 4) Kaos Artaud.

1)     Il numero 23 di FAREPOESIA presenta in doppio formato un omaggio al poeta Lorenzo Calogero che si compone nel modo seguente: a) una versione cartacea-elettronica che trovate allegata alla presente comunicazione (in formato A4, leggibile e stampabile dal vostro PC e soprattutto fotocopiabile a piacere); b) una versione in  video che trovate su www.youtube.it (o da www.farepoesia.it) dal titolo NEL CHIUSO DI UNA SIEPE. La passione di Lorenzo Calogero di Melicuccà. Quest'ultima è la versione ridotta (10 min.) di un lavoro più ampio che presto sarà disponibile (a richiesta) con testi e ulteriori elaborazioni audiovisive. Il video è  facilmente raggiungibile inserendo nello spazio "ricerca" del sito di youtube la parola chiave "farepoesia n.23". Per chi fosse interessato, è facilmente linkabile dal vostro sito, seguendo le istruzioni.

2)  E' stata pubblicata a cura delle Edizioni O.M.P. Farepoesia (prefazione di Giorgio Piovano, disegni di Giancarlo Madini e nota di Franco Piri Focardi),  la raccolta poetica "ASSALTI POETICI/Poesie d'amore e di contestazione" di Tito Truglia. "Assalti Poetici" è imperdibile! Immaginazione, rabbia e stile! Dall'underground pavese un pugno in faccia ai maestri dell'irrealismo quotidiano! New-beat, Real-Poetik, Punk-Poetry, Parola attiva, SuperMove... Scegliete voi la definizione adatta. Apparentemente propone un'estetica "stradaiola" ma potrebbe stare davanti (o dietro) anche ad opere più altison(n)anti... Nel testo anche un "Elogio della cattiva scrittura". La plaquette inaugura la collana poetica "Antilogos". Disponibile per presentazioni, partecipazioni, letture, interventi, segnalazioni, connessioni, intrecci, relazioni, commenti, con, senza, pro, contro et versus. Si tratta di un'opera in Creative Commons. Inoltre sappiate che il vostro contributo sarà reinvestito nella pubblicazione di altri autori.

Il libro può essere richiesto a titoxy@libero.it, il costo è di 5 euro comprese spese di spedizione da inviare in busta chiusa a Tito Truglia via Torino n. 37, 27100, Pavia. Copertina e anticipazioni su www.farepoesia.it. Presto il libro sarà interamente scaricabile via internet ma intanto prenotatelo.

3) Osteria letteraria Sottovento, Radio Aut, Farepoesia, Kronstadt, sono lieti di invitarvi al PaviaPoetry Slam n.3 in preparazione per metà aprile. Le iscrizioni sono aperte, sbrigatevi a partecipare. Tel: 0382-26350. In allegato il volantino.

4) E' disponibile il video "KAOS ARTAUD". Un audiovisivo "non-convenzionale" che contiene quattro distinti capitoli: a) Artau-Jean D'Arc (Compassione); b) Artaud-Stratòs (La soglia); c) La recherche de la fécalitè (Per farla finita col giudizio di dio); d) Io sono Antonin Artaud. Il tutto per circa trenta minuti al fulmicotone, con immagini, disegni, estratti filmici, manipolazioni audio e video, musica e parole tratte da "Per farla finita col giudizio di dio" la famosa radiotrasmissione di A. Artaud. La raccolta "ASSALTI POETICI" e il video "KAOS ARTAUD" sono richiedibili insieme per soli 10 euro. ULTERIORI SEGNALAZIONI: Ancora su www.youtube.it sono disponibili i nn. 21 e 22 di Farepoesia in versione video.

Cordiali saluti   



***

Da gdonaudi@yahoo.it:

CREATIVA
http://www.rignano.org/Creativa%20Sito/index08.htm
 
IX INCONTRO PER L'AUTOPRODUZIONE ARTISTICA E CULTURALE

 POESIA>MAIL ART>PERFORMA NCE>MUSICA
LIBRI>FANZINE>ARTI DIGITALI>VIDEO
 
23.24.25 Maggio 2008
 
tre giorni insieme
dove le esperienze dell'uno
diventano esperienze di tutti
in un tempo ed uno spazio
denso di stimoli
three days together
to know him to meet to exchange us to us experiences
in a time and in a space dense of artistic stimulus
 
a Rignano sull'Arno - Firenze - Italy
 
Contatti:
francopiri@virgilio.it



@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@

RASSEGNA STAMPA
di Gianni Donaudi


Sante.Gorini@BNLMAIL.COM ha scritto:
RICEVO E GIRO

Il sedici ottobre del 2005 si svolsero in tutta Italia le primarie dell’Unione. Diversi, oltre Romano Prodi, furono i candidati premier.
C’erano Fausto Bertinotti, Alfonso Pecoraro Scanio, Antonio Di Pietro, Ivan Scalfarotto, Simona Panzino, e Clemente Mastella. L’accordo tra i partecipanti era di rispettare la volontà popolare e sostenere con lealtà il candidato vincitore. I cittadini si fidarono, e versarono un euro come pegno per esprimere la propria preferenza: votarono in 4 milioni e 200 mila. Vinse Romano Prodi con il 74,1 per cento dei consensi. Il 23 gennaio 2008 l’UDEUR ha sfiduciato Romano Prodi e ha fatto cadere il suo governo. Lo stesso Romano Prodi contro cui l’Udeur aveva candidato senza invano il proprio leader Clemente Mastella.
Clemente Mastella e il suo partito hanno quindi infranto gli accordi presi con gli elettori il giorno delle primarie. Chiediamo pertanto che restituiscano l’euro a TUTTI i cittadini che hanno votato, 4 milioni e 200 mila cittadini. Stiamo pertanto raccogliendo i consensi per una class action collettiva contro l’UDEUR. Alla luce delle profonde ferite che queste azioni hanno creato all’interno del paese e dell’elettorato che troppe volte ha creduto e si è fidato delle parole dei suoi rappresentanti, abbiamo intenzione di bandire una class action contro l’Udeur guidato da Clemente Mastella al fine di riavere indietro l’Euro.
E’ ufficialmente aperta la sottoscrizione dell’azione su questo sito
www.mastellarimborsaci.it per tutti coloro che sentendosi lesi da questo inadempimento contrattuale rivogliono indietro l’Euro versato nella votazione del 16 ottobre 2005. Ovviamente, aderire alla petizione non esaurisce il nostro compito, ma sarà solo il primo passo per procedere verso la class action.
 
>
www.mastellarimborsaci.it

***

il 13 aprile <mi-astengo@tiscali.it> ha scritto:
FIRMA L'APPELLO! # SCRIVI A: <
mi-astengo@tiscali.it>

premessa

Le ragioni dell’astensione

Il 13 aprile non voteremo, non ci piegheremo ad alcun ricatto, diremo no ad elezioni truffa che preparano la legislatura dell’americanizzazione integrale del sistema politico italiano.
Una legislatura i cui contenuti essenziali sono già tracciati dall’intesa Veltroni-Berlusconi, un’intesa coperta a sinistra dall’arlecchinesco arcobaleno di Bertinotti.
Come ben si capisce dal testo dell’appello il nostro non è un astensionismo ideologico, astorico e decontestualizzato. Al contrario, quel che proponiamo è un astensionismo politico che trova le sue ragioni fondanti nell’attuale tornante della storia del nostro paese.
Per quanto la casta di regime - sia essa di “centro”, di “sinistra” oppure di “destra” – si sforzi per dare dignità ad un finto dibattito politico, ampi settori popolari hanno già capito l’essenziale: queste elezioni sono una truffa. Un imbroglio antidemocratico che impedisce ogni vera scelta, perché le vere scelte sono state già fatte e verranno imposte al paese qualunque sia il risultato.
Il rapporto di sudditanza con gli Usa si rinsalderà, insieme alla disponibilità a nuove avventure militari se Washington lo chiederà. Gli interessi delle oligarchie finanziarie saranno la preoccupazione condivisa del nuovo mostro bipartitico, mentre i privilegi del ceto politico saranno ancor più tutelati. La costituzione che prenderà forma sarà apertamente fondata sull’impresa, non più sul lavoro; mentre il sistema istituzionale (legge elettorale inclusa) verrà sempre più piegato alle esigenze delle classi dominanti, verso nuove forme di totalitarismo che includono ma non si esauriscono nel presidenzialismo.
Questa è la Terza repubblica di cui già parlano, frutto velenoso dell’imbarbarimento sociale, prodotto garantito di queste elezioni truffa.

Come rispondere a questo scenario? In teoria ci sono tre possibilità: il menopeggismo, l’identitarismo, il rifiuto. Il menopeggismo (rifondarolo e non solo) è l’ideologia che più ha prodotto danni, dato che il meno peggio prepara sempre il peggio. L’identitarismo di chi pensa che basti avere una falce e martello sulla scheda elettorale (Sinistra Critica, Pcl, ecc.) è comprensibile ma del tutto inefficace.
Resta il rifiuto ed è questa la scelta che proponiamo. Una scelta etica e politica.
Ma il rifiuto, cioè l’astensione, non è fuga. Al contrario, esso vuol essere la premessa di una lotta più ampia che potrà svilupparsi solo a condizione di una rottura totale con l’indecente casta che chiederà il voto il 13 aprile. A volte il voto più forte è quello non dato. A noi sembra che questa volta sia proprio così.



***

REPORTAGE

Tutti gli orrori di Bolzaneto 2001
Un processo che è scivolato via quasi ignorato dai media. E che invece ha raccontato una Guantanamo all'italiana. Dalle prime denunce dei giovani appena rilasciati alle testimonianze in aula. Un campionario di botte, minacce e inni fascisti. E la visita del ministro Castelli
Simone Pieranni
Genova

«La Guantanamo italiana», la «Caserma degli Orrori», la «banalità del male». Così un piccolo comune alla periferia della Genova marinara e montuosa, in bilico tra antiche spiagge della vicina Sampierdarena, e piccole alture dopo Pontedecimo, è assurta a simbolo di qualcosa che i propri abitanti, fino al 2001, ignoravano. Quella caserma era così vicina, ma quasi sconosciuta. A Bolzaneto la vita delle persone è da tempo intenta, per lo più, ad osservare il passaggio tra una zona anticamente di campagna e la proliferazione di uscite autostradali, bretelle ecomostruose, nuovi insediamenti prefabbricati. La caserma, nel luglio 2001, ha reso noto all'Italia intera il piccolo centro abitato della Valpolcevera ligure. L'enormità di quanto accaduto tra le mura della caserma, ha trovato - a sprazzi - spazio nelle cronache giornalistiche con appellativi diversi, macabri e memori di tempi passati o quanto meno, supposti tali. Invece. Invece Bolzaneto ha rivelato alcuni tra gli anfratti più biechi di quanto accadde a Genova nel luglio del 2001. In tempi in cui la sicurezza è al primo posto nei programmi pre elettorali, né Bolzaneto, né la Diaz, appaiono come brevi, seppure intense, grida di attenzione per i politici italiani. E' scivolato via, il processo di Bolzaneto, come se fosse un lato minore degli eventi di quei giorni. Perché, al contrario della Diaz, non ci sono alti papaveri delle forze dell'ordine imputati: sono solo banali uomini normali, in divisa. Medica o delle forze dell'ordine. Al contrario dei processi contro i no global, sui quali con allegria si suona sempre la grancassa, Bolzaneto era meno mediatica: troppa paura, forse, che qualcosa del genere potesse capitare ai propri lettori desiderosi di sicurezza e fiducia nella forze dell'ordine. Il processo trasparente, così straziante e silenzioso, è giunto però all'epilogo. Ieri le richieste dell'accusa hanno portato una prima parziale chiusura del lungo procedimento, in attesa che la macchina della giustizia, scriva la definitiva parola fine.
L'inizio invece, era arrivato da una denuncia pubblica. Dopo avere raccolto le testimonianze dei ragazzi arrestati, che lamentavano vessazioni a Bolzaneto, i giudici hanno ascoltato direttamente il giornalista di Panorama, Giacomo Amadori, già autore a suo tempo nell'agosto 2001, dell'articolo intitolato «C'è una crepa nel muro dei G.O.M.». Quest'ultimo, rinunciando al segreto professionale, fece i nomi delle proprie fonti, grazie alle quali era giunto a conoscenza delle violenze perpetrate ai danni delle ragazze e dei ragazzi che erano transitati a Bolzaneto. L'inchiesta partì e giunse a processo con 46 imputati tra personale di polizia, polizia penitenziaria, carabinieri e personale medico. Emergono poi riconoscimenti e angoscianti racconti. Più di tutto, nelle mattinate d'aula bunker genovese, si ha la sensazione di entrare nelle traiettorie micidiali di quella caserma, stanza per stanza, metro per metro.
Il comitato d'accoglienza
Della caserma di Bolzaneto si conosce la piantina. Al contrario della Diaz si sanno anche i turni di entrata e di uscita di tutto il personale. Doveva essere un luogo di smistamento degli arrestati in piazza. Prima di entrare, gli arrestati venivano fatti scendere dai pullman in un piazzale antistante l'ingresso della caserma. Di fronte a loro persone delle forze dell'ordine, ricevevano, a modo loro, gli ospiti. Prima di addentrarsi nei corridoi tra le celle e l'infermeria, una dose di sgambetti, calci, insulti e minacce si librava all'esterno. Come a fare intendere che in quel luogo, nessuno avrebbe potuto curarsi di quanto sarebbe accaduto. «Con Berlusconi, con quelli come voi, facciamo quanto vogliamo». Una tra le tanti frasi dette da un esponente delle forze dell'ordine e ricordate in aula da una delle vittime.
Ali di corvo
Nel campionario di termini militareschi ascoltati nei processi genovesi - qualcuno ha citato Zun Tzu, altri tecniche di guerriglia, altri minimizzato o celebrato (su tutti Francesco Gratteri quando sostenne che «le perquisizioni non si fanno con i guanti», riferendosi alla Diaz) - le «Ali di corvo» entrano tristemente agli atti del processo di Bolzaneto.
E' la descrizione dei primi passi all'interno della caserma: il corridoio verso le celle, percorso dai ragazzi tra le ali di poliziotti pronti a picchiare, ingiuriare, minacciare. «Ci deridevano dicendoci che ci avrebbero usato come le sagome dei poligoni di tiro».
Nelle celle. Nei corridoi. Cantando
Gambe larghe, in piedi, braccia alte al muro. E' la posizione che tutti i testimoni di Bolzaneto hanno ricordato perfettamente. Costretti per ore, senza potersi muovere e sotto le minacce e le umiliazioni verbali. «Se non urlavamo viva il duce, venivamo picchiati», persone costrette a cantare canzonette oscene, come la tremenda «un due tre viva Pinochet» e ancora la «parata» cui erano costretti i ragazzi per uscire dalle celle: braccio teso e passo di marcia, sotto la minaccia di poliziotti e agenti penitenziari. Nell'aula del tribunale di Genova era piombato il silenzio, quando i testimoni sembravano ripetere quegli stessi, identici racconti. Per i pm le «costrizioni consistenti nell'obbligo imposto con violenza o minaccia alle parti offese di inneggiare con parole o gesti (saluto romano, passo dell'oca) al fascismo o al nazismo», costituiscono violenza privata, nella ricerca dei reati adatti. Perché in Italia, il reato di tortura, non c'è.
Sui cori fascisti, anche una deposizione sui generis. Di un ragazzo, romano, capitato nei disordini genovesi, ma di idee contrarie alla maggioranza della gente giunta a Genova per protestare. Lui si definiva di destra. Un suo compagno di cella racconterà l'episodio: «Allo stadio mi denunciano se canto faccetta nera, qui mi obbligano a cantarla», gli avrebbe infatti detto il romanista di destra.
Trattamenti inumani e degradanti
«Gli agenti, dalla finestra della cella, ci insultavano: "puttane", "troie", "ora vi scopiamo tutte"». A portare in aula per prima, gli insulti a sfondo sessuale è una genovese di 25 anni, arrestata nella tarda serata del venerdì 20 luglio 2001. La sua deposizione porta alla luce tutto il repertorio di insulti e umiliazioni sessiste subito dalle ragazze, e con esso il clima di becero machismo presente nella caserma. C'è chi si ricorda le parole precise, puntate dritte sulle ragazze inermi: «gli agenti dicevano che le avrebbero dovute stuprare come in Bosnia». Le minacce di stupro, subite da molte vittime, sono state ampiamente sottolineate dai pm: «come in ogni caso di tortura - avevano già scritto nella memoria - avvennero grazie all'impunità percepita, ovvero quel meccanismo fatto di omissioni per cui i responsabili non vengono puniti e le vittime terrorizzate hanno paura di denunciare i maltrattamenti subiti».
Il medico di Napoleone a Bolzaneto
«Al medico avevo raccontato che mi avevano rotto il labbro, ma lui disse che erano fatti miei, che me l'ero fatto da solo». Non furono da meno i membri del personale sanitario di Bolzaneto. Il loro capo, Giacomo Toccafondi, aveva ideato per l'occasione, un sistema di visite particolare: dapprima gli arrestati dovevano sottoporsi al triage. Una visita sommaria, un'invenzione dei medici napoleonici, come ha spiegato lo stesso Toccafondi in aula, con l'aria di raccontare l'ultima scampagnata sui piani di Praglia, sulle alte genovesi. «Era il metodo, ha detto, con il quale i medici di Napoleone decidevano chi andava curato e chi lasciato morire». Niente male. Poi c'era la visita più complessiva, quella durante la quale vennero picchiate le ferite, strappati i piercing, fatte spogliare le ragazze: lì si decideva se serviva il ricovero o l'arresto. In pratica, esito scontato.
Il ministro che non vede
Chi avrebbe potuto vedere, ma non ha visto, fu l'allora ministro della Gustizia Roberto Castelli, giunto a Bolzaneto per assicurarsi che tutto funzionasse. Evidentemente soddisfatto, il ministro se ne andò, senza notare nulla di strano.
In seguito Bolzaneto è venuta fuori, in tutta la sua drammatica realtà. Ieri la quantificazione giuridica degli abusi commessi, da parte dell'accusa. Un numero che conterà poco, sempre, se paragonato a quelle ore di botte e insulti, così difficili da ricordare, così impossibili da dimenticare.

Il Manifesto 12 Marzo

***

Chi è il dottor Toccafondi
Da Genova al Kossovo, il medico che terrorizzò gli anti-G8
Alessandra Fava
Genova


Tre anni e sei mesi. Probabilmente in prescrizione tra poco: quando è stata letta la richiesta delle pene per il responsabile dell'infermeria alla caserma di Bolzaneto, il medico Giacomo Toccafondi, persino i giudici del Tribunale hanno mosso il sopracciglio. Ai più è sembrata una pena limitata rispetto ai reati e alla figura di Toccafondi che a Bolzaneto avrebbe dovuto medicare i detenuti e invece si è rivelato uno dei massimi torturatori. Accusato di lesioni, omissione di soccorso, abuso d'atti d'ufficio, protagonista di vari episodi di percosse, ingiurie e violenza privata, Toccafondi «sembra aver prestato giuramento a Menghele più che a Ippocrate» come come ha detto ieri l'avvocato Stefano Bigliazzi, il primo dei difensori che ha chiesto le provisionali per i suoi assistiti, dopo la richiesta delle pene dei pm.
E' quello che irride i fermati nudi davanti a lui per la visita medica, dicendo «manganelli manganelli», avvicinandoli alla faccia dei fermati. E' quello che costringe una donna con le mestruazioni a togliersi un piercing nelle parti intime e ne strappa altri secondo alcune testimonianze. E' quello che assiste senza commentare ai canti fascisti nell'infermeria, veste anfibi (dirà stivaletti nell'udienza dello scorso ottobre) e indossa la mimetica invece del camice.
54 anni, impiegato prima del G8 nel carcere di Marassi e in quello femminile di Bolzaneto, famoso per la sua passione per le armi e le arti marziali, Toccafondi non è mai stato sospeso dai suoi incarichi, continua a essere medico dell'ospedale di Pontedecimo come dipendente dell'Asl 3 di Genova e lo scorso anno è stato anche scelto dall'esercito per missioni «di pace» all'estero. Missioni che ha fatto prima del G8 in Kossovo come membro della Croce rossa militare. Intervistato da chi scrive il 30 luglio 2001, diceva che «a Bolzaneto c'era un clima duro ma non sono state fatte nefandezze»; che i fermati «non erano educande»; «ne sono arrivati che puzzavano di benzina lontano un chilometro» e «bisogna tenere sotto controllo degli eversivi». Tra le frasi chiave «le misure di sicurezza prevedono di tenere la gente addossata al muro, di rimuovere i piercing. Che abbiamo strappato i piercing è una balla e li avevano ovunque». Fu lui il primo a parlare di piercing anche se l'intervistatore nulla ne sapeva. E per finire «per fortuna i ragazzi del Gom non si sono fatti reprimendo rivolte contadine ma trattando con mafiosi e pentiti. E poi non è che ci fosse il corteo di Gandhi, era guerriglia urbana, ci sentivamo in guerra».

Il Manifesto 12 Marzo

***

L'«emergenza» movimenti sociali e il silenzio della sinistra
Benedetto Vecchi


Le dichiarazioni di Haidi Giuliani, Vittorio Agnoletto e Giovanni Russo Spena sulla richiesta del pubblico ministero al processo sui «fatti di Bolzaneto» sono voci isolate nel deserto della politica istituzionale. Forse perché molti esponenti politici pensano che macinare chilometri a bordo di bus per una campagna elettorale in odore da grosse koalition sia più importante che spendere qualche parola su quanto hanno detto i magistrati sulla pratica della tortura in una caserma italiana. Eppure a leggere gli atti del processo in corso a Genova sulle violenze fisiche e psicologiche contro i manifestanti contro il G8 nel luglio 2001 «sospensione dello stato di diritto», «notte cilena», «tortura» sono espressioni che restituiscono una realtà che in molti hanno cercato di archiviare. Inutile ripeterlo, quanto è accaduto nella caserma di Bolzaneto è stato uno spartiacque in questo inizio millennio. Nella storia repubblicana dalla seconda guerra mondiale la gestione dei conflitti sociali da parte dello stato non è una storia di rose e fiori, ma la tortura era stata usata finora solo in nome di un'emergenza nazionale, la lotta al terrorismo, e mai aveva coinvolto in forma così diffusa i fermati a una manifestazione, seppur contraddistinta da scontri con le forze dell'ordine. Il messaggio che trapelava dai racconti dei giovani detenuti a Bolzaneto era chiaro: i conflitti sociali vanno gestiti solo come problema di ordine pubblico. A Genova la strada scelta fu la repressione delle manifestazioni di dissenso, l'irruzione alla Diaz e le violenze di Bolzaneto, che videro protagonisti non semplici poliziotti o carabinieri o finanzieri o guardie carceriere «fuori di testa», ma anche funzionari e graduati. Negli anni successivi, abbiamo assistito a molti processi che chiudevano il dibattimento in aula con richieste di condanne da parte del pubblico ministero di turno per aver partecipato a un picchetto di fronte a un call center o a un supermercato, per far parte dello stesso gruppo che aveva occupato una casa. L'obiettivo non era solo di sanzionare penalmente un atto «illegale», ma di usare gli articoli relativi ai reati associativi per colpire al cuore i movimenti sociali o di prevenire una loro formazione. È accaduto nel primo processo di Genova che vedeva sul banco degli imputati alcuni manifestanti. La stessa scena si è ripetuta in tante aule di tribunale. E ogni volta la sproporzione tra le richieste di condanna e il fatto contestato era giustificata dal pubblico ministero per l'esistenza di una qualche associazione. Cioè di un movimento sociale che aveva provato a dare continuità alla sua azione attraverso forme embrionali di organizzazione. Negli anni Settanta, altro spartiacque della Repubblica, la legislazione d'emergenza era stata legittimata dalla presenza di gruppi armati che volevano colpire al cuore lo stato. In questo inizio di millennio, il perdurare di un clima emergenziale avviene in presenza di movimenti sociali che alla violenza organizzata preferiscono tutt'al più pratiche illegali come l'occupazione delle case, di un centro di permanenza temporanea per migranti, un picchettaggio di un supermercato, simulazioni di espropri proletari. La logica emergenziale è stata mantenuta quale principio guida delle inchieste della magistratura contro gli attivisti nonostante non sia volata una molotov. Nei mesi scorsi, alla richiesta di pesanti condanne per alcuni manifestanti a Genova nel 2001, quello che rimane del movimento no-global aveva chiesto di ritornare a Genova prima e a Cosenza poi, in quanto sede di un altro processo che vede coinvolti volti noti dell'arcipelago no-global. Le manifestazioni furono partecipate, quasi a stabilire che per quella generazione di attivisti la partita è ancora aperta. Allora non furono voci nel deserto, ma posero domande politiche alla politica istituzionale. La risposta che quest'ultima ha dato è stato il silenzio, tolte poche eccezioni. Perché conta di più una riforma elettorale per garantire la sopravvivenza del sistema politico che una «sospensione dello stato di diritto» o una «notte cilena».

Il Manifesto 12 Marzo

***

scripta manent
All'armi son fascisti!
Luca Fazio


E' con vero piacere che ci siamo intristiti scoprendo che in Italia ci sono i fascisti. Anzi, uno solo: Ciarrapico, il trafficone ciociaro che non ha mai nascosto la sua predilezione per il duce, pure imbalsamato nelle statuette. E' bello anche sapere che oggi siamo diventati tutti antifascisti (Fini addirittura esagera), e che improvvisamente ci è tornata anche la memoria: un mese fa, solo un gruppetto di nostalgici si era accorto che nel documento fondante del Pd non c'era traccia della Resistenza e dell'antifascismo. Ma tant'è, in campagna elettorale vale tutto. Repubblica, che apre con «Pdl, bufera su Ciarrapico», ne approfitta per andare al dunque con Michele Serra: «Chi si diletta a dire che centrodestra e Pd sono la stessa roba, e a fare battute su Veltrusconi, evidentemente non legge i giornali da una ventina d'anni». Due pagine di puro antifascismo militante fanno il resto, e tra i reclutati c'è anche il razzista Bossi (stando ai giornali degli ultimi venti anni) perché in questo caso alza la voce contro l'orrenda candidatura.
Addirittura feroce l'apertura de l'Unità - «Berlusconi mette la camicia nera» - che si affida alla penna del direttore Padellaro per ridimensionare la statura politica da nano di «Fini, l'uomo del giorno dopo», ironizzando sulla «sua spiccata personalità» che «già ai tempi del famoso kapò...lo vide diventare verde e poi sbarrare gli occhi» davanti all'intero mondo. Per rinfrescare la memoria, riportiamo anche l'opinione di Michele Prospero, l'unico a sottolineare la curiosa omonimia che ormai non scandalizza più nessuno: «Neppure la presenza tra le liste di Alessandra Mussolini è parsa sufficiente a ritenere ormai colma la misura» (ah già, i fascisti sono due). A dire il vero non è che Veltroni abbia dato grande soddisfazione al suo ex giornale: lui spera che «si tratti non di una candidatura seria» perché, bontà sua, la persona che dice queste cose «non può essere candidata nelle liste di una forza conservatrice ma democratica come il Pdl». Invece sì, ma è terreno minato: e se a qualche conservatore democratico venisse in mente di tirare in ballo quegli antifascisti dei «komunisti»?
A proposito, solo Liberazione sottolinea già nel titolo una questione non secondaria che altrove è annegata tra le righe: «Il fascista e l'ebrea in lista. Uno è di troppo». L'una in questione, la giornalista Fiamma Nirenstein candidata per Berlusconi, si è smarcata nettamente dicendosi «incompatibile con chi rivendica il fascismo» (ma non così incompatibile dal lasciar perdere). Su La Stampa, un vigoroso saluto romano der Ciarra in primo piano ci dice che «scoppia il caso-fascismo» (il caso), ma Augusto Minzolini, come al solito, lo risolve alla prima riga: è stato Gianni Letta, «il gran visir del Cavaliere», a pretendere la scivolosa candidatura. Buono a sapersi. Ma a il Riformista questa cosa demodé del fascismo importa poco, con acume il foglio di Antonio Polito si adopera solo per scoprire l'arcano: «Forza Italia ha scelto i suoi, anche se sgraditi ad An, e An ha scelto i suoi, anche se sgraditi a Forza Italia. Come è chiaro, questo non è ancora un partito, ma un listone». Geniale, ma Il Sole 24 Ore non abbocca: «La penosa polemica intorno a Ciarrapico e alla sua fede fascista la dice lunga sulla sensibilità di chi ha compilato le liste», taglia corto Stefano Folli per dire che Berlusconi e Veltroni comunque pari sono, perché «hanno riempito le liste con le figure più stravaganti». Sono «candidature lontane dalla vita civile ed espressione di un'idea debole del Parlamento». Debolissima, quella di Ciarrapico.

Il manifesto 12 Marzo

***

Fiat, due dirigenti condannati per la morte di un operaio
Pomigliano. Due anni ai manager: il lavoratore era morto nel 1999 per mesotelioma, dopo 23 anni in fabbrica. Esposizione all'amianto
Ilaria Urbani
Napoli


Sergio Marchionne ha intitolato la Fiat di Pomigliano d'Arco una decina di giorni fa alla memoria del filosofo Gianbattista Vico, ma quel sito, in fase di restyling da gennaio, era un luogo pericoloso fino a pochissimi anni fa. Lo sa bene Francesco, figlio di Evangelista Spinosa, operaio morto il 24 ottobre 1999 per aver respirato amianto durante le ore di lavoro. Il ragazzo si è battuto con tutte le sue forze per conoscere la verità. Il giudice monocratico Fernanda Iannone del tribunale di Nola lunedì ha condannato per quella morte due dirigenti che allora erano a capo dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco. Arcangelo Lauria e Attilio Cugnin, responsabili del sito e del reparto officina (il primo nel '91-'92 e il secondo dal '92 al 96) sono stati condannati a due anni di reclusione, senza le attenuanti generiche che invece avrebbero portato alla prescrizione del reato.
La pena è stata raddoppiata rispetto a quella contenuta nella requisitoria. Il pm Giuseppe Cimmarotta, titolare dell'inchiesta, infatti aveva richiesto un anno di carcere. Evangelista Spinosa ha lavorato per 23 anni nello stabilimento di Pomigliano, asso nella manica del piano Marchionne per il rilancio della Fiat nel Mezzogiorno. Nell'ottobre del '99 ad ucciderlo è stato un mesotelioma, il tumore provocato dall'esposizione alle fibre aerodisperse dell'amianto. La battaglia per dimostrare il legame delle cause della morte dell'operaio con il suo lavoro è stata lunga, ma davanti all'evidenza il diritto non ha potuto che riscontrare questo terribile nesso di cui i parenti di Evangelista erano certi.
«Evangelista Spinosa è stato per 23 anni operaio dello stabilimento Fiat di Pomigliano e ha respirato amianto negli ambienti di lavoro senza le condizioni di sicurezza previste e obbligatorie per legge, morendo il 24 ottobre 1999 del tumore marcatore dell'amianto, il mesotelioma - ha spiegato l'avvocato Luciano Santoianni, legale del Cogivas (Comitato giuridico dei Verdi Ambiente e Società) - E' da più di mezzo secolo che la legge ha imposto il rispetto delle regole sull'idoneità dei posti di lavoro ma oggi si muore ancora anche perché queste norme non vengono rispettate. E' riconosciuta ormai la mancata, dovuta, attenzione degli organi sanitari preposti. Negligenze che vengono giustificata dal fatto che al Sud il lavoro bisogna tenerselo stretto».
La famiglia dell'operaio ha ottenuto, per quel che conta, un risarcimento dalla Fiat di 750 mila euro. Ma il caso di Evangelista Spinosa non è stato l'unico. Altri quattro operai dello stesso reparto sono morti per la stessa patologia. Gli episodi sono venuti fuori proprio durante le consulenze redatte su incarico della Procura di Nola per il processo Evangelista. Anche gli altri quattro lavoratori si sono ammalati della stessa tipologia di tumore, ma le famiglie non hanno fatto causa alla Fiat e i casi sono andati in prescrizione davanti al giudice per le udienze preliminari. Il processo Spinosa farà forse da apripista in materia di morti d'amianto: solo nella squadra di reparto dell'operaio c'erano almeno altri trenta lavoratori.

Il manifesto 12 Marzo

***

Anti-G8 da Bolzaneto al loft del Pd
Militanti di alcuni centri sociali romani occupano la sede del Partito democratico per protestare contro il silenzio assoluto sulle torture nella caserma genovese. Incontro con Realacci: «Genova è stata una ferita nella coscienza civile del paese»
Giacomo Russo Spena
Roma


Una «visita» al loft del Pd per denunciare il silenzio tombale del leader Veltroni - e non solo il suo - sulle richieste di condanna avanzate dai pm di Genova per i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto.
«Torture al g8, Yes we can», con questo striscione un gruppo di attivisti dei centri sociali romani Esc e Horus e dei collettivi studenteschi si è presentato a piazza Sant'Anastasia strappando - con un blitz - un incontro con gli esponenti del partito democratico: «Cosa ne pensate - gridano col megafono mentre irrompono nel loft - di chi ha seviziato all'interno delle carceri ed è accusato solo di abuso d'ufficio, un reato che cadrà in prescrizione? Vogliamo smascherare - aggiungono - chi parla di diritti e poi non dice nulla sulla vergogna di Bolzaneto, uno degli episodi più gravi di tortura in Italia». Ad incontrarli arriva un imbarazzato Ermete Realacci, membro dell'esecutivo del Pd presente nelle giornate cilene-genovesi quando era ai vertici di Legambiente, che in serata non si sottrae dal prendere una posizione: «Quanto è accaduto a Genova rappresenta una ferita nella coscienza civile del paese che va sanata con il pieno accertamento della verità».
«Abbiamo rotto il silenzio mediatico ma è solo l'inizio, perché vogliamo una presa di posizione più forte anche della Sinistra arcobaleno», rispondono soddisfatti i movimentisti che nell'incontro hanno denunciato le promozioni di chi ha gestito quel g8. In primis Gianni De Gennaro e Giacomo Toccafondi, medico torturatore a Bolzaneto mandato in Kosovo come membro della Croce Rossa militare e ora scelto dall'esercito per le missioni di pace all'estero. «Non conosco questo dottore», è il commento di Realacci che fa capire l'attenzione del suo partito alla vicenda. E anche su De Gennaro ha difficoltà a rispondere: «Ha gestito male l'ordine pubblico ma la magistratura non ha nulla da incriminargli quindi... Poi della sua promozione bisognerebbe parlare col Viminale».
Ma i centri sociali riescono a ottenere impegni concreti ricordando che, vista l'assenza del reato di tortura (non approvato in senato dall'Unione), forze dell'ordine e medici sono accusati solo d'abuso di ufficio e i reati di cui sono incriminati cadranno in prescrizione: «E' necessario che l'Italia recepisca la convenzione internazionale sulla tortura - promette il presidente onorario di Legambiente - questo sarà sicuramente uno dei compiti del prossimo parlamento». Vedremo.
Quando viene ricostruita la dinamica di quelle giornate comunque le distinzioni riaffiorano di nuovo. «Nessuna equivalenza tra i manifestanti processati e membri dello stato che hanno umiliato centinaia di persone. Non si possono mettere sullo stesso piano torturati e torturatori», tuonano gli attivisti. «Il comportamento tenuto da alcuni esponenti delle forze dell'ordine è stato inaccettabile», ammette Realacci ma poi, in stile Pd, aggiunge il classico ma anche «ci sono state bande di teppisti che hanno avuto atteggiamenti inqualificabili».

Il manifesto 13 marzo

***

San Pietroburgo, scorie nucleari in arrivo
Una nave carica di scorie tedesche arriva in porto. Gruppi ecologisti cercheranno di bloccare il trasporto per ferrovia fino agli Urali. Rischi di contaminazione nelle grandi città attraversate
Lucia Sgueglia*
Mosca


«Stiamo aspettando che la nave attracchi ai moli di Kronstadt, poi cercheremo di intercettare i container sulla ferrovia». Sono determinati a opporsi all'import di scorie nucleari dall'Europa, bloccandone i convogli fin dal primo approdo - il porto di San Pietroburgo - gli attivisti del gruppo russo Ecodifesa! (Ecozashita!). A parlare è Vladimir Slivjak, codirettore dell'organizzazione con ramificazioni in tutta la Federazione. Il cargo in questione, danese e in attesa di autorizzazione, trasporta esafluoruro d'uranio, altamente corrosivo - oltre che radioattivo. Altre volte, residui di combustibile nucleare o scorie dell'industria europea di processamento dell'uranio.
«Sabato ci sarà un'azione per le strade della città, a piccoli gruppi ci piazzeremo sul percorso», dice Vladimir che insieme ad altri gruppi ambientalisti russi come Bellona, da 3-4 anni si oppongono alla politica dell'Agenzia per l'energia nucleare russa, Rosatom, sullo stoccaggio di scorie «straniere» nel territorio della Federazione. Risale al 1996 l'accordo da 50 milioni di dollari l'anno (5-6 trasporti) firmato da Rosatom con la società Urenco, «uno dei più grandi produttori di scorie nucleari al mondo», dice Slivijak: basata in Germania, Olanda e Gran Bretagna, si occupa di arricchimento dell'uranio e smaltimento delle scorie . «Hanno i loro impianti a Grunau, vicino Muenster, dove è conservata un'enorme quantità di 'scarti d'uranio', si chiamano così. Mosca ha promesso di prendersene 100mila tonnellate, finora ne sono arrivate 80mila. L'accordo scade quest'anno, perciò entro la fine del 2008 dovranno arrivare le ultime 20mila».
Non vogliamo che la Russia diventi una pattumeria, si legge nell'ultimo rapporto di Ecodifesa curato da Slivjak. Il paese ospita 4 impianti per accogliere le scorie altrui e proprie: tre in Siberia - Angarsk (presso Irkutsk), Seversk (vicino a Tomsk) e Zheleznogorsk (vicino a Krasnoyarsk) e il più grande a Novouralsk, vicino Ekaterinburg». Proprio in quest'ultima città i gruppi di protesta sono più attivi.
Nel 1996 in Russia approdano le prime navi, da Grunau via Rotterdam: «Abbiamo organizzato proteste anche in Germania, insieme a gruppi come l'Unione Anti-Nucleare di Muenster», il Land di Grunau. Lo scorso gennaio, attivisti tedeschi cercarono di bloccare i treni in partenza per l'Olanda. In Russia, a preoccupare gli ecologisti è anzitutto proprio il trasporto: «Lo stato delle nostre ferrovie è pessimo, il rischio è che fuoriesca liquido radioattivo dai container, ne basta pochissimo per contaminare il terreno nel raggio di decine di km. E i treni attraversano città con milioni di abitanti...».
Ma cosa possono fare poche decine di attivisti? «Qualche risultato in verità c'è stato», prosegue il leader del gruppo: presieduta ora da Sergei Kiriyenko, «nel 2007 Rosatom ha annunciato la fine dell'import da Grunau per il 2009, ammettendo che la nostra tecnologia non è appropriata a trattare questi residui, che in teoria dovremmo in parte 'riciclare', cioè ri-arricchire e rispedire nella Ue, ma a che fino ad oggi ci siamo limitati a stoccare». Resta però un analogo contratto con la società Eurodif fino al 2014. E se la maggiore quantità di scorie dal 1996 al 2001 è arrivata da Berlino (9.740 tonnellate), ora giungono carichi da Ucraina, Bulgaria, presto dall'Ungheria.
I problemi maggiori sono nell'ultima fase: «I siti citati non sono dei veri depositi: i container vengono lasciati all'aria aperta, senza edifici di protezione. RosTeknoZor, l'agenzia di Stato che fa ispezioni anche sui depositi di gas e petrolio, nell'ultimo rapporto esprime molte preoccupazioni: i container si corrodono, c'è rischio serio di riversamento del contenuto, contaminazione di suolo e acque circostanti. Bisognerebbe investire tutto il budget di Rosatom per la manutenzione», fa notare Vladimir. Nel dicembre 2007 Ekozashita! ha commissionato un sondaggio alla società Romir (gruppo Gallup) sui cittadini di Ekaterinburg. L'80% si è detto contrario all'import di scorie Ue, e auspica per il futuro un uso maggiore di fonti rinnovabili e naturali, dall'acqua all'elio: l'energia nuclare risulta ultima. «Ma il tema non è nell'agenda del governo, che anzi progetta decine di nuovi impianti nucleari. Noi continueremo a sensibilizzare l'opinione pubblica, per far capire che un'alternativa esiste».
*Lettera 22

Il manifesto 13 marzo

***

Morire di Renault. Nuovo suicidio al Technocentre
Lo stress provocato da pesanti aumenti della produttività ha già spinto 4 dipendenti a togliersi la vita
Anna Maria Merlo
Parigi


C'è stato un nuovo suicidio al Technocentre della Renault. Non sono stati rivelati né il nome né l'età del tecnico di una società di servizi informatici che si è tolto la vita a fine febbraio. Una fonte sindacale denuncia un problema di «eccesso di lavoro». La persona, che si è suicidata a casa propria, era dipendente di una società, la Assystem, che lavora in subappalto per la Renault. Lavorava da vari anni sul sito di Guyancourt.
Dall'ottobre del 2006, è la quarta persona che si suicida al Technocentre Renault di Guyancourt, nelle Yvelines. Il primo di questi suicidi, dopo un lungo braccio di ferro con la direzione della Renault, è stato considerato ufficialmente un «incidente sul lavoro» dalla Cassa di assicurazione-malattia del dipartimento degli Hauts-de-Seine. Carlos Ghosn, il presidente di Renault, era stato costretto ad ammettere che ci sono dei problemi al Technocentre. I sindacati sottolineano che i dipendenti, in maggioranza quadri e tecnici, sono sottoposti a una forte pressione, i tempi di progettazione sono sempre più brevi e manca personale. Un sindacalista della Cgt racconta: «prima di Carlos Ghosn, un'automobile veniva concepita in 5 anni. Oggi, in 36 mesi. Prima, c'era un caposquadra, con cui si poteva discutere. Oggi, non ci sono più punti di riferimento e troppi progetti in ballo. Io, per esempio, mi occupo della concezione di tutto ciò che circonda il volante di un'automobile. Devo rendere conto della mia attività a date precise. Ricevo delle mail: non ci parliamo più come prima. Sono diventato aggressivo, ho gravi problemi di mal di schiena. In realtà si trattava di depressione. Mi sono fermato per due mesi. Giravo per casa in pigiama tutta la giornata. Mia moglie non capiva. Ho conosciuto due dei tre quadri che si sono suicidati. Gli psicologi ci hanno spiegato che il passaggio al suicidio avviene in fretta, in 20-30 minuti».
La gravità dello stress sul luogo di lavoro è tale che il ministro del lavoro, Xavier Bertrand, ha commissionato una ricerca allo statistico Philippe Nasse e allo psichiatra Patrick Lagéron. I due studiosi propongono un indicatore statistico nazionale sullo stress al lavoro come in Gran Bretagna, e di lanciare una campagna di sensibilizzazzione sulla questione. Invitano a formare i manager alla prevenzione. «Il 90% dei dipendenti stressati - afferma la psicologa Marie Pezé - si vedono imporre enormi aumentii di produttività. I dirigenti ripetono agli impiegati: c'è la guerra economica, siate dei buoni soldati! Questo è il risultato di trent'anni di disoccupazione di massa. La gente ha paura». La medica del lavoro Dorothée Ramaud dice la stessa cosa: «A forza di introdurre la competizione nell'organizzazione, è ormai il regno dell'ognuno per sé. Il collettivo non esiste più». In Francia esistono già più di una trentina di centri medici che si occupano della sofferenza sul luogo di lavoro e seguono un numero crescente di pazienti. Per le donne, è ancora più grave: «Il 30% delle donne messe sotto pressione si ammala di cancro al seno o al collo dell'utero», afferma Marie Pezé.

Il manifesto 13 Mrazo

***


Corri operaio corri. E crepa
ntonio (Comau-Fiat) è stato ucciso da una pressa a Chivasso, Luigi (ThyssenKrupp) si è suicidato
Loris Campetti


La lotta di classe è finita perché gli interessi degli operai e degli imprenditori convergono. Ma gli operai - spremuti come agrumi, costretti ad accelerare i tempi della prestazione per garantire la competitività ai loro padroni con cui convergono, e costretti a straordinari e turni di notte per integrare un salario indecente - continuano a morire di lavoro. Era scoccata da pochi minuti la mezzanotte quando Antonio Stramandinoli, un manutentore di 37 anni dipendente del Comau e impegnato sugli impianti della Mac di Chivasso, è stato ucciso dalla macchina che stava riparando. Aveva iniziato da due ore il suo turno notturno di lavoro quando è stato chiamato per intervenire su una pressa che si era bloccata. Ma non sempre i pezzi di ricambio sono a disposizione e i magazzini riforniti, per risparmiare soldi con il just in time. La passi vuole che l'impianto non venga bloccato per non perdere tempo e produzione. Antonio stava tentando di riattivare la pressa con un palanchino ma la pressa non ripartiva, così si è affacciato per guardare cosa la bloccasse quando la macchina si è improvvisamente rimessa in moto e l'ha travolto con un colpo d'ariete, scaraventandolo in alto per qualche metro. Quando hanno tentato di soccorrerlo non c'era più niente da fare.
«A Torino crescono gli infortuni nelle grandi fabbriche», dice il segretario della Fiom torinese Giorgio Airaudo: il Comau è un'azienda Fiat con migliaia di dipendenti che costruiscono e garantiscono l'istallazione e la manutezione di impianti produttivi. La Mac è un gruppo di proprietà di imprenditori torinesi che si occupa di stampaggio e taglio di lamiere per automobili e camion, alle cui dipendenze lavorano 10 mila dipendenti. La Mac rifornisce il gruppo Fiat, che in passato aveva al suo interno queste lavorazioni, e per l'industria tedesca, ha stabilimenti in Italia e in giro per il mondo della globalizzazione Fiat, oltre che in Germania dove ha acquisito alcune aziende. Lo stabilimento in cui è stato ucciso Antonio è a Chivasso nell'ex fabbrica della Lancia, trasformata negli anni Ottanta in un polo produttivo e di servizi soprattutto nel settore automobilistico.
Antonio doveva far ripartire subito la pressa, questo era il comando aziendale che punta sulla velocità delle macchine e degli operai costretti a lavorare sempre più in fretta, «e la velocità uccide», dice sconfortato Airaudo a cui ogni volta non resta che promuovere uno sciopero. Ieri alla Mac i lavoratori si sono fermati per otto ore. «Da un po' di tempo - aggiunge - tutti i cosiddetti incidenti in fabbrica nell'area torinese hanno le stesse caratteristiche e sono provocati dalle stesse cause: gli operai sono costretti a lavorare sotto pressione, spesso minacce, in competizione tra di loro. I bassi salari riducono gli spazi di libertà e autonomia, spingono a lavorare di più, a fare ore e ore di straordinari, a fare le notti. Dunque a rischiare la vita. Per questi motivi anche alla Mac avevamo aperto una vertenza. Crescono gli incidenti nella grande industria manifatturiera dove l'uomo vale meno della macchina e viene ridotto a un fattore sacrificabile. Come alla Mac, come alla ThyssenKrupp. Negli ultimi mesi si sono verificati due gravi incidenti anche a Mirafiori, per fortuna senze conseguenze irreparabili. In lastratura un manutentore è rimasto pinzato, alla costruzione stampi un altro è stato travolto da una scocca che si è staccata dalla linea».
Servono leggi adeguate, ma le leggi non sono sufficienti da sole a salvare vite umane sul lavoro. C'è un problema culturale che riguarda tutti, a partire dai padroni e scendendo giù, lungo la filiera del comando e delle responsabilità, ma anch'esso non basta a fermare la strage degli innocenti. Bisogna smantellare l'ideologia che in nome di una falsa modernità riscopre le regole del comando novecentesche, se non ottocentesche, mentre la politica - quella di chi fino a ieri si diceva dalla parte dei lavoratori - scopre le convergenze tra capitale e lavoro, il patto dei produttori, la fine della lotta di classe. E' questa l'amara considerazione di chi si sente impotente, o in grado solo di indire uno sciopero a operaio morto.
Si può morire in fabbrica come Antonio, che per inciso era un militante Fiom, ci si può uccidere in casa stressato dall'intensità del lavoro come alla Renault, oppure dalla precarietà del lavoro, come è successo a Luigi Rocca, 39 anni, sempre nel torinese, operaio interinale e intermittente alla Berco. Si è impiccato quando il padrone gli ha detto che il contratto non sarebbe stato rinnovato. Può interessare il lettore la notizia che la Berco è una delle tante aziende della multinazionale tedesca che risponde al nome di ThyssenKrupp. E può anche interessare il lettore il fatto, denunciato dal sottosegretario Gianpaolo Patta, che la Fiat, proprietaria del Comau in cui lavorava Antonio, si è finora rifiutata di sottoscrivere un accordo quadro sulla sicurezza.

Il manifesto 13 Marzo

***

Come sposare un miliardario
Alessandro Robecchi


Come possono tanti giovani uscire dalla precarietà, chiede la giovane ospite del programma televisivo al candidato premier Silvio Berlusconi? La risposta è pronta e efficace: «Io, da padre - dice il Caimano - le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere». Naturalmente saprete vedere il capolavoro. Nel giro stretto di una piccola frase c'è tutto, ma proprio tutto, il piccolo mondo antico di Silvio: sfrégati addosso ai soldi e te ne rimarrà attaccato qualcuno. E poi, con quel sorriso... Su, su, signorina, con quelle tette che ha, si preoccupa del precariato? Magistrale. L'unico politico al mondo che risponde a una domanda sociale recitando Cenerentola. Naturalmente la polemica è esplosa subito, troppo vergognosa la frase per uno che diventerà premier. Troppo chiara la lettura classista, troppo volgare la sostanza, poco divertente la battuta. E dunque sarebbe troppo facile indignarsi di nuovo, ricominciare il valzer infinito della giaculatorie su quanto è Silvio il povero Silvio. E invece: se lo prendessimo sul serio? Potrebbe il candidato Silvio Berlusconi fornire nomi (e numeri di telefono) di 3-5 milioni di rampolli miliardari in età da marito? In un paese in cui i figli dei medici fanno i medici, i figli degli architetti fanno gli architetti e i figli dei milionari fanno i milionari, cinque milioni di matrimoni combinati tra gradini alti e gradini bassi della scala del reddito sarebbero una bella redistribuzione. A parte che magari a quei nomi e numeri di telefono potrebbe essere interessata anche l'agenzia delle entrate. E allora? Vi pare ancora peregrina l'idea di sposare un Berlusconi per migliorare la vostra posizione sociale? E poi, siamo seri, siamo sicuri che in questa favola di Cenerentola Precaria non ci sia anche una sua bella convenienza industriale? Le scarpine di cristallo le facciamo fare in Romania, così cresce il Nord-Est e sono tutti contenti (Walter too).

Il manifesto 14 Marzo

***

Cacho, il diavolo e l'acqua santa
Le frequentazioni vaticane, l'amicizia poi rotta con Menem, l'abbraccio con Berlusconi. Vita e miracoli di Esteban Caselli, l'italo-argentino del Pdl che rischia di arrivare in parlamento
Sebastian Lacunza
Buenos Aires


Non si è ancora spenta la guerra dei cartelli tra Mariano Rajoy e José Luis Rodriguez Zapatero, che un'altra alluvione di proselitismo proveniente dall'Europa ha inondato le strade di Buenos Aires, a caccia degli elettori argentini con doppia nazionalità. In questo caso il volto sorridente di Silvio Berlusconi è arrivato accompagnato da una sorpresa: l'influente Esteban Cacho Caselli, el obispo (il vescovo), è uscito dall'ombra per chiedere apertamente il voto degli italo-argentini per il Popolo della Libertà.
In un buon montaggio fotografico, Caselli appare abbracciato a Berlusconi e regala un saluto in stile peronista dai muri della capitale argentina. Ex ambasciatore presso il Vaticano del presidente peronista conservatore Carlos Menem (1989-1999), eterno frequentatore dei corridoi vaticani, è stato lo stesso candidato premier del Pdl a chiamarlo al telefono per offrirgli un posto nelle liste per il senato del collegio elettorale del Sudamerica.
Anche se la sua faccia non è nota al grande pubblico, la storia di Caselli lo è invece parecchio all'interno soprattutto dei circoli del potere. Un fatto in particolare ha contribuito a forgiare il mito dell'obispo. Dagli anni Novanta fino ad oggi, i suoi maneggi hanno avuto il potere di influire su decisioni prese da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e sempre per favorire l'ala più conservatrice della politica e della chiesa cattolica argentina.
L'alleanza chiave che ha reso potente Caselli è stata quella con l'ex segretario di stato vaticano monsignor Angelo Sodano, costruita all'arrivo dell'argentino in Vaticano nel 1997 dopo aver occupato incarichi politici con il governo Menem. Sodano ha lasciato l'incarico nel 2006 ma Cacho sembra invece aver mantenute intatte alcune risorse, nonostante il fatto che il presidente peronista di centrosinistra Nestor Kirchner e il suo successore, la moglie Cristina, lo abbiano allontanato dal governo.
Il suo curriculum non si esaurisce nell'abilità a procurare udienze dal papa a personaggi dubitabili, a realizzare con successo attività di lobby, a favore della designazione di vescovi di estrema destra e vicini alla dittatura militare (1976-1983), o nel bloccare la designazione di un ambasciatore argentino presso la Santa sede (come accade in questi giorni).
L'ex ministro all'economia e candidato presidenziale Domingo Cavallo e altri politici d'opposizione già dieci anni fa indicarono in Caselli l'artefice di un'operazione di contrabbando di armi alla Croazia e all'Ecuador, una vicenda per la quale Menem finì in prigione nel 2001. Con una storica capriola che accese la furia dell'ex presidente, la testimonianza di Caselli fu la chiave perché Menem passasse un po' di tempo in galera come il capo di un'associazione a delinquere, accusa dalla quale fu assolto lo stesso anno.
Caselli si mise però sotto la protezione dell'arcinemico peronista di Menem, l'altro ex presidente Eduardo Duhalde (2002-2003). Era il tempo del que se vayan todos, la storica rivolta degli argentini nel 2001 e nel 2002, ma Caselli continuò ugualmente a sopravvivere nel backstage della politica argentina.
In ogni caso, ciò che pare non essersi mai interrotto è il patto di ferro di Caselli con il circolo mediatico, politico e imprenditoriale che ha appoggiato Menem. L'appoggio più importante, finché è durato, è stato quello di Alfredo Yabran, potente imprenditore che Menem rese potentissimo e che finì per suicidarsi nel 1998 dopo essere sfuggito a un ordine di cattura per l'omicidio del fotografo José Luis Cabezas, fatto assassinare l'anno precedente.
Grazie alle giravolte della politica, attraverso una riconciliazione e dopo essersi allontanato da Duhalde, Caselli - designato «Gentiluomo di Sua Santità» - fu la chiave perché Menem riuscisse a trovare un introvabile posto a sedere a San Pietro in occasione dei funerali di Giovanni Paolo II.
Altri dettagli del suo foglio di servizio segnalano che nel 1999, per zittire il vescovo Rafael Rey, Caselli lo chiamò e gli offrì denaro in cambio di silenzio (lo rivelò lo stesso sacerdote dopo il pensionamento).
Tanto prestigioso passato non finisce qui. La giornalista Olga Wornat indica che Cacho sarebbe stato consigliere degli ex dittatori Roberto Viola e Reynaldo Bignone, negli oscuri anni delle desapariciones in Argentina.
Caselli competerà per un seggio al senato, tra gli altri, con l'imprenditore Luigi Pallaro, indipendente di centrodestra che nella passata legislatura appoggiò invece Romano Prodi e che adesso si è avvicinato a Berlusconi, e la candidata di centrosinistra Mirella Giai, oriunda della città di Rosario, altro grande distretto argentino con presenza italiana.

Il Manifesto 14 Marzo

***

Italiani all'estero
Urne e manganello, ticket di Pallaro: un ex picchiatore e un indagato
El senador italo argentino candida il neofascista Stefano Andrini, condannato nel 1989
Giacomo Russo Spena

Se Berlusconi candida fascisti e collaborazionisti dei generali argentini, el senador non è certo da meno. Torna ai vecchi amori, Luigi Pallaro, «el hombre vertical», il vecchio amico del repubblichino Mirko Tremaglia. Senza più freni, dopo essersi finalmente liberato dell'ala più progressista incarnata dal suo ex capolista alla camera nel 2006 Ricardo Merlo che oggi corre da solo in competizione col centrosinistra, il potente leader dell'imprenditoria italoargentina presenta nelle sue liste un ticket da brivido: Stefano Andrini e Adriano Bonaspetti, anime nere di Porto Alegre, Brasile. Nei loro siti si indica di votare il primo alla camera e il secondo al senato.
Adriano Bonaspetti, 73 anni, in Sud America viene chiamato «Malaspetti». Presidente del Comites (Comitato italiani residenti all'estero) locale, è indagato nello stato di Rio Grande do Sul per frode, essendo accusato di aver ottenuto con l'aiuto di un complice francobolli acquistati dal parlamento brasiliano ad uso esclusivamente interno, e di averli utilizzati durante la campagna elettorale del 2006.
Ma è Stefano Andrini la figura più nera con un curriculum che si caratterizza per la contiguità negli ultimi 20 anni con l'estrema destra nostrana. Si fa paladino degli italiani all'estero avendo la doppia cittadinanza - ha sposato una brasiliana - anche se la maggior parte del tempo lo trascorre a Roma. Pallaro è un mezzo per arrivare in parlamento. Andrini inizia presto la sua attività politica, in compagnia sempre del gemello Germano. Nella metà degli anni '80, giovanissimi, bazzicano «Fuori dai banchi», un collettivo - e nome di una trasmissione di Radio Onda Rossa - vicino agli studenti dell'Autonomia Operaia. Da lì vengono allontanati, come ricorda un «compagno», «per l'eccessiva violenza e per la loro ambiguità». Dal 1988 i gemelli iniziano a frequentare il neonato movimento skinhead d'estrema destra che va alla riscoperta dei valori nazisti. La polizia nello stesso anno segnala un loro fermo nella cittadina tedesca di Wunsiedel, in occasione di una commemorazione a Rudolf Hess, delfino di Hitler. A Roma frequentano i naziskin di Piazza di Spagna e le aggressioni a migranti e «zecche» diventano routine. Il 10 giugno 1989 esagerano: insieme ad altri aggrediscono fuori il cinema Capranica a suon di spranghe di ferro due ragazzi, Andrea Sesti (che andrà in coma) e Giannunzio Trovato. Identificati, gli Andrini vengono subito denunciati ma, mentre viene avviata l'inchiesta giudiziaria, riescono a lasciare l'Italia e a recarsi in Svezia. Vengono estradati dopo 3 mesi e condannati a 4 anni e 8 mesi per tentato omicidio e lesioni aggravate. Tra condizionale e sconto di pena, in carcere ci staranno poco tempo.
Usciti la loro condotta non cambia. Si avvicinano prima alla componente skin del Movimento politico, gruppo fondato da Maurizio Boccacci, e poi militano in Alternativa nazionalpopolare di Stefano Delle Chiaie, la destra elitaria dello «spiritualismo evoliano». Si vocifera che in questi anni Stefano Andrini abbia anche «visitato» la Croazia per dar man forte ai «nazionalisti» Ustasha. Nel 1994 poi diventa caporedattore del giornale di Della Chiaie «Spina nel Fianco», non smettendo mai comunque di ripudiare lo scontro. Nello stesso anno infatti insieme a Germano attacca a suon di sassi un'iniziativa universitaria dei collettivi di sinistra. I due gemelli vengono denunciati per violenza aggravata e durante la perquisizione della loro abitazione la polizia trova una pistola calibro 22 oltre a varie materiale inneggiante al fascismo. Da quel momento spariscono dal giro politico. D'altra parte si attenua l'attività di tutta l'estrema destra. Stefano Andrini ricompare nel 2000 al fianco di Tremaglia, lavora per lui fino al 2006. È un'"altra persona", ma fino a un certo punto. Il sito degli ultras di destra della Lazio Irriducibili è intestato a suo nome: Stefano è stato membro della polisportiva romana Luditur, che gode della nomea di squadra fascista capitolina. Insomma, in caso venisse eletto ci sarebbe un neofascista in più in Parlamento.

Il Manifesto 14 Marzo

***
VOI SIETE QUI
Il voto a perdere del caimano
Alessandro Robecchi


Tutte le mattine Silvio Berlusconi si alza, si pettina, si veste, e poi comincia a girare in tondo elaborando febbrilmente una nuova mossa per perdere le elezioni. Barzellette sui precari, arditi e condannati in lista, il trionfale ritorno in Iraq, eccetera eccetera: quei cinque-sette punti di vantaggio che ancora mantiene lo preoccupano molto. Non si può negare che abbia un naso: in Inghilterra e in America le banche scoppiano come pop-corn, la questione salari non è più rinviabile, la recessione incombe, la Borsa fa schifo e si preparano anni incazzosi. Intollerabile. Berlusconi che pronuncia la parola «sacrifici» è come Briatore che si fa francescano, ridono tutti e guardano in giro dov'è lo champagne. La sua modalità è univoca, è il sorriso perenne, il sole in tasca, il «pane e figa per tutti». Se mi diventa triste, pover'uomo, è la fine. Un pareggio, invece, gli consentirebbe di fare quello che fanno i padroni italiani: socializzare le perdite, cioè dividere tutte le rogne con un socio democratico, che si sentirà miracolato e pronto a tutto; e privatizzare i profitti, la Gasparri, il conflitto d'interessi e magari prendersi pure i telefonini e il Quirinale. Se questo è lo scenario, direi che con il mio voto «utile» sono chiamato comunque a votare per Berlusconi, non più nella modalità «feroce caimano», ma in quella più soft di «responsabile statista». Non so dire quella che fa più ridere, ma posso chiedermi, scorrendo le liste del Pd, quali forze bilancerebbero in caso di pareggio lo strapotere berlusconiano. Calearo? Colaninno? Un'istantanea di Pietro Ichino mentre manganella l'articolo 18? La lotta, comunque, sarà senza tregua: perdere quei pochi punti di vantaggio è oggi per Berlusconi un obiettivo essenziale per non trovarsi da solo come un pinguino su un iceberg che si scioglie, al centro dello scontento generale, in piena crisi economica. E' vecchio, sa che arrivano tempi duri e vorrebbe una badante, foss'anche democratica, accanto a lui, al governo.

Il Manifesto 16 Marzo

***

Parabole
Adriana Zarri


Non sono errori, sono orrori o, a voler essere buoni, diciamo che sono termini ineleganti o desueti o addirittura volgari ma, talora, anche efficaci come il verbo «fottere». O l'aggettivo «fasullo», non volgare ma decisamente brutto che io mai userei. Poi ci sono i neologismi. "Inestetismo", ad esempio, usato di solito al plurale e al femminile, per indicare, nelle donne in ispecie, atti poco eleganti: cellulite o cose simili, esteticamente negative: inestetismi, appunto: un termine, come già detto, nuovo che bisogna cercare nei vocabolari moderni, modernamente aggiornati.
Il reverendo Ferrara
Dei cosiddetti «atei devoti» io sono solita dire che abitualmente sono molto atei e poco devoti. Ma c'è chi, più illuso, più buono e più generoso di me, pensa che siano poco atei e molto devoti, tanto da invitare uno di loro a inaugurare l'anno accademico di una facoltà pontificia. Si tratta di Giuliano Ferrara, al quale è stato affidato appunto l'incarico di aprire l'anno accademico dell'Istituto di Scienze religiose Redemptor Hominis, collegata alla pontificia facoltà teologica dell'Italia meridionale, presso l'Auditorium del seminario arcivescovile (più sacri ed ecclesiali di così davvero non si può). Cosa che il nostro devotissimo ateo ha puntualmente fatto alla presenza bene augurante del vescovo locale che speriamo, se non ateo, almeno devoto.
La cosa ha dell'incredibile né mai la crederemmo se non l'avessimo letta su un organo di stampa degno di fede. Naturalmente tanta generosità di organismi sacrali è dovuta alla ben nota posizione del Ferrara in ordine all'aborto: tanto vale il fanatismo di chi altro non vede, nello sterminato universo della fede.
Il fatto strano (ma non poi tanto poiché il fanatismo riduttivo è assai frequente) ha stupito non pochi tanto che, ad accogliere Ferrara, oltre al benigno vescovo, c'era anche un meno benevolo striscione con su scritto «dio ci salvi da Ferrara». Al che noi aggiungiamo dio ci salvi altresì dagli amici di Ferrara.
Camice nere
L'Unità, a proposito di certi atteggiamenti di Berlusconi, ferocemente scrive: «Berlusconi mette la camicia nera», il che mi richiama alla memoria il costume edificante di alcuni fedeli del ventennio che, fascisti anche dopo morti, si facevano seppellire con la camicia nera.
Io, che fascista non sono, se pur volessi, non potrei proprio seguire quell'esempio per il semplice ma determinante motivo che non dispongo di camice nere. Ho invece camicette allegramente colorate e allegramente decorate con eleganti disegni. E per la mia sepoltura, se mi è consentito citarmi, ho scritto: «Non mi vestite di nero/ è triste e funebre./ Non mi vestite di bianco / è superbo e retorico/. Vestimenti a fiori gialli e rossi/ e con ali di uccelli». (Tu, Edizione Gribaudi). Questa è una poesia ed ovviamente non obbliga nessuno: vestitemi come volete ma non con la camicia nera e nemmeno con un vestito troppo scuro e funereo e tra le mani, non il pio rosario ma sul petto la Bibbia.
Auguri
Oggi è la domenica delle Palme che, dalle nostre parti, sono sostituite dagli ulivi: fronde verdi e argentate in armonia con la resurrezione che cade, provvidenzialmente, in primavera. E, il previsione della festa più solenne dell'anno, non mi resta che augurarvi buona Pasqua.

Il manifesto 16 Marzo

***

Zoom
L'Albania, un paese polveriera
Tommaso Di Francesco


La metafora corrente per descrivere i Balcani è quella della polveriera. «La polveriera» è il titolo del bellissimo film del regista jugoslavo Paskaljevic. Stavolta, con questo disastro in Albania, non c'è metafora ma solo cronaca. Lo chiamano «incidente», e sorprende se si pensa alla vastità dell' «incidente», alla prevedibilità, alla grande quantità di armi stoccate. E al pericolo rappresentato per i civili.
Gli stessi che solo 11 anni fa dentro quel deposito forse erano perfino entrati per fare quello che facevano tutti. Cioè prendere le armi abbandonate dall'esercito che disertava e si rifiutava di sparare sulla popolazione in rivolta contro la truffa economica delle Piramidi finanziarie che promettevano ricchezza in poco tempo. Obiettivo della rivolta era Sali Berisha che quelle Piramidi aveva avallato politicamente. Lo stesso che, tornato al potere come primo ministro, ha dato ieri allarmato i primi resoconti ufficiali sull'evento. Nei giorni del marzo-aprile 1997 con poche decine di dollari si potevano acquistare un Rpg cinese e proiettili da mortaio in buono stato, due o tre kalashnikov, mine anticarro cinesi e russe, pistole cinesi e russe a non finire. Una bomba a mano valeva cinque dollari. La moneta vera nel 1997 erano le armi, giravano in quantità industriale e servivano ad essere riciclate politicamente. Infatti sarebbero servite più a nord e a nord-est per le milizie dell'Uck in Kosovo e in Macedonia, e insieme a definire nuove strutture armate e parallele ufficialmente in appoggio all'irredentismo albanese nei Balcani, in realtà a portata di mano delle mafie locali e delle lotte di potere. Berisha, intanto cacciato dal potere, solo un anno più tardi si avvalse proprio di quelle armi per tentare un assalto golpista a Tirana.
E' la polveriera balcanica che, anche con l'input occidentale, vive senza sosta nell'alternarsi tra armi del recente passato e quelle del prossimo futuro. Aveva cominciato Enver Hoxha al cui periodo apparterrebbero i residuati esplosi ieri. La crisi albanese da allora è sempre stata esplosiva: la crisi di Corfù negli anni '46-'47, con le mine nello stretto davanti alle coste albanesi della fascinosa Saranda e poi il tentativo maldestro angloamericano di puntare su basi albanesi anche per risolvere la crisi dell'insurrezione comunista in Grecia; poi il legame con Stalin e la rottura con Tito che con Stalin, invece, aveva rotto. Processi fondativi che producono il profondo isolamento albanese che probabilmente pesa ancora adesso. Tirana, avamposto stalinista minacciato da sud dalla Grecia della Nato, da nord dalla Jugoslavia, e dal mare aperto che porta alle basi atlantiche in Italia, si chiude in una morsa di cemento e armi. Nel timore, non sempre pretestuoso - come prova il resto della carlinga di un aereo spia americano abbattuto, conservato ancora a metà anni Novanta nella torre di Argirokastro - di provocazioni e attacchi militari. L'isolamento e l'assedio come ossessione e forma del potere. Parte negli anni Sessanta-Settanta la forsennata costruzione di una miriade di decine di migliaia di piccoli bunker. Prima arrivano armi russe, poi Enver Hoxha guarda alla Cina, e arrivano armi cinesi. Infine è rottura anche con Pechino, pare proprio di fronte alla richiesta di armi sempre più sofisticate, anche atomiche. Chu Enlai dirà un secco no. Fino all'uscita di scena di Hoxha nell'85 e al crollo della piccola fortezza albanese nel 1990. Dopo la parentesi «socialista» di Fatos Nano, le fughe dei disperati per mare respinti dalla Marina militare italiana, ora Sali Berisha governa aprendo i depositi di armi e i soldati albanesi ad un riutilizzo, pronta cassa, per le missioni militari dell'occidente. «Siamo pronti a partecipare a interventi ovunque», ha dichiarato il neo e vecchio premier. Così, con nuovi depositi di armi e addestrati di tutto punto da ufficiali italiani e americani, i militari di Tirana stanno in guerra in Iraq e in Afghanistan (non ancora in Kosovo, sarebbe troppo... esplosivo).

Il Manifesto 16 Marzo

***

La Chiesa al suo posto
Rossana Rossanda


Che campagna elettorale! Poche idee, bassezze, graffi, scuse, perfino Vespa si annoia. Nel Popolo della Liberta gli slogan di sempre sono pieni di disprezzo per l'avversario. Berlusconi aggiunge una prudente allusione ai tempi difficili che verranno - recessione, euro troppo alto, petrolio alle stelle - per cui (ma non lo dice) si stringerà la cinghia. Invece Veltroni gioca la carte delle buone maniere anche se ieri gli è sfuggito un «chi vince comanda», a prova che della democrazia hanno la stessa idea.
Lui però non mette in guardia dalle imminenti vacche magre: macché pericoli provenienti dall'esterno, sono state la sinistra e i centro-sinistra a sbagliare tutto, facendosi legare le mani dalla nefasta ideologia che contrapponeva padroni e operai, proprietari e spossessati, beni privati e beni pubblici. Usciamo da questa paralizzante menzogna! Lo pensa anche Galli della Loggia. Passate le redini in mani più giovani e refrattarie alle fantasie sociali l'Italia rifiorirà.
Bankitalia e l'Ocse informano che abbiamo in Italia i salari più bassi dell'Europa, neanche la Grecia, ma solo Bertinotti raccoglie. Gli altri tacciono perché la Banca Centrale Europea comanda: guai ad alzarli, i salari, sarebbe l'inflazione. I salariati non hanno da fare che una cura dimagrante in attesa di tempi migliori.
Eppure all'aeroporto mi hanno avvicinato due giovani, due facce pulite: Questo Veltroni, quale speranza per noi! E lei che ne pensa? Rispondo ridendo: Il peggio possibile. Sorpresa. Li guardo, due ragazzi cui il leader rinnovatore, le playstation e la tv assicurano che viviamo in un mondo senza conflitti, eccezion fatta per l'amore, la mafia e il terrorismo islamico. Che strada in salita li attende per rimediare alla devastazione di quel minimo di critica dell'economia e di spessore democratico cui eravamo arrivati. SEGUE A PAGINA 2
Non penso agli estremisti, ma a uno come Caffè, uno come Bobbio, miti persone serie, anch'esse consegnate da Silvio e Walter alle pattumiere della storia.
Non stupisce che nella generale piattezza tornino a brillare le religioni con i loro lampi lontani, ma la vicina tentazione di una nuova egemonia. Non tutte, intendiamoci, da noi si agita la chiesa cattolica apostolica romana, cujus regio ejus religio. Ratzinger parla dallo schermo ogni due giorni più la domenica, negli altri predicano i cardinali Bertone e Bagnasco. Degli altri culti approda in tv solo il Dalai Lama, ma perché perseguitato dalla Cina. Non ci arrivano le sue parole. Non la sapienza dell'ebraismo, non quella dei protestanti: la comunità ebraica italiana si fa sentire solo in politica, i secondi sono avvezzi a essere ignorati.
Silvio e Walter e Casini omaggiano più di ogni altro il Sacro soglio, ma con il ritorno del sacro hanno frascheggiato tutti. Politici e filosofi, maschi e femmine pensanti. Adesso che se ne vedono le conseguenze, più interventismo che spiritualità, proporrei alla sinistra di mettere fra le tre o quattro priorità un bel ritorno al laicismo.
Eh sì. Si finisca di traccheggiare con «laicità sì, laicismo no». E' una distinzione inventata da poco, che in parole povere vuol dire: la Chiesa ingoi la separazione dallo stato nei termini costituzionali, purché applicata «con juicio» e con i consueti strappi sottobanco, tipo esenzione dalle tasse e accomodamenti con la scuola privata . Ma ad essa lo stato deve riconoscere la competenza sulla sfera morale e del costume. Il bieco laicismo la nega, una laicità come si deve è tenuta invece a riconoscere l'autorità del papa su questo terreno.
Io penso che questa autorità non vada riconosciuta affatto. Prima di tutto, come si può parlare di etica, di scelte morali, là dove non esiste libertà di coscienza? Mi ha sorpreso che uno dei nostri amici più colti, Massimo Cacciari, abbia definito Karol Woytila come la più alta autorità «morale» dei suoi tempi. Si può parlare di fede, ed è vero che l'esperienza di fede può raggiungere grandi altezze, affascinanti, tragiche. Si può ammettere che sono spesso legati a una «rivelazione» gli squarci sapienziali che intemporalmente ci parlano. Ma fede e sapienzialità implicano una obbedienza che mette duri limiti al sapere critico e ai suoi strumenti, senza i quali non si darebbero né la modernità né un pensiero scientifico e tanto meno politico. Tanto più che a imporre limiti e veti sono le chiese, strutture del tutto terrestri e facilmente prevaricanti. Non hanno persuaso per secoli che il potere terreno fosse la mera proiezione della gerarchia teologica? Non a caso la rivoluzione francese è dovuta passare attraverso l'uccisione del re, autorità che si forgiava su quella celeste e ne era consacrata.
Dalla secolarizzazione la chiesa cattolica apostolica romana non si è mai rimessa. Spento Giovanni XXIII è stato tutto un lento rimuovere quel che ad essa concedeva il Vaticano II. Con Ratzinger la rimozione è diventata precipitosa. Specie in Italia non deflette dal riguadagnare terreno. E' ridicola l'argomentazione che si fa perché il Vaticano ha la sua sede nel nostro paese. In realtà qui ha sede la classe politica borghese più cedevole d'Europa. Il Vaticano neppure tenta in Francia una incursione sulle leggi del 1905 (che sarebbero di utile lettura ai nostri politici) e Zapatero ha messo un alt secco al tentativo di intervenire sulle elezioni in Spagna. Da noi i governi ritirano le leggi appena i vescovi vi mettono il becco.
La vicenda dei rapporti italiani fra stato e chiesa è fin paradossale. Il fascismo ha fatto il Concordato nel modo più cinico: nelle scuole elementari si cominciava con una preghiera ma poi si propinava in tutte le salse una paganissima romanità. Dopo il 1945, il Concordato sarebbe stato abolito se il miscrendente Togliatti non avesse scelto di lasciarlo in piedi per timore di una guerra di religione che isolasse i comunisti, e fu un errore, la guerra ci fu lo stesso, i comunisti furono scomunicati. Sarebbe stato il cattolico De Gasperi ad arginare le velleità integraliste di Gedda, cosa che Pio XII non gli perdonò. Sempre paradossalmente fu Craxi, primo ministro socialista, a confermare e rimaneggiare il Concordato, mentre il credente e praticante Scalfaro fu l'ultimo presidente della repubblica a non inchinarsi al santo soglio. Poi c'è stato il diluvio. Alla morte di Karol Woytila, un capo di stato dietro l'altro finirono in ginocchio, mentre i leader dei partiti di sinistra scoprivano di essere andati a scuola dai salesiani. L'Opus Dei usciva con fragore alla luce dalla clandestinità e la signora Binetti transitava direttamente al Partito democratico.
Ecco dunque una bandiera da raccogliere da parte di una sinistra che voglia restare una cosa seria. Raccogliere bandiere lasciate cadere da qualcun altro ha un suono un po' sinistro, ma afferrare quelle sventolate della chiesa cinguettando con i vescovi è una patente regressione. Fino al ridicolo. Come definire altrimenti la decisione del comune di Roma di non celebrare unioni se non eterosessuali perché il Sacro Soglio è collocato sul suo territorio? Come lasciare che i vescovi mettano il veto a una legge del parlamento sottoposta a referendum senza invitare il Vaticano a restare al suo posto? Come assistere senza aprir bocca ai ripetuti tentativi di questo o quel primate di resuscitare il Non Expedit? Se è un affare interno della Chiesa affossare passo a passo il Vaticano II, umiliando una grande speranza dei credenti, sarà bene un affare interno dello stato legiferare senza interferenze sulla famiglia, sulla sessualità, sulla riproduzione, sul diritto di morire con dignità. Da questi terreni che ineriscono alla più intima libertà anche lo stato dovrebbe ritrarre il piede, rispettando le scelte della persona, e prima di tutto quella delle donne, da sempre ossessione e bersaglio d'una chiesa tutta maschile. Una grande mutazione sta venendo da esse e ne esce mutata anche la concezione della vita e della morte - uno stato moderno, attento, prudente segue questa evoluzione non lascia alla Chiesa di emettere una fatwa alla settimana. Certo, bisogna che abbia un'idea di che cosa sia un'etica pubblica, quella che matura discutendone in libertà e responsabilità, alle soglie del terzo millennio. Ma di questo i leader del «paese normale» non hanno cura.
Loro hanno i «valori». Meno stato più mercato per i beni, meno repubblica più Vaticano. I «valori» di Berlusconi, quelli di Veltroni, quelli di Casini, quelli di Emma Mercegaglia, quelli del cardinal Bagnasco. Se ne fa un gran parlare. Un «valore» accompagna ogni vassallata, ogni porcheria. Se mi si permette (e anche se non mi si permette), molti di noi ne hanno abbastanza. Inciampiamo a ogni passo in valori di latta, mentre si torna a guardare con più disprezzo che un secolo fa alla vita e alla libertà di chi lavora nel frenetico accendersi e spegnersi di migliaia di imprese senza regole. Assimilati ormai ai poveri, cui si deve al più un briciolo di compassione.
Se non è declino morale questo, travestito da affidamento ai principi della Borsa, della Confindustria e di oltretevere, la ragione non ha più corso.

Il manifesto 17 Marzo

***

Hu resta presidente e Wen premier ma l'Assemblea del popolo chiude in sordina: tutti guardano a Lhasa
La jella di Jintao, sempre un Tibet di troppo
Angela Pascucci


Hu Jintao, il capo dell'attuale leadership cinese, se lo ricorda ancora bene il Tibet. Un incubo. Il Partito ce lo spedì nel 1988, dopo che il precedente segretario del Pcc, Wu Jinghua, aveva gettato la spugna, causa altitudine. Un peccato, visto che godeva di buona reputazione anche tra i tibetani, anche perché non era di nazionalità Han ma Yi e portava avanti politiche di maggiore apertura amministrativa. Era il 10 dicembre, e Hu aveva appena finito il passaggio delle consegne nel Guizhou, quando Lhasa fu scossa da una rivolta che provocò la morte di un monaco e il ferimento di 13 persone. Non finì lì. Il 28 gennaio la morte del Panchen Lama scatenò una serie di sollevazioni che durò per tutti i primi tre mesi dell'anno. Quando la seconda autorità spirituale tibetana morì, pochi giorni dopo un incontro con lo stesso Hu Jintao nel corso del quale aveva espresso insoddisfazione verso la politica cinese in Tibet, si sparse la voce che era stato avvelenato. Una bella grana, soprattutto per chi, appena arrivato, non era ancora preparato a gestire una simile crisi. Era il primo segretario di partito senza background militare a governare l'indocile regione, e al suo arrivo mancava di un'affidabile rete di relazioni e consiglieri il gli rese ancor più coplicato risolvere efficacemente la situazione di tendione. Ai primi di marzo massicce manifestazioni riempirono le strade della capitale, con barrricate e assalti ai negozi dei cinesi . Tre giorni di fuoco, nel corso dei quali tra 40 e 130 tibetani (ancora una volta le stime variano a seconda delle fonti, furono uccisi dalla Polizia Armata del Popolo. La situazione ebbe una svolta solo il 7 marzo quando, su ordine di Pechino, fu un subordinato di Hu, il presidente del governo locale, a decretare la legge marziale a Lhasa, secondo quanto raccontano Bruce Gilley e Andrew Nathan (in «China's New Rulers: the Secret Files», New York Review Book). Hu Jintao confidò allora ad un amico di essere molto pessimista riguardo al suo futuro politico. Evidentemente la prova tibetana così male non andò. Forse anche perché, non sostenendo i malesseri dell'altitudine, il futuro capo dei capi passava metà dell'anno a Pechino, in consultazioni coi suoi potenti protettori.
L'incubo si ripete oggi, per la leadrship cinese, in un anno in cui tutto «doveva» andare per il verso giusto e invece sembra che tutto stia andando a rovescio. D'altra parte a gennaio, come racontava ieri il South China Morning Post, il premier Wen Jiabao confidandosi a un gruppo ristretto di suoi fedeli consiglieri lo aveva preanunciato: quest'anno sarebbe stato «critico» per la Cina.
Così è stato, come forse neppure Wen si aspettava. E non sembra ancora finita. Sommersa dai tumulti tibetani l'Assemblea nazionale del Popolo si sta chiudendo a Pechino, nell'indifferenza generale. Come previsto, ha rieletto per altri cinque anni l'attuale leadership: Hu Jintao resta presidente e capo della Commissione militare centrale, Wen Jiabao è confermato premier. I loro vice, destinati a succedergli alle massime cariche nel 2012 sono rispettivamente Xi Jinping e Li Keqiang, che dovranno adesso dare prova di se stessi. Il primo è stato nominato «zar» delle Olimpiadi: dovrà vegliare che tutto vada per il verso giusto. Il secondo affianca il premier nel momento forse più difficile che questi vertici abbiano mai dovuto affrontare. Non che l'89 fosse rose e fiori, come dimostrò la sollevazione di Tian'Anmen. Ma oggi è davvero ardua, tra un'economia che appare fuori controllo, l'incertezza delle sorti globali appese a una delle recessioni più serie che abbiano mai colpito gli Stati uniti, un'inflazione record all'8,7% che semina incertezza e paura fra i cinesi e difficilissima da governare.
La rivolta tibetana non poteva arrivare in un momento peggiore.

Il manifesto 18 Marzo

***

L'orco
Daniele Luttazzi


Dalla premessa che l'embrione è vita umana, l'Orco inferisce che l'aborto è omicidio e quindi va sospeso in tutto il mondo. A nulla vale ricordargli che l'aborto è moralmente giustificato quando in gioco c'è la salute della madre o l'embrione è gravemente malato; e che comunque spetta alla madre decidere: l'Orco si dice d'accordo con la 194, ma insiste (ci sono le elezioni) con gli effetti truculenti di cui è maestro. Per persuadere il lettore che la guerra in Iraq era giusta non esitò a pubblicare sul suo Foglio quattro pagine a colori di foto di ostaggi decapitati dai terroristi di Al Qaeda, anche se Saddam e l'Iraq non c'entravano nulla con Al Qaeda, e i terroristi che tagliavano teste erano la conseguenza di quella guerra. Grand Guignol retorico: dice che le donne non sono assassine (e intanto lo implica); accosta la pena di morte all'aborto (un deja vu che ha una sua ironia tragica: all'Onu, questa strumentalizzazione fu usata da sei stati per opporsi alla moratoria della pena di morte. Erano Egitto, Libia, Iran, Sudan, Usa e Vaticano! ); si augura di avere la sindrome di Klinefelter (e chiede a sua moglie di pregare affinchè gli esami clinici lo confermino, una richiesta che è tutta una poetica); invoca che tale sindrome sia cancellata dalla lista delle malattie che giustificano l'aborto (non c'è mai stata nessuna lista del genere); vuole seppellire i feti abortiti (che però non sono persone, e infatti la Chiesa non li battezza); affigge in tutt'Italia manifesti con la scritta «Abortisce per un reality» (notizia falsa ); si atteggia a convertito (ma un convertito senza carità è solo un inquisitore che sorveglia e punisce); fa una similitudine impropria fra libertà delle donne e demografia coatta in Cina (in realtà questa è contro quella); si supera col paragone osceno fra aborto e Shoah. Insomma una provocazione continua, un insistente marchiare con infamia. Poi si offende se lo contestano ai comizi, che sono il suo piccolo teatro dell'atroce (l'obbrobrio come anatomia politica: frugare nel corpo delle donne, disarticolarlo, ricomporlo, è al contempo un rituale di supplizio e una tecnica di potere). Infine trabocca: «Sulle porte delle cliniche abortiste dovrebbe esserci lo slogan 'Abort macht frei' così come all'ingresso di Auschwitz c'era scritto 'Arbeit macht frei'». E qui un lettore gli dà del fesso: aborto in tedesco si dice abtreibung. «Abort macht frei» significa «La latrina rende liberi». Lo ritrovo dove l'avevo lasciato.

Il manifesto 19 Marzo

***

Il ginepraio tibetano radice antica della rivolta
Dal VII secolo a oggi i tibetani hanno percepito la Cina alternativamente come antagonista o protettrice, ma la convivenza è sempre stata difficile, talvolta tragica, per gli errori delle classi dirigenti
Erberto Lo Bue


La rivolta tibetana in corso è un po' diversa da quella del 1989 e coinvolge ampi strati della popolazione laica. Non è interpretabile come un evento orchestrato dal governo del Dalai Lama e impone una riflessione storica. Dal VII sec. d.C. a oggi i tibetani hanno percepito la Cina alternativamente come paese antagonista o protettore. In epoca monarchica i tibetani si scontrarono con i cinesi per il controllo della Via della Seta e i trattati di pace fra i due paesi furono suggellati da matrimoni di sovrani tibetani con principesse cinesi, due delle quali svolsero un ruolo importante nella prima diffusione del buddhismo in Tibet. L'interesse tibetano per altri aspetti della cultura cinese - astrologia, geomanzia, medicina, abbigliamento e anche cucina, per citarne alcuni - risale a quel periodo. A partire dall'VIII sec., tuttavia, il principale punto di riferimento culturale dei tibetani divenne l'India, dalla quale avevano derivato la scrittura e in cui riconobbero l'origine della religione da essi adottata, e da cui ereditarono anche parte delle loro conoscenze mediche e astrologiche attraverso la traduzione di migliaia di testi buddhisti dal sanscrito in tibetano.

L'obelisco di Lhasa
Il riconoscimento reciproco di Tibet e Cina fu suggellato nell'821/822 dal trattato di pace inciso su un obelisco collocato di fronte al tempio del Giokhàn, a Lhasa, che recita fra l'altro: «...Sia il Tibet sia la Cina manterranno il territorio e le frontiere di cui sono attualmente in possesso. Poiché l'intera regione a oriente è il paese della grande Cina e l'intera regione a occidente è sicuramente il paese del grande Tibet, da nessun lato di questa frontiera ci saranno guerre, invasioni ostili, conquiste territoriali...». A partire dall'XI sec. cominciarono a costituirsi diversi ordini religiosi tibetani, spesso rivali fra loro, e nuovi regni, nessuno dei quali ebbe però la capacità di riunificare il paese. Monasteri e sovrani tibetani adottarono la strategia di farsi appoggiare da tribù mongole rivali fra loro o dagli imperatori della Cina contro i loro rivali tibetani, e nel XIII sec. si sottomisero alla dinastia mongola che avrebbe governato la Cina con il nome di Yuan. Nel XVII sec. l'ordine religioso capeggiato dai Dalai Lama riuscì a imporre il suo dominio su tutto il Tibet grazie all'appoggio mongolo e all'istituzione di un sistema ierocratico. Dopo il crollo della dinastia mancese - che nel 1720 aveva ridotto il Tibet a protettorato - l'aristocrazia tibetana cominciò a dimostrare interesse per l'Occidente, ma il clero si oppose a ogni apertura e nel 1923 fece chiudere la scuola inglese di Gyantsé, accusata di insegnare dottrine - le scienze - non conformi alla tradizione. Alla fine del 1949 l'Esercito popolare di liberazione iniziò l'occupazione del paese; le operazioni militari si conclusero nel marzo del 1959 con la repressione della rivolta di Lhasa, seguita dalla fuga in India e Nepal di un centinaio di migliaio di persone appartenenti a tutte le classi sociali. A quella «liberazione» seguì la Grande rivoluzione culturale proletaria, con la distruzione della quasi totalità dei monasteri e castelli, il divieto di professare la religione e la collettivizzazione forzata. Gli atti vandalici perpetrati dalle Guardie rosse nel Giokhàn di Lhasa il 26 agosto 1966 segnano convenzionalmente l'inizio della Rivoluzione culturale in Tibet, ma le testimonianze fornite dai monaci indicano che le distruzioni erano iniziate in precedenza. L'espressione occidentale «genocidio culturale» potrebbe applicarsi bene a quel periodo, non a quello attuale. La resistenza tibetana all'occupazione cinese iniziò nel Tibet orientale, ma nel 1958 vari raggruppamenti di guerriglieri si riunirono sotto un solo comando con sede nel Tibet meridionale. La Cia iniziò ad appoggiare la guerriglia tibetana, che cessò nel 1974 con lo smantellamento delle ultime basi nel Mustang, in territorio nepalese. Dopo la caduta della Banda dei Quattro la resistenza fu condotta pacificamente soprattutto da religiosi appartenenti all'ordine del Dalai Lama. La liberalizzazione del Tibet iniziò nel maggio del 1980, dopo la visita del segretario del Partito comunista cinese nella Regione Autonoma del Tibet e la successiva rimozione del segretario del Partito comunista tibetano. Da quel momento i tibetani poterono nuovamente professare la loro religione e anche studiare la loro lingua. Dall'inizio degli anni Ottanta sono stati pubblicati numerosi testi tradizionali d'argomento religioso, storico, medico, astrologico e grammaticale, ai quali si aggiungono dizionari, riviste e anche un quotidiano, tutti in lingua tibetana. La scrittura tibetana appare sulle banconote della Repubblica popolare, mentre le scritte e i cartelli in Tibet sono generalmente bilingui. Queste concessioni non hanno però significato piena libertà di parola, di stampa e di associazione. La maggior parte della gente evita di esprimere le proprie idee politiche e tace completamente su certi temi. Le contestazioni sui luoghi di lavoro e le rivolte nei monasteri vengono pacificate mediante l'invio di funzionari di partito, che costringono i rivoltosi al dialogo e alla discussione. In questo genere di incontri alcuni tibetani hanno trovato il coraggio di accusare la Cina di «imperialismo», esponendosi tuttavia a loro volta all'accusa di «separatismo», con cui viene tacciata qualunque opposizione all'occupazione cinese: per la maggior parte dei cinesi, del tutto indipendentemente dal loro credo politico, il Tibet è inseparabile dalla Cina, anche se viene percepito come un luogo esotico e spirituale, proprio come nell'immaginario occidentale, che sul Paese delle Nevi continua a proiettare le proprie fantasie, senza aiutare i tibetani a maturare culturalmente e politicamente. Questa percezione è legata al fatto che due dinastie, gli Yuan e i Qing, sottomisero effettivamente il Tibet; ma ambedue erano straniere e conquistarono la stessa Cina. Tale unità non viene comunque percepita dai tibetani, che occupano un territorio con caratteristiche etno-linguistiche, culturali, religiose, economiche e sociali del tutto particolari.

Nuova ricchezza, vecchi rancori
I tibetani contribuiscono oggi alla creazione di una nuova ricchezza e beneficiano su larga scala di innovazioni inimmaginabili prima del 1959: scuole, ospedali (anche di medicina tradizionale), strade carrozzabili, veicoli e macchinari a motore, energia elettrica, telegrafo, telefono, radio, televisione e perfino gabinetti pubblici si trovano ormai in tutte le città. Queste ultime sono state tuttavia fortemente sinizzate in seguito all'arrivo di diecine di migliaia di immigrati cinesi, percepiti dai tibetani come stranieri anche perché incapaci di parlare tibetano: eccetto coloro che beneficiano dell'attuale assetto politico, i tibetani non nutrono simpatia per i cinesi. Le autorità cinesi hanno tentato di coinvolgere i tibetani nell'amministrazione e nella trasformazione dell'economia del paese, investendo in Tibet ingenti capitali. Tuttavia i loro sforzi per conquistarsi il cuore dei tibetani non hanno conseguito il risultato politico sperato. La popolazione continua a considerare i cinesi come occupanti stranieri, e a loro volta i cinesi non capiscono e giudicano ingrato l'atteggiamento dei tibetani. La Cina riesce così a mantenere il controllo del Tibet soltanto grazie all'apparato del partito e alla massiccia presenza del suo esercito. L'invasione militare cinese - bollata da un marxista quale Bordiga come manifestazione di «conformismo nazionalcomunista» -, la distruzione della maggior parte del patrimonio culturale tibetano ad opera delle Guardie rosse e la colonizzazione cinese hanno rappresentato tre gravi errori politici difficilmente rimediabili, che hanno provocato la nascita di un moderno nazionalismo tibetano e non sono riusciti a cancellare la fede buddhista con cui tibetani si identificano da un millennio. Agli errori della classe dirigente cinese si aggiungono quelli della classe dominante tibetana, che non si mise in discussione, ma fino alla metà del secolo scorso gestì il paese come avrebbe potuto fare nel XIII sec. e non preparò il paese ai grandi cambiamenti. Così i tibetani si trovarono del tutto impreparati di fronte all'occupazione cinese. Sino a oggi il governo di Pechino è riuscito a fare amministrare il Tibet da tibetani iscritti al partito e obbedienti a pochi alti funzionari cinesi, ma non rappresentativi della maggioranza della popolazione tibetana. Dal 1959 esistono così diverse realtà tibetane, sia in Tibet sia nella frammentata diaspora tibetana, che fa capo a un governo democraticamente eletto, in India. I tibetani della diaspora si sono occidentalizzati, anche se la loro cultura è controllata dal clero, che prospera grazie anche a un forte sostegno occidentale. L'incapacità della diaspora tibetana di rinnovarsi culturalmente in senso davvero laico è dimostrata dall'assenza di un'università che faccia da contrappeso all'Università del Tibet, la quale da anni collabora con università europee e statunitensi anche attraverso lo scambio di studenti. La mancata formazione di una classe politica tibetana veramente rappresentativa, buddhista ma laica, ha ridotto le possibilità di dialogo con le autorità di Pechino, prive di interlocutori seri e carismatici, fatta eccezione per il Dalai Lama, che fortunatamente è un pacifista sincero: non chiede l'indipendenza del Tibet, ma ne auspica una vera autonomia, condanna qualunque violenza, anche quelle di parte tibetana, e non vuole che gli attuali scontri diventino un pretesto per mettere in crisi i giochi olimpici, che anche nelle intenzioni del loro ideatore non debbono diventare un'arena politica. Al di là di questo, tibetani e cinesi sembrano condannati a una difficile convivenza dai gravi errori politici commessi dalle loro rispettive classi dirigenti.

IL Manifesto 19 Marzo

***

0ra gli americani rimuovono l'Iraq
Si parla assai poco dei morti Usa, ancor meno di quelli iracheni. Si ignora la strage di generali. Silenzio totale sulle conseguenze che un lustro di sangue ha prodotto
Marco d'Eramo
Washington


Cinque anni di guerra sono tanti per gli Stati uniti: più della guerra civile (quattro anni), più della prima guerra mondiale (due anni); più della seconda guerra mondiale (quattro anni scarsi); più della guerra di Corea (tre anni). Solo la guerra in Vietnam è durata di più: almeno undici anni. Eppure quest'anniversario iracheno è ricordato in sordina, con disagio, lo stesso con cui vengono compianti i soldati morti: ormai 3.990, ottocento all'anno. È incredibile: questo paese che si gonfia di patriottismo ad ogni piè sospinto e si ammanta della bandiera a stelle e strisce in ogni occasione, evita invece a ogni costo di celebrare l'eroismo dei propri caduti, anzi li nasconde alla vista come fanno i camerieri pigri che scopando nascondono sotto il tappeto la sporcizia raccolta. È un paese che si era stranito perché qualcuno aveva osato filmare il rientro delle bare dei caduti, con un'indignazione superiore a quella dispiegata per le foto delle torture e umiliazioni di Abu Ghraib. Se non fosse tragica, sarebbe quasi comica la petulanza con cui viene evocato il costo della guerra (vedi articolo accanto). È il festival del «Quanto ci costa signora mia!». Chi piagnucoloso ribadisce: «Ci avevate promesso uno sconto!» ricordando il lungimirante slogan dei neocons, da Richard Perle a Paul Wolfowitz: «Questa guerra si pagherà da sola». Il Wall Street Journal si lamenta invece dei soldi spesi male, dei miliardi di dollari buttati dalla finestra, a forza di grafici che mostrano come in Iraq indicatori base quali la produzione di petrolio e l'erogazione di corrente elettrica non siano affatto migliorati dal 2004 a oggi. A dimostrazione che - eccettuata una pur nutrita minoranza di pacifisti convinti che discutono le ragioni stesse della guerra - la gran maggioranza degli statunitensi è invece contraria all'Iraq soprattutto perché considera che sia una guerra persa, o che - perlomeno - non si capisce in che cosa consista vincerla. Da qui l'insistenza con cui quasi tutti i mass media in questo quinto anniversario si concentrano sul « Surge », cioè sull'afflusso di rinforzi decretato dal presidente George Bush subito dopo la sconfitta elettorale del 2006, e sulla strategia adottata dal nuovo comandante sul campo, David Petraeus. Perché il Surge offre almeno una parvenza di vittoria: mentre dal dicembre 2006 all'agosto 2007 il numero di soldati americani uccisi ogni mese non era mai sceso sotto gli 85, con punte di 117, 131 e 108 in aprile, maggio e giugno, da agosto invece il declino è stato impressionante: 69 caduti a settembre, 40 a ottobre, 24 a dicembre, 30 a febbraio. Si è passati da una media di 3 morti al giorno a un morto al giorno. Ma questo calo è dovuto non tanto ai rinforzi militari quanto all'idea di Petraeus di comprare i capoclan sunniti: certo, qui si usano termini meno crudi per descrivere la strategia di Petraeus, ma la sostanza è quella: bustarelle, mazzette in tutte le varie forme, dal contante ai beni materiali, alle infrastrutture costruite dai soldati. Il punto è che il Surge era stato venduto all'opinione pubblica come un rinforzo necessario per poter pacificare la situazione e quindi, per poter ridurre gli effettivi. Invece si è entrati in un circolo vizioso, per cui i rinforzi non possono essere ritirati senza rimettere in discussione i progressi compiuti. La prima vittima di questo circolo vizioso è stata l'ammiraglio William Fallon, comandante per tutto il Medio Oriente, che chiedeva una riduzione rapida degli effettivi e (anche) per questo è stato silurato. Un'altra strage infatti di cui si parla poco è quella dei generali Usa via via dimessi: nel marzo 2003 l'invasione fu condotta dal generale Tommy Franks che però a giugno di quell'anno fu sostituito da Ricardo Sanchez spazzato via dallo scandalo di Abu Ghraib esattamente un anno dopo e sostituito da George Casey che nel febbraio 2007 è stato rimpiazzato da Petraeus: l'Iraq fa male alla carriera militare. In questo anniversario sono due però i temi di cui risalta l'assenza. In primo luogo un bilancio diplomatico e geopolitico della guerra: l'isolamento internazionale, la solitudine militare, l'allontanamento di alleati storici come la Turchia. Ma soprattutto, quel che colpisce è il fragoroso silenzio sulle centinaia di migliaia di civili iracheni morti. Senza che nessuno si chieda il perché di questo massacro. Per quale causa, a quale scopo. Magari se lo chiederanno tra cinque anni, quando sarà celebrato il decimo anniversario della guerra irachena, visto che se alla presidenza andrà John McCain, la forza d'occupazione Usa sarà ulteriormente rinforzata, mentre - se vincono o Hillary Clinton o Barack Obama - il promesso ritiro delle truppe lascerà comunque un contingente sul posto: tutti escludono un ritiro totale.

Il Manifesto 19 Marzo

***

Spese militari
Invasione da tre trilioni di dollari, costa tre volte più del Vietnam
Matteo Bosco Bortolaso
New York


Tre trilioni. Tre mila miliardi di dollari. Sarebbe questo il prezzo del secondo intervento degli Usa in Iraq, almeno secondo The Three Trillion War , il nuovo libro dell'economista Joseph Stiglitz pubblicato qualche giorno fa. «In passato si pensava che le guerre aiutassero l'economia - spiega l'autore - ma ora nessuno esperto lo crede più». A livello storico il conflitto iracheno batte quasi ogni record: dieci volte più costoso della guerra del Golfo, più del doppio rispetto a quella di Corea e del primo conflitto mondiale, tre volte di più del Vietnam. Solo la seconda guerra mondiale sarebbe costata di più: 5 trilioni di dollari. Ma secondo l'economista, ex dell'amministrazione Clinton e della Banca Mondiale, si potrebbe facilmente arrivare anche a quella cifra, perché i tre trilioni del titolo del suo saggio si basano «su stime molto al ribasso». «La guerra ha avuto soltanto due vincitori - scrive Stiglitz in un articolo pubblicato domenica scorsa - le compagnie petrolifere e le aziende di contractor per la difesa (come la Blackwater, responsabile di uccisioni indiscriminate)». L'altro ieri Hillary Clinton, affrontando la questione irachena e attaccando sia il rivale nel partito Barack Obama sia il candidato repubblicano John McCain, ha puntato proprio sull'argomento costi. «È in gioco la nostra sicurezza economica», ha detto, aggiungendo che a suo parere il prezzo finale potrebbe essere di un trilione di dollari. La mirabolante cifra del libro di Stiglitz, però, conteggia non solo i costi diretti come le spese sanitarie per i soldati o gli arsenali, ma anche spese sociali e macroeconomiche. Finora il Congresso ha stanziato almeno 500 miliardi di dollari per la guerra in Iraq. L'ufficio per il budget del Congresso ha dichiarato che entro il 2017 le spese per Iraq e Afghanistan oscilleranno tra 1,2 e 1,7 trilioni di dollari. Il settimanale The Nation ha dedicato all'argomento la copertina, che raffigura il George Washington della banconota da un dollaro con il volto pieno di bende per curare le ferite della guerra. La rivista annota che soltanto i fondi usati nel 2007 - cioè 138 miliardi di dollari - avrebbero potuto pagare l'assicurazione sanitaria Medicaid ai 45 milioni di americani che non ne sono in possesso. Secondo i calcoli degli autori della cover story, Robert Pollin e Heidi Garrett-Peltier, entrambi esperti di economia dell'università del Massachusetts, con quei soldi si potevano aprire 400 nuove scuole, assumere 30 mila insegnanti e ristrutturare 1,6 milioni di case, riducendo il consumo energetico del 30 percento. «Se una recessione è probabilmente inevitabile - continuano i due studiosi - la sua durata e le sue conseguenze dipenderanno dall'efficacia delle iniziative del governo. Con largo margine, il più grande stimolo sarebbero maggiori progetti di investimento pubblico, specialmente a livello statale e locale. Lo stimolo fiscale meno efficace, invece, è quello preparato dall'amministrazione Bush e il Congresso, che consiste sostanzialmente nel mandare assegni di rimborso a chi paga le tasse». Più di cinque anni fa, prima dell'intervento in Iraq, Larr y Lindsey, consulente dell'amministrazione disse che i costi della guerra sarebbero oscillati tra i 100 e i 200 miliardi di dollari. Nel gennaio 2003 il Pentagono e la Casa Bianca, per non incorrere nelle ire del Congresso, limarono il prezzo a 50, 60 miliardi. Cifre distanti dai tre trilioni di dollari di Stiglitz. Che cosa pensa ora l'amministrazione? «Dobbiamo chiederci - risponde la portavoce della Casa Bianca Dana Perino - quale sarebbe il costo del rimanere a non far niente o di andare via non pronti a farlo, nel senso che l'Iraq deve essere sicuro e non rifugio per al Qaeda e che l'Afghanistan non deve ricadere nelle meni dei talebani». «C'è stata una resistenza attiva nell'amministrazione di pensare agli impatti di lungo termini della decisione di invadere l'Iraq - ammette un altro professore di Chicago, Steven Davis, ora consulente di McCain - e il problema non è stata solo l'amministrazione. Il Congresso non ha fatto il suo lavoro. Buona parte della stampa nemmeno».

Il manifesto 19 Marzo

***

Messico, giù le mani dal petrolio Piazza piena contro la privatizzazione
La Pemex compie 70 anni: fu nazionalizzata negli anni '30, ha salvato più volte il paese. Il presidente Calderon vuole privatizzarla per risarcire gli Usa del loro appoggio, la sinistra torna a riempire la mega-piazza della capitale
Gianni Proiettis
Città del Messico


Lo Zócalo si è riempito di nuovo, martedì, di quello che una volta si chiamava il popolo e oggi più educatamente la società civile, per commemorare il settantesimo anniversario della nazionalizzazione degli idrocarburi, la storica expropiación petrolera del 1938, e respingere i piani privatizzatori dell'attuale governo.
Simbolo contemporaneo di riscatto e fierezza nazionale, oggi nella mira dei neoliberisti d'assalto, Petroleos Mexicanos (Pemex) è la terza compagnia petrolifera per produzione di greggio al mondo, dopo la Saudi Aramco e l'iraniana Nioc. Questa parastatale, che impiega 138mila lavoratori e riesce a estrarre più di tre milioni di barili al giorno, è tradizionalmente utilizzata come il «porcellino» del governo. Anzi il porcellone, visto che i 100 e rotti milardi di dollari all'anno che fattura finiscono per la maggior parte nelle casse dello stato e ne finanziano il funzionamento, sprechi e corruzioni comprese. Una gallina dalle uova d'oro che ha salvato il paese da abissi economici come quelli dell'Argentina o di altri paesi latinoamericani, ma che non si salva dai piani di liquidazione della squadra neoliberista - friedmaniani in economia e papisti in politica - attualmente al governo.
L'opposizione al disegno governativo, convocata da Andrés Manuel Lopez Obrador all'insegna della sovranità e della difesa del patrimonio della nazione, si è concretizzata invece in uno Zócalo pieno come ai tempi delle proteste contro la frode elettorale del 2006.
E' dal dopoguerra di Enrico Mattei che la parola «privatizzazione» ha cominciato ad essere sostituita, in campo energetico, da eufemismi più tranquillizzanti come alleanza strategica, immissione di capitali, innovazione tecnologica.
Oggi, il pendolo della privatizzazione energetica sembra essere sulla via del ritorno: i primi esempi di rinazionalizzazione, come Russia e Arabia Saudita, stanno cominciando a fare scuola.
In Messico, il governo Calderón chiama «riforma energetica» il suo maldestro tentativo di svendere il patrimonio della nazione alle multinazionali del settore - la spagnola Repsol e la gringa Halliburton in prima fila. Il progetto, che verrà presentato nei prossimi giorni, è stato anticipato da una serie di spot televisivi davvero geniali, che mostrano un enorme giacimento nel golfo del Messico a tremila metri di profondità.
Segue il grido di dolore per non possedere la tecnologia adeguata all'estrazione, la necessità di «associarsi» con chi ce l'ha - ma perché semplicemente non comprarla o affittarla? - e la fretta per recuperare il tesoro sommerso. Lo spettro è quello dell'efecto popote, l'effetto cannuccia con cui l'assatanato vicino del Nord potrebbe succhiarci tutto il liquido da sotto. Quindi meglio sbrigarsi.
La maggioranza dei telespettatori ha riso degli spot e ha riempito lo Zócalo della capitale per ascoltare Lopez Obrador, «presidente legittimo» per 15 milioni di messicani. E lui ha ricordato la data che si commemorava. Il 18 marzo del 1938, in un messaggio alla nazione diffuso via radio alle 10 di sera, il presidente Lázaro Cárdenas annunciò la misura più popolare non solo del suo governo ma dell'intero Novecento messicano, unico istante simbiotico fra cittadini e governo: la riappropriazione dell'oro nero e dell'industria petrolifera, fino allora in mano alle grandi compagnie straniere. Una decisione non facile e piena di rischi. Fino a dove sarebbe arrivata la reazione del potente vicino del Nord, attaccato in un interesse vitale?
Pur espropriando le 17 compagnie petrolifere che operavano in Messico in quel momento e non volevano piegarsi alla nuova legislazione filooperaia, Lázaro Cárdenas del Río riconobbe loro il diritto alle indennità e le pagò grazie all'apporto di tutti i messicani. In uno sforzo epico, cittadini di tutti gli strati sociali contribuirono con un'offerta - da gioielli di famiglia a galline e bestiame - a recuperare la sovranità energetica della nazione, protetta dalla Costituzione. Il presidente Cárdenas ebbe la fortuna di confrontarsi con uno statista come Franklin D. Roosevelt, che sacrificò gli interessi delle sue industrie alla necessità dell'alleato messicano in vista della guerra.
Non è facile oggi per i tecnocrati del governo dimostrare i vantaggi della privatizzazione. Tutti sanno che Pemex è la seconda voce dell'economia messicana, preceduta solo dal narcotraffico e seguita dalle rimesse degli emigranti. Non tutti hanno dimenticato che nel 1994, quando il governo Zedillo provocò il famoso «effetto tequila», il paese si salvò dal baratro e ottenne un prestito da 50 miliardi di dollari dal presidente Clinton solo grazie a Pemex.
Con il peccatuccio originale di un'elezione fraudolenta che non riesce a farsi perdonare, Felipe Calderón è incappato in uno scoglio imprevisto proprio alla vigilia dell'annunciata riforma energetica, con cui si vorrebbe ripagare l'amministrazione Bush per favori ricevuti. L'attuale ministro degli interni, Juan Camilo Mouriño, nato a Madrid e figlio di un imprenditore spagnolo, si è rivelato un cavallo di Troia degli interessi iberici in Messico.
E ha addirittura favorito le imprese familiari, legate al trasporto e alla commercializzazione degli idrocarburi, con contratti milionari quando era sottosegretario all'energia (e il ministro era l'attuale presidente Felipe Calderón). Si è addirittura presentato in televisione, quando sono apparsi i contratti con la sua firma, per dire che tutto era «corretto e legale».
Sono in molti a dire che un ministro degli interni così è più un ostacolo che un aiuto alla riforma energetica, specialmente ora che Andrés Manuel Lopez Obrador ricomincia a riempire le piazze. L'ancora popolarissimo Amlo, che rappresenta la linea di opposizione dura al governo, ha guadagnato posizioni nelle elezioni interne del Partido de la Revolución Democrática, celebrate domenica scorsa.
Alla manifestazione di martedì ha annunciato forme di resistenza civile pacifica e ha indetto una nuova manifestazione per la prossima settimana

Il manifesto 20 Marzo

***

Afghanistan
Raid aerei Usa uccidono sei civili
ge. co.


Afghanistan sempre teatro di guerra. Sei civili, fra cui due bambini e una donna, sarebbero stati uccisi durante un bombardamento aereo, compiuto nella notte dalle forze armate nordamericane nel villaggio di Aom, nel distretto di Nader Shahkot. Lo ha comunicato il portavoce del governatore della provincia di Khost, che ha accusato senza mezzi termini le forze statunitensi e ha annunciato l'apertura di un'inchiesta. Il comando Usa ha invece ammesso di aver compiuto operazioni in quella zona, ma ha sostenuto di aver risposto al fuoco di alcuni taliban, che sparavano da due edifici limitrofi, e di aver trovato la donna e uno dei bambini già morti durante l'ispezione compiuta al termine dell'operazione.
Nel carcere di Pul-i-Charkhi, una prigione di massima sicurezza alla periferia di Kabul, una rivolta sarebbe invece stata repressa nel sangue. Lo hanno rivelato ieri alla stampa esponenti di due Ong straniere, che hanno chiesto di mantenere l'anonimato. Secondo le fonti, almeno nove persone, in prevalenza detenuti, sarebbero rimaste ferite durante l'irruzione in carcere della polizia afghana, intenzionata a metter fine alla rivolta. Circa 150 reclusi, fra cui molti presunti taliban, da diversi giorni erano in sciopero della fame per rivendicare l'applicazione dell'indulto, promulgato per decreto dal presidente Hamid Karzai. «Sappiamo che ieri si è sparato, che i detenuti hanno preso il controllo di alcune sezioni del carcere e che ci sono almeno 9 ricoverati per ferite d'arma da fuoco», ha dichiarato una delle fonti. Secondo quanto ha fatto sapere il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr), sarebbe in corso una trattativa fra le autorità afghane e i rivoltosi, e il Cicr si sarebbe proposto come mediatore.
Intanto, continua l'offensiva taliban contro le postazioni di telefonia mobile nel paese, colpevoli di segnalare le postazioni di guerriglia alle truppe internazionali. I taliban esigono che di notte vengano spenti i ripetitori e, se le aziende di telefonia mobile rifiutano (il governo lo ha già fatto ufficialmente), danno l'assalto alle installazioni, distruggendole. Gli ultimi attacchi si sono verificati nel sud del paese. A Kandahar, alcuni militanti in motocicletta hanno distrutto un'altra antenna per i telefonini. Secondo la polizia locale, i taliban hanno dapprima neutralizzato le guardie a difesa dell'impianto e poi hanno appiccato il fuoco. Azioni analoghe hanno messo fuori uso almeno una decina di ripetitori di telefonia cellulare in tutto il paese.
A far scoprire agli alpini di Italfor e ai Ranger della Task Force Tora quattro depositi clandestini di armi e munizioni, sarebbero state invece le indicazioni della popolazione locale: razzi, bombe da mortaio e numerosi missili, fra cui due contraerei, sono stati rinvenuti a circa 60 chilometri da Kabul e fatti brillare dagli artificieri.

Il manifesto 20 Marzo

***

Stati uniti
Guerre spaziali, cifre stellari
Serena Patierno


Non è facile mettere il naso nelle spese del Dipartimento della difesa statunitense, ancor meno se si tratta di programmi spaziali. Nonostante questo, c'è chi ci prova da anni. Come l'organizzazione non profit americana Center for defense information (Cdi) che, in qualche modo, è riuscita a fare una stima approssimativa degli investimenti nel settore delle guerre stellari. Risultato: 520 milioni di dollari sarebbero destinati alla realizzazione di armi per questo tipo di conflitti. Solo nelle previsioni di spesa relative al 2009.
Ma a che cosa servono tutti questi soldi? Un'occhiata al documento è sufficiente a capire che grandi sforzi sono concentrati attorno alla difesa da satelliti ostili. A partire da una serie di "disturbatori" per confondere i segnali di corpi pericolosi, fino a un missile con base nello spazio. Ma sotto la medesima categoria ci sono armi che possono prestarsi anche tutt'altro: un laser gigante, per esempio, utile sia per colpire bersagli spaziali ma anche per ottenerne immagini dettagliate di corpi spaziali. Oppure un satellite di ridotte dimensioni, capace sia di sabotare nemici che di aiutare amici.
Tuttavia, precisa lo studio, la stima di 520 milioni è attendibile ma non esatta poiché per somigliare a quella reale dovrebbe essere moltiplicata parecchie volte. Il rapporto del Cdi stima infatti per difetto, elencando sotto la categoria di guerre stellari solo i programmi esplicitamente indicati allo scopo. La Difesa a stelle e strisce è nota per mescolare le carte in tavola e ad essere vaga nello smistamento delle attribuzioni, dei compiti e delle spese. Il che rende impossibile l'inclusione nel budget di alcuni progetti "ambigui", utilizzabili anche per scopi non direttamente bellici.

Il manifesto 20 Marzo

***

Aborto, per l'irruzione a Napoli polizia assolta, non il portantino
Il Pg chiede di mettere sotto inchiesta solo l'uomo che telefonò al 112 e non gli agenti e il pm. E a Ischia due medici a giudizio per aborti clandestini
Fr. Pil.
Napoli


Il colpevole è sempre il maggiordomo o, in questo caso, il portantino. E così potrebbe essere Ciro De Vivo a pagare per il polverone e le polemiche montate sul blitz della polizia nel secondo policlinico di Napoli, oltre un mese fa. Potrebbe essere lui il capro espiatorio per quanto avvenuto a una paziente «colpevole» solo di aver effettuato un aborto terapeutico in piena regola e che all'uscita dalla sala operatoria, ancora in stato confusionale, era stata tempestata di domande (anche riguardo l'identità del padre) da un'ispettrice. Dopo l'apertura di 5 indagini - Garante per la Privacy, ministero della giustizia, ministero della salute, una interna - questo è quanto deciso ieri dal Procuratore generale Vincenzo Galgano che si è occupato della relazione per il Csm, richiesta da tutte le consigliere donna. Il pg ha infatti chiesto di mettere sotto inchiesta il portantino che telefonò al 112 affermando che una donna stava partorendo in bagno.
Per Galgano all'uomo va contestato il reato di calunnia con l'aggravante di aver agito per abietti o futili motivi, violato i doveri inerenti a un pubblico servizio, nonché la rivelazione di segreto professionale. Sono assolti invece a pieno titolo la polizia, nonostante il comportamento un «po'» fuori luogo, nonché il pm che aveva disposto il sequestro per il «corpo del reato» richiedendone l'autopsia, nonostante si fosse accertato il pieno rispetto della 194. Secondo il Pg la condotta dei poliziotti «non è stata tale da compromettere la privacy delle donne ricoverate».
Dopo quasi due mesi, interventi parlamentari, manifestazioni nazionali di donne, quanto accaduto quel giorno nel reparto di ostetricia presenta ancora due verità. Da una parte le testimonianze del responsabile dell'Ivg Francesco Leone che ha più volte confermato di essersi trovato, per la prima volta nella sua carriera, di fronte un comportamento da «blitz camorristico» piuttosto che a un normale accertamento. Un quadro sostenuto dal racconto delle 30 pazienti ricoverate alle quali per oltre mezz'ora è stato vietato di muoversi, che hanno parlato di modi bruschi e di intimidazioni a rilasciare dichiarazioni spontanee, confermate dalla compagna di stanza della donna «incriminata». Dall'altra il resoconto ufficiale della procura che minimizza quanto accaduto, sostiene le tesi del comportamento corretto e se la prende con la stampa per aver enfatizzato gli avvenimenti, in quanto alla vigilia di una campagna elettorale che ha tra i suoi temi proprio la «validità, giustezza, attualità» della 194.
La relazione del Pg potrebbe sollevare dunque un nuovo polverone e si accompagna alla notizia che a Ischia rischiano di essere rinviati a giudizio due medici per presunti aborti clandestini. La procura di Napoli ha infatti contestato tre casi di interruzione illegale di gravidanza e due di falsità ideologica. Le contestazioni hanno colpito due rinomati specialisti dell'isola verde: il primario del reparto di ginecologia dell'ospedale Rizzoli, Attilio Conte, tra l'altro obiettore di coscienza, e il ginecologo Giovanni Strudel. I medici, accusati da una paziente intervistata dalle Iene di Italia 1, avrebbero praticato gli aborti all'interno della struttura, usufruendo di false certificazioni per interruzioni spontanee. Nell'indagine sono accusate anche sei donne, cinque di nazionalità italiana e una ucraina.

Il manifesto 21 Marzo

***

«Tibet, abbiamo sparato»
Per la prima volta Pechino ammette: la polizia ha fatto fuoco su un corteo
«Agenti costretti a usare le armi», dice l'agenzia Xinhua (che parla solo di feriti) nella prima ammissione cinese sulla protesta dei tibetani. Da Pechino parole dure contro il papa e Gordon Brown
Giulio Abbadie


Numeri, ammissioni, feriti e arresti, spari ad altezza d'uomo. Mentre la diplomazia prosegue la sua corsa, tra annunci di incontri, smentite, ripicche e dichiarazioni altisonanti, ci si guarda indietro, nel tentativo di capire, attraverso numeri, immagini e video, cosa sia realmente accaduto durante le giornate di protesta in Tibet e in altre regioni. Si ritorna così alla guerra dei numeri e si affacciano le prime ammissioni cinesi. Sarebbero almeno duecento gli arresti nella sola Lhasa, ma i numeri cambiano a seconda della fonte. In attesa di chiarimenti, la Cina ha confessato alcune cifre, dopo giorni di silenzio, in merito ad operazioni di polizia compiute nella regione del Gansu, popolata da tibetani. Il portavoce del governo ha dichiarato che «nei giorni scorsi, vi sono stati scontri nelle contee di Xiahe, Luchu e Machu. Pochi fuorilegge hanno distrutto con violenza negozi, scuole ed altri edifici statali. La polizia ha usato la massima severità per fermarli». Nel frattempo l'agenzia di stampa Nuova Cina racconta di spari contro manifestanti tibetani nella provincia del Sichuan: quattro i feriti. Secondo la versione fornita dalle autorità cinesi, i rivoltosi avrebbero assaltato una stazione di polizia, tentando di impossessarsi delle armi degli agenti. I poliziotti, prima avrebbero sparato alcuni colpi d'avvertimento, poi sarebbero stati «costretti» ad aprire il fuoco ad altezza d'uomo «per autodifesa».
Sul fronte diplomatico, intanto, fervono i botta e risposta. Dopo aver precisato che l'ipotesi di dimissioni è reale, ma solo per quanto riguarda la carica di capo dello stato - poiché Dalai Lama si nasce, non si diventa, né tanto meno ci si dimette - il leader tibetano ieri ha ribadito la propria apertura al dialogo, non senza ricordare le proprie condizioni. In una conferenza stampa ha precisato il suo interlocutore preferito: «Io sono sempre pronto a incontrare i nostri leader cinesi, in particolare il presidente Hu Jintao». E ha rivolto un appello ai tibetani perché rinuncino ai metodi violenti di protesta, con parole che ne segnalano la fermezza, nell'ipotesi di un eventuale dialogo con la controparte: «il mio impegno è quello di rimuovere i sentimenti negativi tra i tibetani e allo stesso tempo quello di rimuovere la diffidenza tra i cinesi, ma non ho l'autorità per fermare le proteste». Secondo il Dalai Lama, infatti, l'incontro con le autorità cinesi potrebbe avvenire «nelle prossime settimane o nei prossimi mesi». Certamente, «solo una volta concluse le proteste». Segnale ambiguo: la giostra potrebbe non essersi ancora fermata.
La Cina però, al contrario delle aperture che si erano registrate nella giornata di mercoledì, almeno a parole non sembra aver cambiato opinione sul leader tibetano: «Come abbiamo più volte sottolineato - ha detto il portavoce del ministero degli esteri cinese, Qin Gang - il Dalai Lama è un rifugiato politico coinvolto in attività secessionistiche sotto la copertura della religione». Da Pechino parole dure anche contro il premier britannico Gordon Brown e la sua doppia e malandrina affermazione circa un incontro tra il premier cinese e il Dalai Lama e tra quest'ultimo e lo stesso Brown. Qin Gang ha infatti specificato che «alcune notizie non sono molto precise» poiché il premier cinese Wen avrebbe solo ribadito la sua «disponibilità al dialogo», non ad un incontro, e «solo» sulla base delle condizioni poste da Pechino. «Grande preoccupazione», infine per un eventuale incontro ufficiale tra Brown e il Dalai Lama.
La diplomazia, specie in un momento così delicato, è anche una schermaglia mediatica. A colpi di risposte, precisazioni, puntualizzazioni. E allora, nel momento della durezza, la Cina risponde anche al papa, che mercoledì in serata aveva lanciato un appello per una soluzione pacifica della questione Tibet. Il mattatore è ancora Qin: «la cosiddetta tolleranza non può esistere per i criminali, che devono essere puniti secondo la legge». Un segnale anche per la Santa sede, data da tempo in febbrili maneggi per organizzare una visita del papa in Cina. Trattative farraginose e difficoltose.
Parallelamente, mentre il governo cinese inizierà ad indagare anche al proprio interno, e con i propri metodi, sulle cause della impreparazione di fronte ai tibetani in rivolta, sul fronte internazionale riprende fiato la voce dei contrari al boicottaggio delle Olimpiadi. Bush ha dato il proprio appoggio e sarà alla cerimonia inaugurale, invitando a non confondere sport e politica. Proprio quello che dicono i cinesi.

Il Manifesto 21 Marzo

***

Conflitti globali
Tibet, lezione per la Cina
Angela Pascucci


Solo quando la cronaca si tramuterà in storia sapremo, forse, quel che negli ultimi 11 giorni è davvero accaduto in Tibet e nelle vicine province, se la storia non sarà scritta solo dai vincitori. Oggi bisogna prendere atto che tra le due versioni di opposti massacri (da una parte solo 16 vittime tutte cinesi, dall'altra 80 morti tutti tibetani) c'è l'abisso che separa le due comunità, allargato dal risentimento distruttivo e dalla repressione bellica. Ma in attesa della verità, un primo bilancio della rivolta del Grande Tibet può essere possibile.
La prima considerazione è che la situazione appare diversa da 11 giorni fa. Come il liquido per lo sviluppo fotografico, la rivolta ha fatto affiorare nuovi elementi della questione tibetana. E' con questa nuova immagine che la Cina per prima dovrà confrontarsi, perché un cambio della sua strategia politica sembra impellente. Pechino deve intanto prendere atto che la sua politica di «conquista dei cuori e delle menti» dei tibetani a suon di investimenti e di crescita economica è fallita. L'acqua del cosiddetto sviluppo ha sollevato solo le barche cinesi, dicono le testimonianze. La diversità culturale tibetana non si sostanzia in una voglia di medioevo in termini di centralità divina e rifiuto della modernità e dei suoi allettamenti, dicono altri. Di sicuro non è questa l'aspirazione della parte più giovane della popolazione, monaci compresi, che nella sua rabbia devastante da «casseurs» ha ricordato i giovani delle metropoli europee. Il danaro cinese che piove con particolare intensità da sette anni a questa parte, accompagnato dalla «corsa al West» incoraggiata da Pechino, non ha migliorato l'alfabetizzazione e il clima culturale e sociale, inficiato da discriminazioni brutali e da un'invasione dei costumi da nuovi ricchi, cafona e avvilente. Il Washington Post ricordava ieri una protesta organizzata dalla comunità tibetana nell'ottobre del 2006 a Lhasa davanti alla sede del governo locale non contro la persecuzione religiosa o i diritti umani, ma contro le regole truccate della competizione. Una protesta che sembra nella sostanza simile a decine di migliaia che si tengono in tutta la Cina da parte di cinesi. Han, non tibetani, sfruttati, discriminati, vittime di ingiustizie. Forse anche in questa chiave Pechino deve riflettere sull'escalation, rispetto alla sollevazione dell'89, delle rivolte, estesesi stavolta al Sichuan e al Qinghai, province esterne al Tibet.
Altro elemento di novità è stato l'emergere della spaccatura fra la comunità tibetana in esilio e il Dalai Lama. Divergenze fra la spinta indipendentista che porta alla rottura totale e la linea autonomista del dialogo propugnata dal leader spirituale erano note. Gli ultimi giorni, con la minaccia di dimissioni di Tenzin Gyatso davanti al rischio di ammutinamento violento, ne hanno rivelato l'entità nuova. E' anche di questo che deve prendere atto la Cina. Se sceglie di trattare infine con il Dalai Lama e prendere sul serio la sua richiesta di autonomia, dovrà procedere a un cambiamento reale. Se preferirà continuare a delegittimarlo come interlocutore, per puntare sul fatto che con gli estremisti indipendentisti potrà risparmiarsi la fatica di cambiare, le conseguenze potrebbero essere pericolose.
E poi c'è la scena mondiale. La Cina ha dovuto constatare nei giorni scorsi di essere stata isolata dai paesi occidentali (ma non da quelli asiatici), con amarezza della sua popolazione. Chi vuole solo il «dàgli alla Cina» dovrebbe riflettere su questo effetto di rinsaldamento, che rischia di tappare la bocca a tutti e bloccare gli innegabili mutamenti che nel paese stanno avvenendo.
Pechino si è poi dovuta rendere conto che anch'essa si trova oggi a dover fronteggiare una fase di internazionalizzazione dei conflitti dalla quale era stata finora solo sfiorata. Un frutto avvelenato della «pacifica ascesa» davanti al quale i vertici cinesi non potranno solo opporre lo scudo del «sono affari nostri». Perché il fenomeno dell'interventismo più o meno umanitario nasce dallo sfascio di ogni regola internazionale condivisa e prefigura il dominio della legge del più forte. I vertici cinesi dovrebbero allora avere l'ambizione di un più saggio protagonismo mondiale nel riscrivere regole e modi di coesistenza pacifica. La corona di spine da cui la Cina è circondata, dal Tibet al Xinjiang a Taiwan, glielo impone. Se avessero la forza di farlo, potrebbero costruire una potenza realmente grande.

Il manifesto 22 Marzo

***

Taiwan vota «alla tibetana»
Oggi le presidenziali. La crisi a Lhasa fornisce munizioni agli indipendentisti al potere contro il Kuomintang, che vince nei sondaggi. Due portaerei americane inviate nella regione
Giulio Abbadie


Elezioni politiche e referendum: Taiwan oggi irrompe sulla scena internazionale. Il clima elettorale dell'isola si è fatto fosco e in fibrillazione. Sulle consultazioni, insieme alle storiche diatribe con Pechino, si stagliano Lhasa e le proteste nelle regioni vicine al Tibet. I contendenti sono Ma Ying-jeou, candidato dei nazionalisti del Kuomintang (Kmt) e Frank Hsieh, proposto dal Partito democratico progressista (Pdp) del presidente uscente Chen Shui-bian, fervido promotore dell'indipendenza dell'isola. Idea decisamente poco gradita a Pechino.
Un migliaio di missili puntati contro Taiwan sono lì a testimoniare la tensione dei rapporti. Due portaerei statunitensi sono state inviate nella regione per manovre, come ha dichiarato un funzionario della difesa Usa: sulla base del Taiwan Relations Act gli Stati uniti sarebbero obbligati ad intervenire militarmente in caso di un attacco cinese. Precauzioni, dicono sia da Pechino che da Washington. Simboli di uno status quo e di un clima generale acido e freddo, surriscaldato dalla protesta tibetana.
L'ultimo sondaggio elettorale dava in vantaggio il partito nazionalista, più vicino ai desiderata cinesi. La rivolta in Tibet, però, potrebbe portare novità. La Cina non ama prestare il fianco: Tibet e Taiwan, ovest ed est del continente cinese, sono due problemi che, tra inflazione e attesa per le Olimpiadi, costituiscono fastidi che il governo avrebbe voluto evitare.
Per Pechino un altro momento della verità, nella consueta ricerca di stabilità per operare al meglio le proprie alchimie politiche presenti e future: un governo amico, con il quale instaurare un rapporto di tranquillità. E controllo. Approfittando della situazione in Tibet, però, i quotidiani indipendentisti hanno rilanciato la campagna elettorale, accreditando come veritiere le notizie che giungevano dal Dalai Lama, e non hanno nascosto un moto di pura soddisfazione a vedere il colosso Cina in difficoltà sotto il profilo internazionale. E' la prova, scrivono alcuni commentatori indipendentisti, che «la Cina è imperialista e che dopo il Tibet toccherà a noi. Ma Taiwan resisterà». A Taipei nei giorni scorsi c'è stata anche una veglia di pace con la partecipazione di centinaia di persone, compresi monaci tibetani, esuli, buddisti, cristiani e islamici. Rivolgendosi alla folla Khedroob Thondup, pronipote del Dalai Lama e membro del parlamento tibetano in esilio, ha specificato: «Pechino accusa il Dalai Lama per gli avvenimenti che hanno sconvolto il Tibet. Voglio chiarire a tutti che il popolo tibetano è alimentato da 49 anni di oppressione e repressione. Si tratta di un movimento delle persone all'interno del Tibet, non di persone istigate da qualcun altro».
Diverso atteggiamento da parte dei favoriti, il partito nazionalista. Lo slogan «No all'unificazione, no all'indipendenza, no all'uso della forza», ha posto Ma, ex sindaco di Taipei, in una situazione di vantaggio. I messaggi del candidato nazionalista sono pace, relazioni costruttive e rapporti commerciali con la Cina, crescita economica e diminuzione della disoccupazione. Ha promesso, infine, di volere istituire collegamenti aerei e navali diretti con la Cina (dalla quale, ad eccezione delle feste, si raggiunge Taiwan solo attraverso scali ad Hong Kong) e di siglare un patto di pace con Pechino. Dopo gli slogan i numeri: l'obiettivo del «633», ossia il sei per cento annuo di crescita economica, un reddito pro capite di 30mila dollari e un tasso di disoccupazione al di sotto del tre per cento entro il 2012.
I motivi di disappunto cinese sono concentrati anche sui due referendum, tra i quali i taiwanesi dovranno scegliere: chiedere il ritorno alle Nazioni Unite, con il nome di Taiwan (proposto dal Pdp) o con il nome di Repubblica di Cina (proposto dal Kmt). Un argomento che non pare interessare la popolazione taiwanese - «è un segnale di democrazia», incalzano gli indipendentisti - e che non piace né a Stati uniti, né a Russia, Giappone e Gran Bretagna. Figurarsi a Pechino, che in attesa di fare valere il proprio diritto di veto non nasconde la stizza: «nessuno potrà mai riuscire nel tentativo di separare Taiwan dalla Cina». Parola del premier Wen Jabao.

Il manifesto 22 Marzo

***

Russia, guerra all'informazione: assassinati due reporter
Le vittime - del Primo canale russo e della tv daghestana - erano legate alla provincia caucasica, dove i governanti sono diventati satrapi spietati
Astrit Dakli


Micidiale escalation nella guerra contro la libertà di informazione in Russia - anche se la responsabilità del Cremlino è in questo caso soltanto indiretta. Ferito a coltellate, poi strangolato con una cintura, il suo corpo lasciato nell'appartamento dato alle fiamme ieri notte a Mosca: Ilya Shurpajev, 33 anni, è stato il ventunesimo giornalista ucciso in Russia dal 2000. Il ventiduesimo, poche ore dopo, è stato Gazhi Abashilov, 58 anni, mitragliato nella sua auto mentre rientrava a casa a Makhachkala, capoluogo della repubblica del Dagestan. Tutti e due gli uccisi erano dagestani, e tutti e due erano sulla «lista nera» dei giornalisti sgraditi alle autorità della repubblica caucasica perché considerati in qualche modo critici.
Nessuno dei due poteva in realtà definirsi un oppositore del regime putiniano, sul genere di Anna Politkovskaja: Shurpajev lavorava per la più ufficiale e popolare delle reti televisive russe, Primo Canale, di cui era da tempo il corrispondente fisso dal Caucaso settentrionale; Abashilov era il direttore della rete televisiva ufficiale dagestana. Negli ultimi giorni Ilya Shurpajev sul suo blog aveva raccontato di potersi considerare «in qualche modo un dissidente», essendo caduto in disgrazia nella sua repubblica natale. Il direttore di un giornale di Makhachkala, per cui lavorava saltuariamente, aveva ordinato ai redattori di non citare più i suoi servizi televisivi e alcuni dirigenti locali lo avevano indicato come un «diffamatore del Dagestan», probabilmente in relazione ad alcuni réportages poco lusinghieri sulla spaventosa corruzione e sui rapporti mafioso-feudali che dominano nelle sfere politiche repubblicane. Accuse analoghe erano state lanciate contro Abashilov.
A quanto pare - anche se ovviamente non ci sono prove - la loro posizione critica è bastata a condannarli a morte. Abashilov è stato ucciso da un tipico commando di killer mafiosi (che hanno anche ferito gravemente il suo autista); Shurpajev giovedì notte ha ricevuto a casa sua, a Mosca due giovani che dei testimoni hanno definito «di aspetto caucasico», e poco dopo i pompieri, chiamati dai vicini che avevano visto delle fiamme nel suo appartamento, hanno trovato il suo corpo con varie coltellate e una cintura stretta attorno al collo. Le inchieste sui due omicidi sono state avocate dal procuratore generale federale Yurij Chaika, ma è estremamente dubbio che vadano fino in fondo e mettano in questione l'operato del potere locale in Dagestan.
In effetti, nonostante la drastica centralizzazione del potere voluta e attuata da Vladimir Putin negli otto anni del suo mandato - per cui, tra l'altro, i governatori regionali e i presidenti delle repubbliche autonome non vengono più eletti dagli abitanti ma nominati dal centro - le repubbliche caucasiche della Russia stanno diventando sempre più delle satrapie medievali al cui interno le leggi «normali» della Federazione valgono poco o nulla e il capo locale ha un potere di vita e di morte sui suoi sudditi.
Il Cremlino ha tollerato e addirittura favorito questo processo per averne in cambio una certa tranquillità politica (in tutte queste repubbliche il tasso di partecipazione elettorale è superiore al 95% e i voti a favore del partito o del candidato del Cremlino, nelle elezioni nazionali, sono anch'essi sopra il 95%), ma molti pensano che la situazione sia ormai diventata pericolosa per lo stesso potere centrale, non più in grado di esercitare un autonomo controllo.
Il caso più eclatante è quello della Cecenia, governata come una monarchia assoluta da Ramzan Kadyrov, il quale
impone sue leggi in aperto contrasto con quelle federali (per esempio sulla poligamia) e che è arrivato a far uccidere un agente federale per lui «scomodo» in pieno centro a Mosca (sempre a lui, del resto, conducono le principali piste dell'omicidio Politkovskaja). Ma situazioni molto simili sono ormai consolidate in Inguscezia, dove il presidente Zyazykov ha di fatto smantellato le istituzioni giudiziarie federali presenti e conduce impunemente una personale campagna di annientamento fisico dei propri avversari di clan - oltre che dei pochi oppositori politici e dei gruppi di difesa dei diritti umani; e ancora in Kabardino-Balkaria, in Karachaevo-Cerkessia e appunto in Dagestan, dove in effetti è in atto da tempo una feroce guerra civile strisciante fra clan in lotta per il potere e appoggiati sui diversi gruppi etnici presenti nella regione. Il tutto, nella sostanziale indifferenza delle autorità centrali di Mosca, che sembrano non rendersi conto della rapida erosione che le loro istituzioni stanno subendo.
Ovunque, nell'intera area nord-caucasica, gli unici a potersi ancora muovere liberamente sono i militari.

Il manifesto 22 Marzo

***

Non solo Genova, un'Italia di abusi
Oltre al G8, i casi più eclatanti e «politici» sono il pestaggio nel carcere San Sebastiano di Sassari nel 2000, le botte e gli inni fascisti al Global forum di Napoli nel 2001. In entrambi i casi governava il centrosinistra Federico Aldrovandi 17 anni, muore durante un controllo di polizia a Ferrara. Sotto processo ci sono quattro poliziotti Aldo Bianzino Arrestato per possesso di marijuana, non uscirà vivo dal carcere di Perugia. L'inchiesta è stata archiviata
Giacomo Russo Spena


Storie di pestaggi, di abusi, di violenze usate per estorcere notizie. Ma anche di soprusi su «diversi» e luogo di numerose morti «misteriose». Il carcere italiano è anche questo: la sospensione dello stato diritto avviene spesso. Peggio, è quasi routine.
Analizzando la situazione penitenziaria degli ultimi anni si ottiene un lungo fascicolo che evidenzia testimonianze, accertate, di «maltrattamenti» e casi di tortura. Quella tortura assente nel codice penale, considerata erroneamente dalla maggior parte della popolazione un affare lontano. Non è così. Il film della tortura in Italia passa per tre istantanee: il pestaggio contro i detenuti al carcere di San Sebastiano (Sassari) nel 2000, la repressione del movimento no global a Napoli, il 17 marzo 2001 e a Genova tra il 20 e 22 luglio dello stesso anno. Tutto senza soluzione di continuità tra governi di centrosinistra o centrodestra.
Lunga è la lista di persone che si sarebbero suicidate in carcere o morte per «cause naturali». Solo la testardaggine dei familiari o l'inchiesta di qualche pm hanno permesso di riaprire casi che hanno portato alla condanna di agenti di polizia penitenziaria. Qualche esempio. Il 4 febbraio 2008 un internato dell'ospedale psichiatrico giudiziario «Filippo Saporito» di Aversa muore «suicida» in circostanze ancora da definire. All'età di 17 anni gli era stata diagnosticata una «schizofrenia paranoidea». «Come fa un paziente schizofrenico - sostiene la madre - a impiccarsi con tutta tranquillità, di notte? Dove stavano le guardie?». Si attendono ancora gli sviluppi. Intanto ad Aversa i «suicidi» non si sono arrestati.
Uno dei casi più eclatanti è quello di Marcello Lonzi. L'11 luglio 2003 il giovane, 29 anni, viene trovato morto, coperto di sangue e con il volto tumefatto. Secondo l'autopsia la morte sarebbe avvenuta a seguito di arresto cardiaco, quindi per cause naturali. La madre, pensando a un violento pestaggio, sporge denuncia: «Ci sono i segni di vere e proprie vergate, striature viola sulla pelle gonfia e rialzata, ecchimosi che possono essere state fatte solo con un manganello. Non sono i segni di una caduta». Il caso è stato archiviato. Con tanti dubbi. Non molto differenti le circostanze della morte di Aldo Bianzino, non sopravvissuto alla prima notte di fermo per possesso di marijuana. Anche in questo caso l'inchiesta è stata archiviata.
Ma i casi raccolti dall'associazione Antigone sono tantissimi. La formula legale è sempre la stessa: «Gli accertamenti medico-legali hanno dimostrato che il decesso era avvenuto a seguito di violenze perpetrate da persone accanitesi contro di lui con calci, pugni e corpi contundenti, sì da procurare lesioni letali».
Episodi di «semplice» maltrattamento sono invece ancor più numerosi. Tra i soggetti più colpiti gli immigrati. «Mettiti in ginocchio, prega la Madonna e bacia la bandiera italiana», sono gli ordini diretti a B. M., detenuto marocchino, da un agente di polizia penitenziaria rinviato a giudizio per violenza privata. L'episodio risale al marzo 2006 nella casa circondariale di Nuoro. A Biella, all'interno del carcere, nel 2002 è stata trovata una «cella liscia» dove i detenuti sarebbero stati perquisiti e poi colpiti con violenti getti d'acqua sparati da un idrante. Nel fascicolo aperto dalla magistratura si parla di abusi e pestaggi, di omissioni e silenzi dei medici, di intimidazioni da parte degli agenti. In tutto vi sono a tutt'oggi cinquantanove persone indagate. Denunce analoghe a Palermo, Firenze, Forlì, Frosinone, Lecce e Milano. Qui, a San Vittore, O. R., meglio noto come Mohamed l'egiziano, considerato la «mente» dell'attentato dell'11 marzo a Madrid 2006, ha denunciato per maltrattamenti, abusi, torture e umiliazioni: come le richieste di «pregare per loro», «insulti a Dio, al Corano e all'Islam», oltre a minacce di «stupri alle donne musulmane».
In base alle convenzioni internazionali c'è però una differenza tra il «maltrattamento», anche grave, e la «tortura». «Sono questi tre elementi a distinguerli - spiega Mauro Palma, presidente del comitato europeo per la prevenzione della tortura - la gravissima sofferenza inflitta, la volontà di infliggerla e la finalizzazione». E a Genova e a Napoli c'era una volontà politica, una cabina di regia. «Durante le giornate genovesi non si tratta di abusi di una o più mele marce, bensì emerge un quadro in cui la struttura nel suo complesso si è caratterizzata in questo tipo di funzionamento», sostiene Palma. Le testimonianze gli danno ragione: dita intenzionalmente divaricate fino a determinare la rottura dei legamenti fino all'osso, persone ferite picchiate sulla ferita stessa e altri trattamenti inumani e degradanti inflitti ai manifestanti.
Una volontà di infliggere sofferenza motivata dal volere umiliare e punire la persona detenuta. Le situazioni a Napoli nel marzo 2001 (esecutivo Amato) sono state descritte con modalità analoghe: polizia e carabinieri caricano il corteo e trattengono 80 persone anche prelevandole dal pronto soccorso. Gli arrestati, condotti nella caserma Raniero, subiscono lesioni. Così come il sistematico pestaggio avvenuto il 3 aprile 2000 nel carcere di San Sebastiano a Sassari è una punizione collettiva ai detenuti che avevano «osato» protestare per la mancanza di viveri e acqua. «Tutto ciò mi fa dire che questi tre episodi vanno al di là dei pur gravissimi casi di pestaggi individuali», aggiunge Palma che poi conclude: «Anche se comunque non vanno sottovalutati, in quanto anch'essi indicativi di una cultura pericolosa».

Il manifesto 22 Marzo

***

Il ministro: «Su Bolzaneto politici muti». L'attacco di Bertinotti
«Amato, fai propaganda»
d.p.
Roma


Per Fausto Bertinotti è «propaganda», per Vittorio Agnoletto, nel 2001 portavoce del Social Forum, è «un capolavoro di opportunismo», per Francesco Caruso, all'epoca militante no global oggi deputato Prc, «un'inaccettabile speculazione elettorale», per il verde Paolo Cento «una presa per i fondelli». E' dura l'accoglienza della sinistra arcobaleno alle parole del ministro Giuliano Amato in un'intervista a Repubblica sulle torture nella caserma di Bolzaneto, nel luglio 2001. A colpire, soprattutto, è l'affermazione sull'atteggiamento tenuto dalle forze politiche a proposito dei fatti di Genova. «Indifferenza, o meglio ritrosia. Sorprendente, se ci pensa: si è strillato molto più per Guantanamo che non per Genova. Siamo più sensibili ai diritti umani nel mondo che al loro rispetto a casa nostra».
A sette anni di distanza, ieri il ministro dell'interno scopre le torture di Bolzaneto, appena due giorni dopo l'analoga scoperta da parte di Walter Veltroni. E così rivela al resto del mondo che lui, il ministro, dal 2001 a oggi non si è accorto delle denunce della società civile e di quella politica, delle polemiche sulla mancata istituzione di una commissione di inchiesta. Non si è accorto neanche che Massimo D'Alema, oggi suo autorevole collega ministro e compagno di partito, all'epoca aveva parlato di «polizia cilena». Non si è accorto di nulla. O del boato prodotto dall'indignazione del paese su quanto era accaduto a Genova e a Bolzaneto, alle sue orecchie è arrivata un'eco lontana. Oggi rimedia, accodandosi al coro intonato due giorni fa da Veltroni, chiedendo severità su chi ha sbagliato, e l'accertamento delle responsabilità.
Meglio tardi, verrebbe da dire. Ma la coincidenza con il rush finale della campagna elettorale rende lecito il sospetto che il Partito democratico abbia - a ragione - identificato i giorni di Genova come quelli della rottura fra una parte della società politica, quella che taceva «indifferente», appunto, e una buona parte della società civile, che ammutoliva ma anche manifestava di fronte al comportamento «cileno» delle forze dell'ordine e della polizia penitenziaria. Ora il Pd vuole recuperare, soprattutto voti a sinistra. Operazione ardua però: il Pd corre con Antonio Di Pietro, quello che insieme all'Udeur fece bocciare la commissione d'inchiesta sui fatti di Genova che pure era nel programma dell'Unione. Ha buon gioco Bertinotti, oggi sulla sua Liberazione, a dichiararsi «sconvolto dalla sfacciataggine» di Amato. Il presidente della Camera poi svela un retroscena: durante gli scontri, lui stesso telefona al capo della polizia De Gennaro, chiedendogli di intervenire. «De Gennaro risponde di non conoscere i fatti mi chiede di attendere due minuti, mi richiama e dice: 'Guarda, non posso farci niente e non me lo chiedere perché quella non è un'ambasciata e quindi è un territorio sul quale le forze dell'ordine possono intervenire...».

Il manifesto 22 Marzo

***

scripta manent
Sorprendente, se ci si pensa
Luca Fazio


Chi ha avuto il coraggio di pronunciare queste parole? «Non parlerei di silenzio. Parlerei di indifferenza, o meglio di ritrosia. Sorprendente, se ci si pensa: si è strillato molto più per Guantanamo che non per Genova. Siamo più sensibili ai diritti umani nel mondo, che al loro rispetto a casa nostra. Anche per questo sarebbe essenziale che rilevassimo come una macchia l'eccezione del 2001 e attivassimo le difese per evitare che si ripeta». 1) Irene Khan, segretario generale di Amnesty International. 2) Giuliano Giuliani, padre di Carlo. 3) Giuliano Amato, ministro degli Interni. La risposta giusta è la numero 3. Sorprendente, se ci si pensa!
Intervistato da Giuseppe D'Avanzo su la Repubblica, sette anni dopo le torture di Bolzaneto, Amato ha detto anche altro, dando l'idea di non provare nemmeno un briciolo di vergogna per la sua personale indifferenza, o meglio ritrosia, o meglio faccia tosta. E dire che D'Avanzo ci ha provato. De Gennaro, per esempio, ex capo della polizia, era il caso di promuoverlo dopo la mattanza? «Non è che debba volare per forza una testa posta in alto perché altrimenti si dice che sono volati solo gli stracci. Io non credo che immolare il capo della polizia avrebbe risolto il problema. Il capo della polizia ha ritenuto di non dimettersi. Ha con fermezza detto di non essere il responsabile di quanto è accaduto. Le violenze di Genova gli sono apparse così lontane dalla sua cultura professionale, dalla sua storia di poliziotto che ha pensato di restare al suo posto, di difendere se stesso». Non ci sarebbe altro da aggiungere, se non che la notizia è da un'altra parte, nascosta in un colonnino illustrato da due foto, il nostro Amato e Beppe Pisanu (ex e futuro ministro dell'Interno) che si sorridono. Il resoconto dell'imbarazzante teatrino sembra un passaggio delle consegne. Dice Pisanu: «Il prossimo ministro deve riprendere il lavoro di Amato». Concorda il dottor Sottile: «La continuità ha una grande importanza...Nei patti per la sicurezza non c'è niente di sinistra, sono stati stipulati a Roma come a Milano, a Palermo come a Firenze».
La vicenda della tardiva scoperta delle torture della polizia, coperte da due governi diversi, è così clamorosa che anche tra le pieghe de l'Unità si intravede un barlume di autocritica. Battute da cabaret a parte («il giorno dopo la denuncia di Veltroni che ha chiesto chiarezza...»), la fanzine del Pd ha intervistato il sindaco di Genova: «G8, An spieghi perché era in sala regia». Però Giuseppe Pericu, a coraggiosa domanda sulla commissione di inchiesta affossata dal centrosinistra, così risponde: «Credo che qualcuno non abbia voluto andare a rivangare responsabilità che non sono soltanto del centrodestra, a cui ovviamente va attribuita grande parte del fallimento del G8. Non dimentichiamo che l'evento venne organizzato e preparato nel periodo del governo Amato di centrosinistra, prima delle elezioni poi vinte da Berlusconi». Amato, sorprendente, se ci si pensa!
Liberazione alza il tiro con una doppia titolata «Dove eravate quando ci torturavano a Bolzaneto?». Roberto Mapelli c'era e ora chiede a Veltroni di «fare l'unico passo possibile: impegnatevi perché non possano più nuocere i nazisti che abbiamo incontrato a Bolzaneto, in questura e per le strade». Graziella Mascia formula un paio di domande e precisa alcune cose, tristemente risapute. «Veltroni dov'era nel 2001?» e «Come mai il suo partito ha trattato con disprezzo la sinistra, la quale gridava contro le atrocità di Bolzaneto?». Inoltre, la commissione di inchiesta non è passata di un voto, «e tra i responsabili c'è il partito collegato al Pd, l'Italia dei Valori; e anche la contrarietà del presidente Violante (Ds e poi Pd)». Non è sorprendente, se ci si pensa.

Il manifesto 22 Marzo

***

Reduci di Bolzaneto, promozioni a go go
di fiamma per le giornate di Genova Improvviso ritorno Improvviso ritorno di fiamma per le giornate di Genova 2001. Veltroni e Amato scoprono le violenze della polizia, ma nel frattempo i responsabili sono ancora tutti lì. Quasi tutti promossi tranne uno: l'infermiere che denunciò le botte Dall'ex vicecapo della Digos Alessandro Perugini, che prese a calci un minorenne, a Giacomo Toccafondi, il medico della caserma delle torture: ecco come hanno fatto carriera i bravi agenti del G8 genovese
Sara Menafra
Roma

C'è chi sul G8 di Genova ha costruito un bel salto per la propria carriera professionale. E c'è chi si è fermato, ma tenendo i galloni ben cuciti sulla blusa. Delle tante brutte facce che ha la storia del luglio 2001 a Genova, una delle peggiori è quella che tocca le carriere dei protagonisti di quei giorni. In particolare, di coloro che erano nella caserma di Bolzaneto, certi di vedere ogni accusa prescritta entro gennaio del 2009 e tranquillizzati da avanzamenti in carriera che non si sono mai fermati.
Il caso più eclatante è quello dell'ex vicecapo della Digos Alessandro Perugini, l'agente dalla inconfondibile Lacoste gialla immortalato in strada mentre prendeva a calci un minorenne. Come supervisore degli ingressi nella caserma di Bolzaneto, e più alto dirigente di Ps presente nella struttura, in teoria Perugini rischia tre anni e sei mesi per abuso d'ufficio aggravato. Intanto, però, ha preso una bella medaglia: nella primavera del 2005 il Viminale l'ha promosso primo dirigente e oggi è il secondo funzionario più importante della questura di Alessandria.
Ieri, rispondendo alle domande di Repubblica, il ministro degli Interni Giuliano Amato spiegava che, tra i funzionari del G8 che hanno fatto carriera, «c'è chi è stato promosso dopo un concorso. Chi ha lavorato all'arresto di Bernardo Provenzano e aveva le carte ed i tempi giusti per esserlo». Perugini non risponde a nessuno dei due identikit. Per lui, come dimostrano le graduatorie del Viminale, è stato proprio l'anno del g8 genovese a segnare quello scatto nel punteggio che gli ha permesso di superare parecchi colleghi.
Nel 2005, la vicenda è stata al centro di alcune interrogazioni parlamentari presentate dall'allora senatore Luigi Malabarba (oggi con Sinistra critica). Il sottosegretario degli Interni dell'epoca, Michele Saponara, ammise che nel giudizio dei propri superiori Perugini aveva ottenuto il massimo dei punti, «negli anni dal 1999 al 2003, il giudizio complessivo di "ottimo" e il punteggio massimo di 74». Il totale era 82.9, appena sotto Vincenzo Canterini (83 punti), quello che guidava la squadra protagonista dell'assalto nella scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001.
Più che garantista anche l'atteggiamento che Dap e Ordine dei medici hanno avuto con Giacomo Toccafondi, il dottore in mimetica che "visitava" i manifestanti all'arrivo a Bolzaneto. Quello che li accoglieva urlandogli «siete tutti brigatisti rossi, siete sporchi, sentite che puzza», che prendeva a schiaffi quelli che si sedevano sul suo lettino, costringeva le ragazze a girarsi e rigirarsi nude, cuciva senza anestesia la mano strappata in due di un giovane manifestante è ancora là, fa il medico nel carcere femminile di Pontedecimo a Genova. Al manifesto, il vicepresidente dell'ordine dei medici genovesi, Alberto Ferrando, ha spiegato che «una pratica su di lui esiste, ma per darle seguito bisogna aspettare la conclusione del processo».
Tra i banchi degli imputati di Bolzaneto, c'è pure chi proprio non si capacita di non aver fatto carriera. Deponendo in aula lo scorso settembre, Antonio Biagio Gugliotta s'è quasi lamentato che, forse per colpa del G8, negli ultimi dieci anni non è riuscito ad andare oltre la qualifica di ispettore nel carcere di Taranto. La procura di Genova ha chiesto per lui la pena più alta in assoluto, 5 anni 8 mesi e 5 giorni, perché era il responsabile dell'intera struttura di Bolzaneto e perché era lui a decidere come dovessero essere trattati i "detenuti". La «posizione del cigno» - braccia sollevate, gambe divaricate e fronte al muro - fu di certo una idea sua. Eppure lui, sedendosi a deporre, non s'è trattenuto: «Sono più di dieci anni che faccio l'ispettore».
Del resto, un po' di carriera l'ha fatta anche Daniela Cerasuolo, la secondina che accompagnava le ragazze in bagno con la testa bassa e le mani sulla nuca mentre altri militari le insultavano. I pm hanno chiesto per lei 8 mesi con pena sospesa dalla condizionale, era agente di Polizia penitenziaria ed oggi è assistente.
Oronzo Doria, l'allora colonnello del disciolto corpo degli agenti di custodia, è diventato generale dopo un paio d'anni. All'epoca di Bolzaneto era il responsabile del coordinamento e dell'organizzazione dei servizi di polizia penitenziaria. Vide molto ma impedì ben poco, è la valutazione dei pm Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruziello che per lui hanno chiesto tre anni e sei mesi. Molti dei 46 imputati di Bolzaneto hanno preferito evitare lo stillicidio delle domande dei pm che a tutti hanno chiesto prima d'ogni cosa: «Che compito svolgeva allora? Cosa fa oggi?». Non importa. Scorrendo le deposizioni è facile rintracciare chi di sicuro ha pagato per le proprie scelte: l'infermiere Marco Poggi, additato per aver raccontato la verità ai magistrati e indicato i colpevoli è stato costretto a lasciare il lavoro nel carcere della Dozza, a Bologna. Lì, ormai, aveva ormai troppi nemici.

Il manifesto 22 Marzo

***

Parla il sociologo Salvatore Palidda, studioso delle forze dell'ordine. «Impunità garantita da coperture politiche e sociali»
«Violenze di polizia? E' colpa anche della sinistra»
G.R.S.


Le denunce di violazioni nelle carceri sono tante: è un'istantanea di un Paese con un problema da risolvere. Ma chi si aspetta d'esser rincuorato da un esperto in materia rimane deluso. Salvatore Palidda, sociologo, mette il carico da novanta. Distribuisce responsabilità a chiunque: «Il quadro è nerissimo, sono in aumento i piccoli rambo. E' colpa della destra come della sinistra».
Perché nelle forze dell'ordine si stanno diffondendo pratiche violente?
Gli abusi all'interno delle carceri ci sono sempre stati, ma negli ultimi anni sono aumentati. In un contesto in cui tutti i governi senza distinzione di colore fanno anatemi sulla «tolleranza zero» qualsiasi membro all'interno delle forze di polizia si sente legittimato a compiere azioni di violenza. Questi hanno preso piede e ora contano. Ad esempio al G8 di Genova erano ringalluzziti perché il segnale che aveva dato Berlusconi era di totale copertura e così loro hanno agito senza problemi.
Ma la loro rabbia contro chi si scaglia?
Si scatenano contro gli immigrati, i comunisti, i tossicodipendenti. In generale contro qualsiasi soggetto sociale che secondo la rappresentazione dell'ordine perbenista non è diverso. E in quanto tale deve essere eliminato dalla scena pubblica o almeno massacrato in modo che impari a autodissolversi. In questo clima nelle forze dell'ordine i pochi democratici presenti sono in estrema minoranza e hanno paura a esporsi e a denunciare.
Detto così sembra che ci siano infiltrazioni fasciste all'interno delle forze dell'ordine?
E' inutile parlare di infiltrazioni, i fascisti nelle forze di polizia ci sono sempre stati. Tra l'altro non c'è bisogno che si dichiarino fascisti, se poi si comportano come tali: purtroppo soprusi contro i «diversi» si stanno diffondendo in maniera spontanea nella società. Soprattutto tra i giovani.
Il centrodestra da anni è il partito delle forze armate.
Attenzione, non è solo il centrodestra. I più strenui difensori delle forze dell'ordine negli ultimi anni sono stati Violante, D'Alema, Minniti. Da anni la sinistra fa a gara per chi deve essere il referente politico. I Gom, squadre speciali violentissime che all'interno delle carceri ristabiliscono l'ordine con vere e proprie spedizioni punitive, sono i protagonisti della «visita» a Bolzaneto. Nell'atto costitutivo avevano a capo un generale dei carabinieri, ex noto iscritto alla P2. E lo sa chi li ha creati?
Lo dica lei...
Eh sì. Sua eccellenza Diliberto. Da Guardasigilli fu lui a firmare il decreto di nascita dei Gom. Non ha mai spiegato all'elettorato di sinistra il perché.
E l'impunità su queste pratiche da che deriva?
Dalla copertura politica, ma anche sociale. Quando un comportamento è socialmente condiviso da una buona parte della popolazione, questo passa come azione legittima. L'esempio dei 21 carabinieri e vigili urbani indagati nella provincia di Bergamo è emblematico. Quelli della Panda nera ogni venerdì sera facevano la «caccia al negro». Per 2 anni. Eppure sono apparse scritte di solidarietà per gli indagati come «hanno arrestato i nostri difensori».
In quella vicenda c'è anche la corruzione...
Sì, ma c'è sempre stata. Non mi scandalizza: ultimamente si è scoperto a Genova che 3 della narcotici per 12 anni di fila si intascavano dosi e soldi durante i loro «interventi».

Il manifesto 22 Marzo

***

VOI SIETE QUI
Padroni che sbagliano
Alessandro Robecchi


Ops! Che distratto! Ops! Che pasticcione! Ma che sta succedendo al capitalismo mondiale? Gli editoriali attoniti di tanti accesi liberisti, sono tutti preoccupati che non si scambi la recente e incombente crisi americana per una crisi del Sistema, dell'Idea. E' la sindrome dell'Urss: per anni e anni molti si affannavano a far notare che il socialismo era una cosa, e il plumbeo socialismo reale era un'altra cosa. Ecco: sta avvenendo lo stesso presso le più fulgide menti del liberismo, cercare di convincere tutti che il capitalismo è bello, buono, magico, un vero toccasana - solo che qualche volta è maldestro, esagera, commette alcune stupidaggini.
Non si potrebbe dire meglio di come fa Massimo Gaggi (Corriere): «Attenzione a non confondere la crisi americana (...) con un fallimento del modello economico liberale». Attenzione, eh! Insomma, non è cattivo, è che lo disegnano così. Quanto a caricature, anche qui non si scherza. La periferia dell'impero non può che attendere l'onda lunga, ma intanto affronta l'argomento salari, la più grave emergenza del paese. Non si può legarli all'inflazione è il monito che viene da tutte le parti, e bisogna semmai legarli alla produttività. Belle parole, come se la produttività fosse un'esclusiva del lavoratore e non (e non anche) un investimento del padrone. Già, nessuno ricorda mai di interrogarsi sulla produttività dei padroni. Innovazione? Poca. Ricerca? Niente o quasi. Investimenti? Chissà: se si guarda il comportamento delle prime 50 imprese per fatturato nel biennio 2006-2007, si notano utili eccellenti. E dove sono finiti? Semplice: a pagare dividendi o a comprare loro stesse azioni per non farsi scalare. E quindi, dove starebbe l'apporto del capitale alla famosa produttività che deve farci crescere tutti? Non si vede. E ora, manco a dirlo, ci spiegheranno che non bisogna confondere il modello economico liberale con qualche pasticcione ostaggio della finanza. Padroni che sbagliano. Non sono cattivi, è che li disegnano così.

Il Manifesto 23 Marzo

***

Nella Colombia di Uribe, caccia alle streghe contro gli oppositori
Sindacalisti uccisi, attivisti umanitari sequestrati, altri costretti a lasciare il paese per sfuggire ai killer, che trovano adepti anche fuori dai confini
Guido Piccoli


Chi vuol capire cosa sia il terrorismo in Colombia non si distragga proprio ora. Dopo la grande mobilitazione contro i crimini paramilitari e militari che ha fatto da contrappeso alla mobilitazione del 4 febbraio (sponsorizzata dal governo e diretta contro un solo delitto, il sequestro, e un solo colpevole, le Farc) si è aperta ufficialmente la caccia ai suoi organizzatori.
Finora sono stati ammazzati quattro sindacalisti e due consiglieri comunali mentre altri sono scampati agli attentati e due attivisti umanitari sono stati sequestrati. Intanto sono decine i minacciati di morte che stanno tentando di sfuggire ai killer, nascondendosi nel paese o chiedendo asilo politico lontano dalla Colombia. Tra di loro, il «camminante per la pace», il professor Gustavo Moncayo, padre di un capitano prigioniero delle Farc da 11 anni, e Iván Cepeda, leader del Movimento delle vittime del terrorismo di stato e figlio dell'ultimo senatore comunista ucciso nel 1994. Personaggi conosciuti anche in Vaticano e alla Farnesina, da dove dovrebbero partire immediati appelli al governo di Bogotà per chiedere di fermare la sanguinosa rappresaglia in atto. Comunque si definiscano o vengano chiamati i sicari («forze oscure», Autodefensas unidas de Colombia e adesso «Aguilas negras»), i mandanti sono comunque rintracciabili allo stesso indirizzo: Palacio Nariño, Carrera Settima, Bogotà. Uno su tutti: José Obdulio Gaviria, il consigliere più vicino del presidente ??lvaro Uribe. Colui che è considerato il Richelieu di corte e risulta cugino del defunto boss Pablo Escobar Gaviria, ha accusato gli organizzatori della mobilitazione del 6 marzo di essere delle Farc. Nessuno nel governo, tanto meno Alvaro Uribe, lo ha zittito e tutti i media hanno fatto da megafono ad una segnalazione che in Colombia equivale a una condanna a morte.
La storia quindi si ripete. Mentre lo Stato combatte la guerriglia, si gloria di aver eliminato il suo rappresentante con maggiore esperienza internazionale, Raúl Reyes, e di avere così bloccato la possibilità di un accordo umanitario, i paramilitari si occupano, a loro modo, della società civile. Secondo Uribe in Colombia non c'è spazio per terzi: «O con lo Stato o con la guerriglia». Ad arroventare il clima concorrono vari elementi. Innanzitutto, l'impressione (o l'illusione) della prossima «fine delle Farc», che vieta ogni genere di defezioni. E poi la sensazione dell'assedio e dell'isolamento della Colombia, non solo da parte del «mini-asse del Male», guidato dal Venezuela di Chávez (e comprendente Ecuador, Bolivia, Nicaragua e Cuba), ma anche dal resto dell'America latina, com'è risultato evidente, durante la crisi provocata dal bombardamento che ha ucciso, tra gli altri, Reyes. Il ricompattamento dell'oligarchia tradizionale con quella mafiosa, le esternazioni filo-governative degli alti prelati (come quella sanguinaria sull'uccisione di Reyes da parte dell'ex presidente della Conferenza Episcopale, Pedro Rubiano) e il totale allineamento di tutti i media che continuano a reclamizzare una popolarità di Uribe al 90% (ottenuta da ridicoli sondaggisti di regime) mette in difficoltà anche l'opposizione rappresentata dal Polo Democratico Alternativo, diviso proprio sull'atteggiamento da tenere rispetto alle Farc.
Uribe sembra trovare adepti anche fuori la Colombia. La presenza di alcuni giovani universitari messicani nell'accampamento di Reyes (cinque dei quali uccisi, mentre una studentessa è stata ferita) ha alimentato una caccia alle streghe contro tutte le organizzazioni di dissenso al neo-liberismo in America Latina. Puntualmente, due giorni fa, nella città peruviana di Iquitos sono stati arrestati due presunti guerriglieri delle Farc che, secondo il capo della polizia Octavio Salazar, sarebbero entrati in Perù col compito di «destabilizzare il paese», appoggiando le manifestazioni contro la privatizzazione dell'Amazzonia e organizzando il boicottaggio del vertice tra l'Europa e l'America latina e il Caribe di metà maggio. I movimenti popolari peruviani e la rete bi-continentale di Enlazando Alternativas, che vuole promuovere relazioni politico-economiche eque tra i paesi europei e quelli latinoamericani, rischiano di vedere applicata anche su di loro la ricetta Uribe.

Il Manifesto 23 Marzo


 



 

Ultime cose
Il mio profilo

* * * * * * * * * * COMUNE DI SAN FELE * * * * * * * * * *
Comune di San Fele - Consiglio Comunale dei Ragazzi e delle Ragazze
Comune di San Fele - Eventi 2010
Comune di San Fele - San Fele d'Oro
Comune di San Fele - San Giustino, Santo dei Due Monti
Comune di San Fele - "C'era Una Volta" Concerto/Presentazione del Laboratorio
* * * * * * * * * * COMUNE DI RUVO DEL MONTE * * * * * * * * * *
Comune di Ruvo del Monte - Conferimento Cittadinanza Onoraria Eva Hunter
Comune di Ruvo del Monte - Eventi 2010
Comune di Ruvo del Monte - Eventi 2010 (Vol.2)
Comune di Ginestra - No alle Estrazioni di Indrocarburi nel Vulture
* * * * * * * * * * COMUNE DI RIONERO IN VULTURE * * * * * * * * * *
Comune di Rionero - "Violenza per l'Essere Donna" - Lavori: Istituto d'Istruzione
67. Anniversario Eccidio Nazi-fascista - Manifestazione 4 Novembre 2010
Comune di Rionero - Conferenza Stampa C.S. Vultur - Conferenza Stampa Piano Urbanistico
Comune di Rionero - Padre Achille Fosco
Comune di Rionero - La Differenziata La Fai Tu
Comune di Rionero - Giornata della Memoria 2010
Comune di Rionero - Incontri con gli Autori: "Giuseppe Catenacci", "L'Ombra del Visir"
Comune di Rionero - Natale 2009
Comune di Rionero - "Voci di Famiglia" di Harold Pinter
Comune di Rionero - "Una Piazza Italiana"
Comune di Rionero - Visita del Presidente della Repubblica
Comune di Rionero - Incontri con gli Autori - Le Verità Nascoste
Comune di Rionero - Le Opportunità Offerte nell'ambito della Ricerca
Comune di Rionero - Progetto Archeologico: "Da Torre Degli Embrici al Vulture"
Comune di Rionero - Consigli Comunali
Comune di Rionero - 66. Anniversario Eccidio - 4 Novembre
A Rionero Piovono Libri 2010
Comune di Rionero - Don Luigi Ciotti
Comune di Rionero - A Rionero piovono libri 2011
* * * * * * * * * * PRO-LOCO FILIANO * * * * * * * * * *
Pro-Loco Filiano: Presentazione del Libro Lucani
Pro-Loco Filiano - Eventi Culturali 2011
* * * * * * * * * * PRO-LOCO VENOSA * * * * * * * * *
Pro-Loco Venusia: Presentazione del libro "Socrate"
Pro-Loco Venusia - Vivi Un Natale a Venosa 2010
Pro-Loco Venusia - Miss Italia 2007
Pro-Loco Venusia - Notte Bianca 2007
Pro-Loco Venusia - "Schermi Riflessi" di A. Lostaglio
* * * * * * * * * * CENTRO ARCOBALENO * * * * * * * * * *
Centro Commerciale Arcobaleno - Conferenza Stampa Borse di Studio
Centro Commerciale Arcobaleno - Eventi 2010
Centro Commerciale Arcobaleno - Notte Bianca
Centro Commerciale Arcobaleno - Mangia e Ridi
* * * * * * * * * * ARCHIVIO DOCUMENTI * * * * * * * * * *
Documenti - Carnevale Rionerese 1988
Archivio Armando Lostaglio: Poesie di Carmine Cassese
Documenti Archivio Tele Vulture (Vol.1)
Documenti Archivio Tele Vulture (Vol. 2)
Documenti - Archivio Tele Vulture (Vol.3)
Documenti - Archivio Tele Vulture (Vol.4)
Documenti - Archivio Tele Vulture: Le 7 note del Vulture
Documenti - Archivio Tele Vulture (Vol.5)



me l'avete letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

   
sfoglia     febbraio   <<  1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10  >>   aprile