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29 maggio 2008

SIDERURGIKATV nuova serie


SIDERURGIKATV
nuova serie




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 MOSCA - Record di suicidi nel 2007 nell'esercito russo: 341, 'quasi un battaglione di militari', ha ammesso il procuratore capo militare Fridinski.Lo riferisce l'agenzia Itar-Tass. Si tratta di un numero tre volte superiore a quello registrato lo scorso anno nelle forze armate americane, dove peraltro la motivazione e' spesso legata al traumatico rientro dalla guerra in Iraq, e il dato e' di poco inferiore a quello dei militari russi che rimangono vittima di incidenti stradali: 367.  NAPOLI - Operatori e medici del 118 effettuano un servizio di emergenza e, mentre assistono il malato, vengono derubati dell'ambulanza. E' accaduto a Pianura, alla periferia di Napoli. Il 118 era stato allertato da una telefonata. Gli operatori si sono recati sul posto e mentre prestavano soccorso ad una persona non in gravi condizioni di salute, si sono accorti che qualcuno stava portando via l'ambulanza. I carabinieri, a cui e' stato segnalato il furto, hanno poco dopo ritrovato il mezzo.  WASHINGTON - Serve al piu' presto un idraulico nello spazio: la toilette della Stazione Spaziale Internazionale non funziona piu'. I tre astronauti della Stazione Spaziale hanno usato negli ultimi giorni la toilette della navicella Soyuz, parcheggiata accanto al Laboratorio Orbitante, ma con capacita' limitata. Per evitare intasamenti la Nasa ha suggerito di adottare un sistema di emergenza nel bagno rotto, sacchetti collegati alla parte ancora funzionante della toilette spaziale.
     
 SATIRA MURALE  SATIRA MURALE  SATIRA MURALE
 "Bush è stupido come un pezzo di legno"

John McCain senatore dell'Arizona

Il principe William è sotto accusa perché è atterrato con un elicottero militare dentro il perimetro della villa di campagna della fidanzata. "Il fascismo fu fondamentale per modernizzare l'Italia"

Gianni Alemanno (neo sindaco di Roma).




REPORTAGE


I soci imbarazzanti del giovane Renato
 
La storia delle «frequentazioni imbarazzanti» del presidente Schifani - così sono state evocate in tv da Marco Travaglio - è tutta contenuta in un libro pubblicato nel marzo del 2007: titolo «I complici», autori Lirio Abate e Peter Gomez, Fazi editore. Per la verità il ruolo di Renato Schifani, così come descritto attraverso le carte giudiziarie, risulta meno centrale di tanti altri, sui quali verbali e intercettazioni si dilungano parecchio. Il nome del presidente del Senato vien fuori per una vicenda che risale al 1979, periodo in cui «Renatino» - così lo chiamavano gli amici della dc - frequentava lo studio legale di Peppino La Loggia, padre di Enrico, e maggiorente dello Scudo crociato. Schifani risulta, in quel periodo, tra i soci di un’agenzia di intermediazione, la «Sicula Brokers», insieme con Enrico La Loggia, Giuseppe Lombardo (amministratore di alcune società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, nel 1987 poi condannati per mafia), l’ing. Benny D’Agostino (grande amico, per sua ammissione, del boss Michele Greco e due volte condannato per associazione mafiosa) e Nino Mandalà, noto capomafia del mandamento di Villabate che risulterà, molti anni dopo, il gran favoreggiatore di Bernardo Provenzano ma anche fondatore di uno dei primi club di Forza Italia a Palermo. Il libro - sottotitolo: «Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano, da Corleone al Parlamento» - concentra la sua attenzione sul clima della fine di quegli anni Settanta per ricostruire la cosiddetta «zona grigia», a cavallo tra soldi, mafia e politica. Schifani non è mai stato sotto inchiesta per quella vicenda e non ha neppure sporto querela nei confronti degli autori. Quando uscì «I Complici», sia La Loggia che il presidente del Senato presero in considerazione l’ipotesi di andare per vie legali. Furono invece querelati i giornali - da parte di La Loggia - che avevano pubblicato alcune anticipazioni più «sbrigative» e incomplete rispetto al libro che risultava, invece, ben aderente alle vicende giudiziarie che ne seguivano, tenendo separati gli aspetti processuali e quello del giudizio etico e politico. Cosa che ha consentito a Renato Schifani di poter affermare - nell’immediatezza della pubblicazione del libro - di aver avuto frequentazioni con persone che solo diciotto anni dopo sono stati riconosciuti e condannati come mafiosi. L’altra vicenda «a rischio» che ha visto protagonista l’allora senatore di Forza Italia risale al periodo immediatamente seguente alla «discesa in campo» di Berlusconi e alla nascita di Forza Italia. A tirare in ballo Schifani fu Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale di Villabate, «traviato» dall’amicizia coi Mandalà (padre Nino e figlio, Nicola) divenuto collaboratore di giustizia e gola profonda della Procura di Palermo. Campanella, tra le tante altre storie, racconta della concessione di una consulenza urbanistica in favore di Renato Schifani, in vista - dice il pentito - del nuovo piano regolatore. Promotore, sarebbe stato Enrico La Loggia, ma Campanella insinua il sospetto che la trattativa sia stata portata avanti col mafioso Mandalà. La Loggia ha negato, specificando che la consulenza venne attribuita a Schifani dopo un abboccamento col sindaco di allora, Giuseppe Navetta di Forza Italia, perchè «Schifani era bravo ed era il migliore sul mercato» e l’incarico poteva essere anche un modo di ripagare l’impegno profuso da Schifani nell’organizzazione del partito appena nato. Campanella replicava, invece, che l’idea politico- mafiosa era quella di manipolare il piano regolatore ed eventuali benefici economici sarebbero andati anche a La Loggia e Schifani. Per queste affermazioni il presidente del Senato ha denunciato Francesco Campanella, già quando divennero pubbliche le sue dichiarazioni. Per la cronaca, la consulenza a Schifani ebbe la durata di un anno, perchè nel fattempo il politico veniva eletto. Tre anni dopo, nel 1999, il comune venne sciolto per mafia.

La Stampa 12 MAGGIO

***

Il business dei tuguri per clandestini
 
Hibraim viveva a Porta Palazzo: camera con «angolo pollaio» incorporato. Stesi a terra i materassi; accanto all’uscio che dà sul balcone un fornelletto a tre gas incrostato e vecchio. Hibraim, marocchino di Kouribga, abitava al quarto piano di una casa di ringhiera in corso Regina Margherita, nel cuore del quartiere che a Torino è simbolo della nuova immigrazione. Stanza di tre metri per tre, sgabuzzino e bagno sul balcone: il tutto a 450 euro al mese da dividere con tre connazionali. Marocchini come lui, clandestini come lui. Uomini e animali insieme. «Che ve ne fate di questi due polli?» gli domandarono i poliziotti al momento dell’ingresso in quella casa. «Li abbiamo comprati, li ingrassiamo e li mangeremo». Eccole qui le case dei clandestini: stamberghe affittate a peso d’oro, e senza contratto, da gente che si è arricchita alle loro spalle. Il neo ministro degli Interni, Roberto Maroni rilancia la proposta del sequestro e della confisca obbligatoria di quelle case. Lasciando intendere la volontà di colpire quanti favoriscono l’immigrazione clandestina. Che poi, spesso, sono cittadini italiani a capo di consistenti patrimoni immobiliari.
Trovarli è una caccia al tesoro, spesso attraverso sigle di società che controllano, o sono controllate, da altre società. Giorgio Maria Molino, 65 anni, «il dottore» come lo chiamano quelli che affittano casa da lui, è uno di loro. Lo vedi e sembra un pensionato vagamente dimesso: capelli bianchi, vestiti tutt’altro che ricercati, riservato. Eppure è considerato uno dei «re delle soffitte» di Torino. La sua dote di immobiliare - che poi sono appartamenti nelle zone storiche dell’immigrazione, oppure nella prima periferia - è stimata in ben più di mille unità. Tante? Forse: Qualcuno dice che c’è anche chi ne ha ben più di lui. Giorgio Molino lo hanno arrestato nel luglio di un anno fa, dopo avergli chiuso un palazzo tutto affittato a prostitute: dieci alloggi e altrettante, o forse anche di più, ragazze che lavoravano lì dentro. Un via-vai continuo tutta la notte, tutte le notti. Alla fine i vigili urbani del nucleo di polizia giudiziaria sono riusciti a mettergli le manette. Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, una delle accuse che gli hanno mosso. Lui non ha fatto una piega. Il suo avvocato ha subito sottolineato: «Il signor Molino non ha mai subito condanne». Le voci e le polemiche, invece, lo inseguono da anni. Lui nega tutto.
Storie di case e di gente, di sfruttati e di sfruttatori. Padova, via Anelli. I cinque palazzoni che erano stati costruiti per gli studenti, sono diventati negli anni ricovero e rifugio di disperati e delinquenti. Clandestini? Anche. «Tantissimi» dice la gente di lì. Cercavano un tetto e hanno trovato chi glielo dava senza fare tante storie, ma anche senza far loro firmare lo straccio di un contratto. L’importante era che pagassero. Manciate di banconote ogni mese. Via Anelli è rapidamente diventata il simbolo dell’immigrazione clandestina della città ai piedi dei colli Euganei. Le proteste per lo spaccio, hanno fatto sorgere un «muro» di lamiere per separare quei palazzi dalle zone residenziali. Ma ce n’è voluto prima di svuotare quei cubi di cemento dagli esseri umani che sognavano qualcosa di più dignitoso di un rudere da pagare a peso d’oro. Da Padova a Brescia. Una ricerca realizzata su dati della Fondazione Ismu e dell’Istat stabilisce che questa è la città con la più alta densità di clandestini sul territorio: 32 ogni mille abitanti. Vivono tra il quartiere Carmine e la stazione. Sono essenzialmente senegalesi e marocchini. I pachistani hanno colonizzato la cintura. La val Trompia è considerata il luogo di massima concentrazione di immigrati regolari e non che arrivano da Sukkut o dalla regione del Panja. E dopo Brescia c’è subito Prato, dove gli immigrati clandestini sono quasi tutti cinesi. Vivono in stanze dormitorio: pagano affitti che valgono quanto uno stipendio da operaio «in nero». La stessa indagine racconta che in Italia sono più di 650 mila i clandestini: in pratica sono irregolari undici immigrati ogni mille abitanti. Vivono nelle grandi città, raramente in provincia. A Brindisi, oppure a Bari un tempo l’emergenza erano gli albanesi che sbarcavano in massa sulla costa. Ora restano piccole enclaves di eritrei che lavorano in campagna. Nella zona di Foggia, invece, il fenomeno è tutt’altro che sottotraccia, ed è alimentato dalla raccolta dei pomodori. Lì li trovi a migliaia: uomini e donne dell’est Europa o oppure dell’Africa centrale. Il permesso di soggiorno per loro è una chimera. Vivono ammassati dentro vecchie masserie. Guadagnano una manciata di euro al giorno che reinvestono quasi per intero per pagarsi un posto letto in queste case tugorio. Un giro d’affari consistente che arricchisce, forse, più i caporali che i padroni di casa. A Roma, il quartiere Cassia è quello dei Filippini e dei sudamericani. L’immigrazione del Niger, dalla Costa d’Avorio dal Senegal s’è radicata nel quartiere Pigneto. Ci sono i regolari, ma anche tanti, tantissimi, clandestini. Stesse case di Torino, di Foggia o di Milano. Stessi affitti: 300, 400 o anche 500 euro per un posto letto. E chi non trova una casa, o non ha denaro a sufficienza per strapagare un posto letto, si rifugia nelle fabbriche abbandonate. Almeno lì dentro non deve pagare nessuno.

La Stampa 12 Maggio




 

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