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6 aprile 2008

EVASION giornale del libero pensiero

 
Free Tibet

EVASION
giornale del libero pensiero



SOMMARIO
1) PRODUZIONI, cONATTI SEGNALAZIONI
2) RASSEGNA STAMPA di Gianni Donaudi
3) Reportage


PRODUZIONI, SEGNALAZIONI, CONTATTI

Da enzo.bettazzi@ignaziofresu.it:

FRAMMENTI
   Mostra personale di Ignazio Fresu

   13 aprile - 31 luglio 2008
   Prato - la Dolce Vita
    Via Traversa Pistoiese 37 (59100)
   +39 0574814748 (tel), +39 3285656609

(tel)
   orario: tutti i giorni 08,30 – 20,30 -

sabato chiuso

www.ignaziofresu.it

Un’opera scultorea formata da una serie di

formelle come metope. Un fregio realizzato

con i materiali consueti ad Ignazio Fresu,

trasformati in pietra. Reperti archeologici

come tracce riesumate da un passato senza

tempo. Rifiuti del consumismo trasformati in

apparenze che si mostrano nella loro

caducità sospesa tra il comparire e lo

scomparire come modelli derivati da qualcosa

di cui si è cancellata, dimenticata

l'origine. Un fregio per l'uomo sopraffatto

e soffocato dai residui dei suoi consumi, da

una società che tende con incredibile e

spaventosa disinvoltura a rottamare,

gettare, eliminare, dimenticare, disperdere

tutto ciò che non è più nuovo, che non è più

efficiente, che non è più perfetto e

giovane, lucido, integro e integrabile in un

sistema che gravita intorno a un consumismo

alienante che sta cancellando il nostro

tempo.

***

COMUNICATO STAMPA da edizionieva@libero.it

Il “Foglio volante” di aprile


    Il “Foglio volante” di aprile, spedito

in questi giorni, è un numero monografico

con una lunga recensione di Gerardo Vacana

al testo di Amerigo Iannacone “Dall’otto

settembre al sedici luglio” che riportiamo

qui di seguito. Chi volesse ricevere copia

saggio del mensile, lo può chiedere a uno

degli indirizzi: edizionieva@libero.it,

edizionieva@edizionieva.com, opp. per

telefono o fax al n. 0865.90.99.50.

Un prezioso volumetto
Dall’otto settembre al sedici luglio di

Amerigo Iannacone

Vi sono libri il cui valore è inversamente

proporzionale al formato: è il caso del

prezioso volumetto di Amerigo Iannacone

Dall’otto settembre al sedici luglio (ed.

Eva), tanto denso di contenuto quanto

minuscolo, come si addice alla collana “I

Colibrí” (gli uccelli mosca), in cui è

inserito. Quante storie, quanta storia (e

quanta geografia) l’autore è riuscito a

collocare in una sessantina di paginette! Il

volume, ad attestare subito il suo genere

composito, tra documento, cronaca, poesia e

racconto (soprattutto, racconto), inizia con

una scheda biografica e si conclude con il

foglio matricolare di Michele Iannacone,

padre dell’autore, che ne è il personaggio

principale. Nella sua burocratica nudità, il

foglio matricolare è particolarmente

eloquente: letto con attenzione, la dice piú

lunga di un’analisi storica sulla politica

militare e sulle precoci intenzioni belliche

di Mussolini. Vi apprendiamo che l’aviere

scelto, e poi caporalmaggiore nella

fanteria, Iannacone, tranne brevi parentesi,

passa sotto le armi quasi tutta la sua

giovinezza, tornando a casa tanto provato

che sanno di miracolo la sua sopravvivenza e

il suo tardivo inserimento in una vita

operosa, nella pace e nella serenità. La

stessa sorte è toccata, piú o meno a tutti

gli italiani nati negli anni Dieci e nel

primi anni Venti.
Ho letto il libro con una partecipazione

totale dell’animo, e soprattutto con la

gioia di vedermi restituita intera dalla

penna commossa e sapiente di Amerigo la

figura di un uomo, tanto mite e discreto

quanto valoroso, che ho avuto la ventura di

conoscere, apprezzare ed amare come una

persona di famiglia. Me lo sono ritrovato

davanti come lo vedevo negli anni di piú

frequenti contatti e piú intensa

collaborazione tra me ed Amerigo, quando si

affacciava in punta di piedi nello studio

del figlio, per salutare me o altri amici e

poi si allontanava altrettanto

silenziosamente. Tra padre e figlio correva

un’intesa senza ombre, come raramente accade

con chi appartiene a due diverse

generazioni. Egli non era solo il primo

lettore dei libri di Amerigo, ma anche

l’ispiratore di tante sue pagine di prosa e

di poesia. Quanto apprendiamo da questo

ultimo libro completa, presentandolo sotto

luci diverse e piú drammatiche per gli

eventi evocati, un ritratto le cui linee

principali già conoscevamo. La bontà,

l’equilibrio e tutte le altre qualità,

essendo di buona lega, non vengono stravolte

dalle atrocità della guerra e dalle

sofferenze nel campo di concentramento.
Michele Iannacone ci appare in ogni istante

come l’immagine della serietà e della

genialità contadina e operaia. Versatile di

ingegno, aveva appreso, per vivere

degnamente del proprio lavoro in un ambiente

povero e che offriva poche opportunità,

oltre al mestiere principale di muratore,

anche quelli di coltivatore, barbiere,

fabbricante con le sue mani di cesti e

canestri. Come quasi tutti i figli del Sud,

delle regioni povere d’Italia, era stato

anche emigrante.
Il libro nasce dai racconti che Michele e il

compaesano e compagno di vita militare,

dalla leva alla guerra alla prigionia, amico

fraterno e poi anche compare Zi’ Nicandro,

facevano alle famiglie e ai bambini riuniti

la sera davanti al focolare: «Per noi

bambini e ragazzi, i racconti delle

vicissitudini che i nostri genitori avevano

vissuto durante la guerra diventavano gesta

leggendarie, gesta epiche come quelle dei

poemi omerici o delle epopee cavalleresche,

che avremmo poi incontrato sui banchi di

scuola. Molti dei racconti venivano ripetuti

piú volte e ogni volta c’era un particolare

in piú che prima era stato saltato o che

forse ci era sfuggito. Ma anche se li

sentivamo per la decima o la ventesima

volta, quei racconti non ci annoiavano

affatto: li seguivamo sempre con grande

attenzione» (15-16). Erano gli anni

Cinquanta e i primi Sessanta, e a Ceppagna –

la frazione di Venafro, che è il luogo natio

dove sono sempre vissuti Michele, Zi’

Nicandro e le loro famiglie, si viveva

ancora poveramente o molto sobriamente e

all’antica, e la televisione era di là da

venire. Poi è avvenuta, quasi

involontariamente, una vera e propria

rivoluzione antropologica, che ha dissolto

usi e costumi secolari di una comunità i cui

membri comunicavano davvero: una civiltà

agro-pastorale, contadina, che comportava

sacrifici, rinunce e anche intollerabili

sopraffazioni e iniquità, ma era pure la

civiltà del vicinato, di una vita laboriosa,

condivisa, virtuosa, fondata sullo scambio

leale e fraterno, dalle giornate per

lavorare i campi al lievito per fare il

pane. Anche di questo mutamento epocale

l’ultimo libro di Amerigo, come i

precedenti, rende una fedele testimonianza:

«Poi pian piano, gradualmente, le cose sono

mutate. Gli anni passavano e cambiava il

modo di trascorrere le serate. Le famiglie

non si riunivano piú ora a casa mia ora a

casa tua, ma ognuno se ne restava a casa

propria, davanti al piccolo schermo, che

aveva preso il posto del focolare. E i

racconti del focolare rimanevano solo nei

ricordi (17). Per non fare disperdere la

memoria dei racconti serali, tra gli anni

Ottanta e Novanta, Amerigo Iannacone

inizierà a prendere appunti per una

pubblicazione. A tale scopo, riunisce e

ascolta il padre e Zi’ Nicandro, ma dopo

qualche seduta, gli incontri vengono

interrotti: gli impegni quotidiani

distraggono l’autore dal progetto. Egli,

comunque, legge il paio di paginette che ha

scritto ai due anziani commilitoni, che le

ascoltano con gli occhi lucidi e stentano ad

articolare parole. Il libro sarà costruito

piú sui ricordi che su quei pochi lontani

appunti, e sarà pubblicato a dieci anni

dalla morte del padre. Nel capitolo III

viene espresso, sia in prosa che in versi,

il rammarico per non avere saputo saldare in

tempo quell’antico debito col padre e Zi’

Nicandro, e nel V ci viene assicurato che

«quello che racconta non è invenzione, ma

solo fatti realmente accaduti» (33). Sono i

due capitoli sulla genesi del libro, un

racconto nel racconto, con pagine assai

belle e toccanti. Vi troviamo un tema

centrale e ricorrente in Amerigo Iannacone,

quello (leopardiano) sul «tempo di momenti

non vissuti», e il pensiero va al suo libro

di poesia Ruit hora, del 1992. Vi troviamo

il tenero rapporto tra il figlio e un padre,

di cui risaltano la discrezione e la

sensibilità, la nobiltà del cuore:

«Continuavo a rinviare / non cedevo nemmeno

/ alle sue rare / timide istanze...» (28);

«E mi immagino mio padre, da qualche parte,

leggere queste pagine e commuoversi, come

spesso faceva, quando leggeva – mio primo

lettore – i miei scritti» (33).
La struttura del libro riflette fedelmente,

deliberatamente, e quasi con scrupolo

filologico, i due tempi maggiori della sua

genesi: quello dei primi appunti e delle

prime «paginette», lette ai due

protagonisti, e quello della loro

continuazione ed integrazione – una

quindicina di anni dopo – con i ricordi solo

memorizzati, che insieme hanno dato origine

all’attuale volume. Le «paginette» del primo

tempo, contenute nel capitolo che ha lo

stesso titolo del volume. ed è diviso in due

parti, L’otto settembre e Il campo di

concentramento, oltre a un grande valore di

documento storico, su cui torneremo piú

avanti, hanno anche un valore aggiunto di

carattere umano e affettivo. Le leggiamo

sapendo che, prima di noi, le hanno

ascoltate Michele e Zi’ Nicandro, entrambi

commossi e fieri che un “loro” figlio, un

ragazzo di Ceppagna avesse dato una voce

elegante e fedele alle loro vicissitudini e

sofferenze, che, in tal modo, non sarebbero

andate perdute e avrebbero costituito un

monito a favore della pace per le

generazioni future. Tra questo capitolo e

gli altri – gli ultimi quattro – in cui si

raccontano episodi della prigionia in

Germania, vengono intercalati capitoli

dedicati alcuni alla rievocazione della vita

di una volta a Ceppagna, alla pittoresca

figura di Zi’ Nicandro e alla morte del

padre avvenuta proprio il giorno di San

Michele; altri alla guerra a Cassino e paesi

vicini, con una particolare attenzione alla

distruzione di San Pietro Infine, «punto

strategicamente obbligato e irrinunciabile

per poter avanzare verso Cassino», a Venafro

bombardata per errore il 15 marzo 1944 e

alla strage del Pozzo Nuovo a Ceppagna, in

cui il 12 dicembre 1943 rimasero vittime di

una cannonata tedesca 11 civili, tra i quali

bambini e ragazzi dai cinque ai dodici anni.
Il libro è come uno spartito musicale, con

due voci principali: quella dell’autore che

racconta in terza persona (a carattere

tondo) e quella che egli presta al padre

prigioniero che, in prima persona plurale –

ad indicare un destino condiviso con

Nicandro e gli altri connazionali – condensa

in alcuni episodi particolarmente

significativi il lungo calvario del campo di

concentramento e la piccola odissea del

ritorno in Italia. Questi racconti messi in

bocca al padre – con Zi’ Nicandro che fa da

controcanto – hanno nel libro carattere

corsivo.
L’otto settembre sorprende il reggimento dei

due molisani nell’isola di Zante:

«Nell’isola di Zante eravamo in seimila ed

erano con noi duecento Tedeschi» (20).

Michele ci racconta i fatti senza alcuna

acredine e animosità, ma con la serenità e

l’equilibrio che gli conosciamo (e questa

osservazione vale anche per gli altri

eventi). Dalle sue parole appaiono

nettamente due differenze: la prima tra lo

sbando degli Italiani, abbandonati a se

stessi e la perfetta organizzazione dei

Tedeschi; la seconda, tra l’irresponsabile

comportamento dei vertici militari, che si

danno alla fuga, e la grande dignità,

l’umana saggezza di tutti gli altri membri

dell’esercito: «Il generale comandante della

divisione si era dileguato e noi eravamo

tagliati fuori da ogni collegamento con

l’Italia e da ogni rifornimento sia di

viveri che di mezzi [...]. Sbarcarono altri

quattrocento Tedeschi, si aggiunsero ai

duecento che già erano sull’isola e, benché

fossero solo seicento e noi seimila, ci

accerchiarono. S’impossessarono di tutti i

centralini telefonici, ci puntarono addosso

le loro mitragliatrici e i loro cannoni e ci

intimarono la resa. [...] Noi eravamo sí in

numero molto superiore, ma, tagliati ormai

fuori da mesi da ogni collegamento con

l’Italia, eravamo senza rifornimenti,

equipaggiati male, con poche armi, con

pochissime munizioni e senza alcuna

direttiva dall’alto, mentre i Tedeschi erano

ben armati, ben riforniti e ben organizzati»

(20-21). A questo punto, Michele, con molta

semplicità, ci informa di qualcosa di molto

importante, anzi di assolutamente inedito,

che mai avevamo letto prima, nei pur

numerosi racconti o cronache su quel tema:

un anziano ufficiale propone un referendum

sul da farsi. È un totale rovesciamento del

modo di comportarsi e di prendere le

decisioni: dall’arbitrio piú o meno

irresponsabile a una decisione partecipata,

quasi il nascere nella vita militare di un

embrione di ciò che sarebbe stata la

democrazia nella vita civile: «Il nostro

colonnello piú anziano, che aveva assunto il

comando dopo che il generale era sparito, ci

tenne un breve onesto discorso. “Oggi siamo

tutti uguali: – disse – ufficiali,

sottufficiali, truppa”. Poiché non se la

sentiva, nelle condizioni in cui ci

trovavamo, di prendere lui una decisione,

propose un referendum fra tutti i militari,

ufficiali, sottufficiali e truppa. Cosí, uno

alla volta sfilammo in fureria, in una sorta

di improvvisato seggio elettorale, davanti a

un sottufficiale che su un quaderno

registrava man mano i nostri “sí”

(consegnare le armi) e i nostri “no”

(combattere). Alla fine fu fatto il

conteggio dei “sí” e dei “no” e, con uno

scarto modesto, risultarono vincenti i “sí”.

Ci arrendemmo. [...] Anche a Corfú e a

Cefalonia era accaduto qualcosa di analogo.

Anche lí avevano fatto un referendum, ma

avevano vinto i “no” e ci fu battaglia

all’ultima munizione. Per tre giorni si

combatté e gli Italiani riuscirono

addirittura ad affondare tre navi. Ma poi,

ai Tedeschi giunsero i rinforzi e i nostri

furono sopraffatti. Seguirono tre giorni di

caccia all’uomo su tutta l’isola, nel corso

della quale i soldati tedeschi ebbero “carta

bianca”. Qualcosa come seimila uomini furono

sterminati» (22).
Consegnate le armi, la divisione di Michele,

ad Atene, dove giunge navigando tra mille

pericoli, viene caricata su una tradotta e,

dopo un viaggio faticoso ed estenuante di

una quindicina di giorni, giunge nel campo

di concentramento tedesco il 3 ottobre,

proprio il giorno della patrona di Ceppagna,

la Madonna del Rosario: «Nicandro, il mio

compagno e compaesano con cui avevo

condiviso finora tutte le fasi della guerra

e con cui avrei condiviso la prigionia,

all’arrivo al campo si lasciò sfuggire

un’esclamazione: “Ma che bella festa,

quest’anno!”» (24).
Poi, con un procedimento narrativo di tipo

rapsodico, si interrompe il racconto della

prigionia e, con la morte di Michele, inizia

un cammino a ritroso verso episodi lontani

nel tempo e soprattutto su cosa accadde a

Ceppagna durante i nove mesi della guerra a

Cassino. Michele muore il 29 settembre 1997,

proprio il giorno del suo onomastico. Lo

trovano morto, dopo averlo atteso e cercato

invano per molte ore, in un suo uliveto, a

due chilometri da casa. Tutto il paese

partecipa alle ricerche «in uno slancio di

solidarietà e con spirito di abnegazione, in

un abbraccio affettuoso, per un uomo che si

faceva voler bene da tutti» (30). Michele è

scivolato e caduto in un fossato, dove era

difficile vederlo, dopo aver tagliato un

fascio di vimini con cui avrebbe voluto

realizzare – a 85 anni – un paniere o un

cestino; il vecchio cuore malato non aveva

retto. Dopo la prova corale di solidarietà e

di affetto dell’intero paese, ce n’è una

individuale, non meno commovente, di un

anziano contadino: «I vimini che mio padre

aveva colto li prese, a nostra insaputa,

Antonio, un anziano compaesano, e dopo

qualche giorno ci portò due panieri

realizzati con quei vimini. Era un omaggio

che volle fare a mio padre.» (Anche, a

testimonianza, pensiamo noi, che quella

antichissima arte manuale dell’intrecciare

non poteva morire.) Cosí chiude il capitolo,

toccando una delle punte di piú intensa

emozione del volume.
Quasi dall’altro capo di quel che abbiamo

chiamato un cammino a ritroso, ci imbattiamo

in un episodio di un umorismo assai gustoso.

Dopo aver appreso che Zi’ Nicandro deve il

suo nome cosí poco diffuso ad uno dei

patroni di Venafro, mentre il suo cognome –

Matteo – sembra un nome, per altro assai

frequente, assistiamo ad un esilarante

dialogo tra lui e il militare addetto alla

immatricolazione:
«Cognome e nome?»
«Matteo Nicandro».
«Prima il cognome e poi il nome».
«Matteo Nicandro».
«Ho detto prima il cognome».
«Appunto: Matteo Nicandro».
«Ma il cognome è Nicandro».
«No, è Matteo».
«È Nicandro».
«Ma vuoi saperlo piú tu che io?»
Ditemi voi se queste battute non sono degne

di Peppino o di Eduardo.
L’umorismo è costitutivo della psicologia di

Amerigo e, di conseguenza, della sua

scrittura creativa. E questo libro di guerra

e di prigionia si colloca anche sotto quella

cifra («Il mio scritto non vuole essere un

testo drammatico e piagnucoloso, ma

piuttosto ordinare e riportare episodi e

aneddoti – talvolta, nel dramma, anche

divertenti – che avevano accompagnato i

lunghi mesi della prigionia di mio padre nel

campo di concentramento tedesco»: sono

dichiarazioni dello stesso autore (p. 26).

Se riflettiamo, poi, che il Molise ha fatto

parte per molti secoli del Regno di Napoli,

ci rendiamo conto come lo spirito di quella

città, con la sua grande inventiva, la sua

levitas, il suo brio, il suo senso del

comico, abbia potuto permeare di sé tante

pagine di Amerigo (come di altri scrittori

del Molise e di tutta l’ex Terra di Lavoro).
Sempre Zi’ Nicandro è protagonista di un

capitolo (“La minestra”) sulla prigionia,

inserito come una parentesi venafrana nel

gruppo. La fame è, ovviamente, la grande

protagonista nel campo di concentramento

tedesco e fa brutti scherzi, arrivando a

sostituire le parole nelle orecchie dei

prigionieri, come un’allucinazione auditiva

o un miraggio. Una volta una Esse Esse,

insolitamente gentile, saluta con un “Buon

ciorno” e Nicandro, vittima del suo pensiero

dominante, prende fischio per fiasco, scatta

e domanda: «La minestra?» Un secondo

episodio è non meno indicativo e sapore

amaramente comico. Nicandro mangia solo una

metà della pur ridottissima razione di pane,

l’altra la vuole conservare per l’indomani.

Ma poi ci ripensa: «Sai che c’è – Disse – Me

la voglio mangiare. Dovesse capitare un

bombardamento stanotte, si direbbe che ci è

avanzato anche il pane» (39). Anche in

situazioni drammatiche è sempre meglio

evitare equivoci e rendere testimonianze

veritiere. Zi’ Nicandro non si smentisce e

conferma di essere uno dei personaggi da

teatro (latamente) napoletano, che popolano

l’opera narrativa dello scrittore molisano.
Nel capitolo dedicato al bombardamento di

Venafro e all’orrenda strage del Pozzo

Nuovo, cui abbiamo già accennato, l’autore

rende un breve ma intenso omaggio a sua

madre. e, con lei, a tutte le donne che da

sole dovettero provvedere al sostentamento e

alla protezione dei figli nei terribili mesi

della guerra: «Per mia madre non furono mesi

facili. Portava in braccio due bambini:

Emilio, di pochi mesi (era nato nel marzo

del 1943) e Filomena di poco piú di due

anni, mentre a fianco le camminava attaccato

alla gonna, il figlio piú grande, Filippo,

di cinque anni. Il pericolo era sempre in

agguato e non sempre si trovava da mangiare.
«Furono mesi di ignoto e umile eroismo,

prima fra i soldati tedeschi e le loro armi,

poi sotto le bombe degli alleati. Gli eroi

non sono solo quelli che combattono al

fronte, ma anche – forse di piú – quelli che

combattono ogni giorno per la propria

sopravvivenza e soprattutto per la

protezione e la sopravvivenza dei figli.»

(44).
I capitoli intitolati “Kartoffeln” e “La

bistecca” sono ispirati alla grande fame,

cui erano condannati i prigionieri italiani,

benché prestassero la loro opera nei campi

di lavoro. Anche qui gli aspetti tragici e

quelli grotteschi si intrecciano

inestricabilmente. Si potrebbe dire che

Iannacone non smentisce la sua cifra

consueta; ma poiché egli riferisce episodi

realmente accaduti, si dice piú esattamente

che è quella realtà, pur dura e tragica, a

presentare risvolti comici e grotteschi, e

lo stile dell’autore è il piú adatto a

rappresentarla.
Oltre il reticolato del campo di

concentramento, che era proibito varcare

pena la morte, i contadini conservavano le

patate all’aperto fino alla primavera, in

grandi cumuli coperti da uno strato di

terra, che l’inverno gelava. Per quei poveri

affamati era una tentazione troppo forte a

portata di mano, e cosí: «Sotto il

reticolato del campo avevamo scavato una

buca e di notte, coperti dall’oscurità,

alcuni di noi a turno s’infilavano nella

buca scavata, arrivavano fino ai mucchi di

patate e rubavano i preziosi tuberi

attraverso buche praticate alla base del

manto di terra ghiacciata. A raccontarlo

sembra facile, ma ovviamente l’operazione

era molto difficoltosa, oltre che rischiosa:

qualora ci avessero scoperti, i soldati ci

avrebbero sparato senza pensarci su due

volte. Ma la fame era piú forte della paura»

(47-48). Chi non aveva il coraggio di

rischiare, supplicava i compagni di dargli

le bucce; «E noi che normalmente avremmo

mangiato le patate con tutta la buccia, –

continua Michele – le sbucciavamo e li

accontentavamo». Cosí, solo indirettamente,

a confermare della sua modestia, apprendiamo

che egli era tra i coraggiosi: un’altra

qualità finora taciuta. Con le incursioni

notturne, le patate scomparvero tutte, ma

solo col disgelo primaverile i coni di terra

si sciolsero, rivelando ai proprietari

infuriati la verità. Mentre i ladri di

patate si attendevano la decimazione dal

comando militare, ecco lo scioglimento

inatteso e felice del dramma: «Ma

sorprendentemente l’ufficiale tedesco non

volle dare seguito alla cosa. Disse che se

era vero che gli italiani avevano mangiato

le patate, era anche vero che avevano

lavorato duramente durante tutto l’inverno

senza lamentarsi nei campi di lavoro» (49).

La vita di centinaia di uomini, non possiamo

fare a meno di riflettere da ultimo,

dipendeva dall’umore e dal buon senso di una

sola persona!
“La bistecca” ha un contenuto decisamente

piú macabro e sinistro. Di notte, un treno

merci carico di mucche viene bombardato e

distrutto vicino al campo di concentramento.

La voce di mucche uccise dalle bombe e buone

per essere mangiate si diffonde tra i nostri

connazionali che intravedono un’altra

insperata possibilità di scongiurare la

morte per fame. «Coperti dal fitto buio

della notte ci avventurammo fra le lamiere

del treno e a tentoni nel buio

impenetrabile, sfidando ulteriori

bombardamenti e rischiando soprattutto di

essere colti sul fatto da soldati tedeschi,

ognuno di noi cercò di tagliare qualche

pezzo di carne delle mucche rimaste vittime

del bombardamento. […]
«Al mattino successivo, giunsero le squadre

di soccorso. Sotto il bombardamento erano

morti anche i militari tedeschi che

manovravano il treno.
«Le divise dei soldati erano lacerate e a

uno di loro mancava un pezzo di carne che

sembrava proprio ritagliato come le

bistecche che erano state ritagliate alle

mucche morte. Non era da escludere che

qualcuno si fosse mangiato una bistecca

umana.
«E la fame era stata ed era tanta, l’odio

verso i Tedeschi era tanto e tale che

qualcuno ebbe anche il cinico coraggio di

dire che se davvero era successo e nel caso

quel pezzo di carne fosse stato quello che

lui aveva mangiato, non gli dispiaceva

affatto.» (50-51). La bistecca, il pezzo di

carne umana al soldato tedesco, mangiato per

errore dall’ex alleato italiano, cannibale

involontario ma reale, diventa il simbolo

terrificante di un estremo sacrificio:

quello di una Germania che espia sul proprio

corpo, fattosi vera carne in quel povero

soldato, le sue colpe immani: infernale

contrappasso che, ancora una volta, la

realtà inventa, superando ogni fantasia di

vigore anche dantesco. Ad accrescere la

forza “esemplare” di quell’umano sacrificio,

e a rappresentare icasticamente e

indelebilmente gli stravolgimenti disumani

che la guerra provoca, c’è la mancanza di

pietà, il cinismo di quel “qualcuno” tra i

prigionieri italiani.
Il libretto di Amerigo Iannacone, verso la

fine, diventa lo scenario di queste sinistre

inversioni di una realtà mai cosí tragica,

qual’è quella della Germania a pochi giorni

dalla furia della guerra e della resa

incondizionata. Merito dell’autore non

piccolo è di avercele saputo rappresentare,

conservandone l’efficacia senza alzare il

tono consueto della sua voce, e senza

rendere piú concitato il ritmo calmo del suo

narrare. A questo tipo di ritmo, che crea

spazi tra le parole, si deve se l’uso

ripetuto di uno stesso termine a distanza

ravvicinata (piuttosto frequente nel volume)

non stride piú di tanto. Iannacone rimane

anche fedele all’equilibrio, al tono giusto

del racconto non enfatizzato di papà

Michele, altra preziosa eredità trasmessa

dal padre al figlio. Ai suoi lontani

racconti serali e ai modi di quel narrare

parecchio deve il nostro scrittore.
La resa incondizionata della Germania

avviene l’8 maggio 1945. L’incubo ha

finalmente fine: «Con l’arrivo degli Alleati

fummo liberati. Ora eravamo sí liberi, ma

come tornare a casa? Non c’erano mezzi. Era

tutto distrutto. Non stavamo nella pelle per

l’ansia di partire. Riuscimmo a procurarci

due biciclette e partimmo con quelle.» (52).

I due compagni insuperabili ce l’hanno

fatta, e certamente anche per il coraggio

che si sono dati reciprocamente. Questo

libretto è anche il trionfo dell’amicizia,

la storia di una coppia di amici, Michele e

Nicandro, non meno bella di quelle celebri

tramandateci dalle letterature dei secoli

passati.
I due si intendono perfettamente, anche se,

o proprio perché, i loro caratteri non sono

identici: posato, sensibile, delicato

Michele; imprevedibile, estroso, sempre la

battuta pronta e allegra, per alleggerire

anche le situazioni piú drammatiche, o

scomode, Nicandro. L’ultima è di quando,

liberi, ospiti per una notte del borgomastro

di un paesino tedesco, mangiano tutto il

sugo di pomodoro, inzuppandovi il pane,

convinti che fosse il solo pasto servito, e

poi quando, dopo parecchio tempo, arriva

anche la pasta, ovviamente scotta, per la

fame mangiano pure quella: «“vuol dire che

si mischierà ella pancia” disse Nicandro.»

(54). Poche righe piú sopra, c’era stata

un’osservazione, anch’essa rivelatrice del

carattere i Michele, portato a vedere

gentilezza (e bontà) in qualunque persona,

che stabilisce buoni rapporti con tutti, che

dà al figlio il nome di un tenente che si

chiamava Amerigo, «davvero bravo e molto

affezionato». Ebbene, il borgomastro tedesco

che li accoglie in casa lo fa «non solo – ci

sembrò – per rispetto dell’autorità militare

americana, ma anche per innata gentilezza»

[il corsivo è nostro]. Cosí Michele,

assimilandolo a se stesso, vuole immaginare

che sia il borgomastro di un Paese, in cui

pure ha sofferto molto e rischiato piú volte

la vita.
«Chissà quanti furono i mezzi che cambiammo.

La bicicletta, qualche raro camion, carri

bestiame, treni merci, carretti agricoli e

tanti chilometri a piedi. Attraversare

l’Italia da nord a sud era davvero

un’impresa.» Pure, dopo due mesi di

peripezie, arrivano a Venafro, ed è proprio

il 16 luglio, giorno della Madonna del

Carmine, la ricorrenza religiosa piú

sentita, insieme a quella di San Nicandro.

L’intera città è in festa e le campane della

cattedrale suonano a distesa, quasi per

annunciare a tutti l’atteso ritorno dei due

reduci. E la banda musicale non è da meno.

Suonando merce allegre, sembra proprio che

lo faccia solo per loro due. Con

quell’abbraccio festoso si sigilla

un’identità ritrovata, un definitivo

riconoscimento e ricongiungimento, tra i due

amici e la terra che ha dato loro i natali.
Il volume si giova di una prefazione molto

originale e illuminante di Carmelo R. Viola.

Gallinaro, 21 gennaio 2008

Gerardo Vacana

Amerigo Iannacone, Dall’otto settembre al

sedici luglio, Ed. Eva, Collana “I Colibrí”,

Venafro 2007, pp. 68, € 7,50. Il libro può

essere chiesto a: Edizioni Eva, Via

Annunziata Lunga 29, 86079 Venafro (IS),

tel. 0865.90.99.50, edizionieva@libero.it.



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RASSEGNA STAMPA di Gianni Donaudi


gianni donaudi <gdonaudi@yahoo.it> ha scritto:
Si è tenuto sabato 29 marzo in piazza Castello a Torino una manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese.
L' incontro, che ha visto approssimativamente più di duecento persone, è stato organizzato da " Free Palestine" e cioè la rappresentanza della Resistenza palestinese all' estero.
Presenti ampie frange della Sinistra radicale, dagli m.l. del PMLI e dei CARC- Resistenze, a vari gruppi operaisti e troskysti.
Per i C.S.A. erano presenti a livello individuale solo alcune persone dei " Murazzi" , del " Gabrio" e dell' "AsKatasuna" .
Presenti, sempre a livello individuale  anche alcuni della sinistra cattolica e delle Comunità di Base ( tra cui  la scrittrice e giornalista Angela Lano, autrice di un libro sull' Islam italiano , facente parte  della redazione torinese di " Repubblica" , e collaboratrice di altre testate( tra cui " Tempi di fraternità" ed " Eurasia") oltreché responsabile ella stessa di un sito antagonista sulla Palestina.
Presenti,  in linea, anche alcune militanti di " Donne in Nero" .
 
Sul palco hanno preso la parola diversi esponenti dei vari movimenti tra cui Turigliatto e Ferrando e , cosa che ci ha fatto piacere, anche la dottoressa Paola Cannaruto, del gruppo " Ebrei per la Pace" ..
Grandi assenti, ( almeno con le proprie insegne) , oltre alla " sinistra" ufficiale, anche gli " arco/ belinisti " ormai anch' essi omologati al "kolitikamente corretto" e al pen$iero vniKvm, e timorosi del fatto che un' eventuale partecipazione alla manifestazione,  avrebbe potuto comportare per loro l' infamante accusa di " antisemitismo" .
 
E' seguito un concerto di musica antagonista e popolare.

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giumi150@vodafone.it ha scritto:

Foche: inizia la strage. Subito nuova Legge
A cura di Iside

Pubblicato il 28/03/2008

» Le vostre opinioni
Inizia oggi in Canada l’annunciata strage dei cuccioli di foca: 275mila animali, 5mila in più rispetto allo scorso anno, saranno uccisi brutalmente, e la LAV rinnova l’appello al nuovo Parlamento italiano affinché si impegni a contrastare efficacemente questo orribile massacro approvando in via definitiva la Proposta di Legge ‘bipartisan’ per il divieto d’importazione e commercializzazione di pelli di foca e loro derivati, che lo scorso mese di dicembre è stata approvata al Senato.

Dal nuovo Parlamento ci aspettiamo azioni concrete: l’approvazione, finalmente in via definitiva, di questa attesa Proposta di Legge – dichiara Roberto Bennati, vicepresidente della LAV – Negli ultimi anni le iniziative politiche nazionali ed internazionali per fermare questa mattanza sono state numerose, anche a livello UE, fino allo studio da parte della Commissione UE di possibili sanzioni commerciali al Canada, annunciate pochi giorni fa dal quotidiano britannico The Independent: ora è il momento di realizzarle perché il massacro di questi cuccioli è inaccettabile e l’indignazione dell’opinione pubblica verso questo commercio violento è ai suoi massimi storici”.

La portavoce del Commissario Europeo all'Ambiente Stavros Dimas, pochi giorni fa ha annunciato che la Commissione europea sta valutando l'adozione di misure restrittive contro la strage delle foche in Canada, proprio in considerazione dei metodi di “abbattimento inumano delle foche”.

“Il Commissario Dimas ha già dimostrato la sua attenzione, invitando gli Stati membri ad emanare normative nazionali di divieto di commercializzazione di tutti i prodotti derivati dalla foca – prosegue Bennati – Nella relazione che ha accompagnato tale richiesta si sottolineava come questo tipo di caccia sia particolarmente inumana e crudele perché spesso le foche vengono scuoiate vive”.

L'Italia, grazie alle azioni di denuncia portate avanti in questi anni dalla LAV, è fra i primi paesi UE che hanno già agito in tal senso, con misure temporanee in vista di una moratoria europea, a cominciare dal Decreto interministeriale del 2006 che ha introdotto una moratoria di fatto all’importazione e alla commercializzazione di pelli e derivati di foca. Il 15 marzo 2007 il Senato ha approvato una mozione che impegna il Governo a promuovere il divieto di importazione e commercializzazione dei prodotti derivanti dalla caccia alle foche e standard più elevati per gli animali negli allevamenti, oltre che a garantire il rispetto della normativa in materia di tutela della biodiversità e della fauna selvatica.

***

30 gennaio 2008

Presso la Sala Comunale dell' Anagrafe del comune di Vallecrosia, in provincia di Imperia ( e non di " Imola" come tanti sacrestani semianalfabeti del giornalismo e dei mass-media in genere dicono ogni tanto commentando fatti accaduti nel ponente ligure) , è stato ricordato, a poco più di un anno della sua improvvisa scomparsa, il poeta e giornalista LUCIO MARTELLI( 1940/ 2006) .
Ha tenuto la sua principale relazione il prof. Francesco Mulè, di Cattolica Eraclea ( AG) , ma da molti anni residente nell' estremo Ponente ligure, anch' egli poeta e coetaneo di Martelli.
Il prof. Mulé ha tenuto un commovente discorso ricordando la figura dell' intellettuale ligure, la sua opera poetica, giornalistica, socio-politica e, fatto poco conosciuto, anche artistica.
E' seguito un dibattito, da parte di molti amici che con lui si erano confrontati e che avevano svolto talvolta attività comuni.
Il nostro collaboratore Gianni Donaudi( che conobbe Lucio sin dal 1965, quando entrambi si collocavano nell' area di un gruppo europeista e "naziona/lbolscevico" , fino a varie traversie che finiranno , percorrendo vie diverse, per sfociare entrambi nell' area di Rifondazione Comunista, epperò con posizioni comuniste- libertarie e  non " marxiste- leniniste" ortodosse e dogmatiche , peripezie, sotto alcuni aspetti simili al caso di Pino Balzano di Napoli <1948/1998>) , loro amico da sempre) , ha brevemente ricordato l' amico ed ha poi letto una poesia in ricordo di Martelli scritta dall' altro nostro collaboratore Postremo Vate ( Fabrizio Legger) , ricevendo molti applausi e commozione.
Il prof. Mulé ha infine letto diverse poesie di Lucio Martelli( i cui ultimi due volumi sono stati esposti nella sala) , ricordandone l' impegno e la comune attività poetica e giornalistica.

Presenti tra gli altri, in sala,( oltre alla vedova di Lucio, Cecilia Mimy Orrigo e il figlio Fabio e  diversi collaboratori di Lucio del periodo di " Giallo Sport) , i sindacalisti Giuseppe Famà( già tra i fondatori del sindacato di P.S. negli anni '70) e Giorgio Loreti( allora del sindacato ferrovieri), la militante radicale Maria Rosa Gandolfo e la poetessa ventimigliese( abruzzese di origine) Liliana Veri Racco col figlio Ambrogio.

Alex Rossi



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REPORTAGE


 Pakistan ha un governo. Senza militari
Yusuf Raza Gilani è il premier scelto dal parlamento di Islamabad. Ha fatto liberare il giudice capo della Corte suprema che aveva sfidato Musharraf
Ma.Fo.


Da ieri il Pakistan ha un nuovo premier, eletto da un parlamento che per la prima volta da anni non è dominato dagli uomini del presidente Parvez Musharraf. E il primo atto del nuovo premier ieri sera è stato ordinare la liberazione dei giudici messi agli arresti dallo stesso Musharraf in novembre, quando aveva proclamato lo stato d'emergenza. Segnali di svolta politica per il Pakistan.
Il nuovo premier è Yusuf Raza Gilani, esponente del Partito popolare della defunta Benazir Bhutto, già presidente del parlamento quando lei era primo ministro tra il 1989 e il '96. Il suo nome era stato indicato nel finesettimana dal partito, che nelle elezioni del 18 febbraio scorso aveva ottenuto la maggioranza all'Assemblea nazionale e ora forma una coalizione di governo con l'altro partito «laico» premiato dalle urne, la Lega musulmana dell'ex premier Nawaz Sharif. Dunque ci sono volute ben 5 settimane di negoziati politici tra Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir e capo di fatto del Partito popolare, e Sharif, per definire un accordo di governo. Gilani viene da una illustra famiglia politica (e di latifondisti), ha fatto alcuni anni di galera dopo il golpe di Musharraf nel '99, ha scritto un libro per sostenere la necessità di un esercito fuori dalla polirtica, è rispettato, ma non è un grande calibro: così molti hanno ipotizzato che Zardari voglia tenersi «in caldo» il posto di premier. Il vedovo di Benazir ha smentito.
Gilani è stato eletto premier con 264 voti dei colleghi deputati, contro appena 42 voti del suo concorrente, Chaudry Parvez Elahi, il protetto del generale Musharraf che nella precedente legislatura sembrava onnipotente. E quando la speaker del parlamento (per la prima volta una donna, Fahmida Mirza), ha annunciato il voto, sono scoppiati urla di «lunga vita a Bhutto» e «Musharraf vattene».
Anche il neoeletto premier ha reso omaggio a Benazir Bhutto, uccisa lo scorso 27 dicembre durante un comizio a Rawalpindi. Ha detto che chiederà un'inchiesta delle Nazioni unite sulla morte della ex premier.
Soprattutto, Gilani ha chiesto la scarcerazione dei magistrati ancora agli arresti domiciliari. Il suo non poteva ancora essere un atto formale (il premier presterà giuramento solo oggi, davanti al presidente della repubblica Musharraf), ma si è subito trasformato in un fatto. Così la giornata si è conclusa con una scena assai simbolica nella capitale Islamabad: la polizia che rimuoveva le barricate di filo spinato davanti all'abitazione di Iftikhar Chaudhry, giudice capo della Corte Suprema che nell'ultimo anno aveva incarnato un'opposizione «garantista» al presidente Musharraf finché questi l'ha rimosso e fatto arrestare. Epurare l'alta Corte da magistrati «ostili» era il primo obiettivo di Musharraf quando ha dichiarato l'emergenza nel novembre scorso. In particolare, la Corte suprema stava stava per pronunciarsi sulla legalità (dubbia) del suo nuovo mandato presidenziale. Così ora molti si chiedono se il nuovo parlamento restituirà al giudice Chaudhry la sua carica di capo della Corte suprema, e se questa impugnerà l'elezione di Musharraf.
Da domani Gilani potrà formare il suo governo. Avrà compiti difficili davanti: tenere insieme una coalizione ora unita da un accordo politico, ma divisa da vecchie rivalità; gestire un'economia fragile; affrontare l'ondata crescente della militanza islamica. Questo è forse l'aspetto più delicato, in cui il nuovo governo dovrà fare i conti con l'esercito pakistano (che con il suo nuovo comandante in capo, il generale Ashraf Kyani, resta in discreto silenzio) e con gli Stati uniti. Nei giorni scorso sia Zardari, sia Sharif hanno parlato di un nuovo approccio alla guerra con i ribelli islamici lungo la frontiera afghana: meno operazioni militari, più negoziati, perché i ribelli sono «la nostra stessa gente». Non è chiaro in cosa questi negoziati sarebbero diversi da quelli ripetutamente tentati dall'esercito pakistano sotto Musharraf (di solito spacciati per accordi con «gli anziani capi tribù» della frontiera afghana). Anche questo però è un segnale politico.

Il manifesto 24 Marzo

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4000 morti inutili, tranne che per Bush
Secondo il presidente, i soldati Usa caduti dall'inizio della guerra in Iraq, non sono morti per niente. E le vittime irachene, fra 100 mila e 1 milione?
Matteo Bosco Bortolaso
New York


Quei 4.000 soldati non sono morti per niente. Anzi, «hanno gettato le fondamenta per il futuro delle generazioni a venire». Parola del presidente George W. Bush, che ieri ha espresso «tristezza» per la cifra raggiunta dalle cosiddette casualties, che la domenica di Pasqua hanno superato le quattro migliaia.
Il giro di boa è servito ai candidati democratici alla Casa Bianca per chiedere, ancora una volta, di ritirare le truppe. Hillary Clinton ha ricordato non solo i morti, ma anche le «decine di migliaia di nostri uomini e donne coraggiose che portano ferite visibili e invisibili». «Come presidente - ha detto l'ex first lady - ho intenzione di onorarli, riportando le nostre truppe a casa».
Anche Obama ha reso omaggio alle vittime, sottolineando però che la guerra non sarebbe mai dovuta cominciare e che le truppe devono tornare presto negli Usa.
Da Israele, il vice presidente Dick Cheney ha detto che Bush «porta il peso maggiore» dei 4.000 morti, perché «è lui a decidere di impegnare giovani americani, anche se siamo fortunati ad avere un gruppo di uomini e donne, una forza interamente composta di volontari, che indossano volontariamente l'uniforme». Queste parole di Cheney, pronunciate ai microfoni della Abc, hanno fatto arrabbiare diversi commentatori di sinistra.
La portavoce della Casa Bianca ha detto che il presidente «prova tristezza per questo momento, ma piange ciascina delle vittime». Bush «ha la responsabilità per le decisioni prese - continua la portavoce - così come la reponsabilità per il successo».
Ieri il presidente ha avuto un colloquio in videoconferenza col comandante delle forze Usa in Iraq, il generale David Petraeus, e il suo omologo civile, l'ambasciatore David Crocker, che saranno a Washington l'8 e il 9 aprile per parlare al Congresso. Sarà un momento importante per capire la piega che prenderà la guerra da qui all'ingresso del prossimo presidente alla Casa Bianca, a gennaio 2009.
La quota 4.000 è arrivata pochi giorni dopo il quinto anniversario dell'inizio della guerra. La gran parte delle vittime - 3.863 - è morta dopo il famoso annuncio del presidente del maggio 2003: «Le operazioni di combattimento primarie sono terminate».
Secondo le ultime cifre pubblicate, i militari Usa morti quest'anno in Iraq sono circa un centinaio, meno rispetto agli anni precedenti, visto che su base annua - se la progressione rimane quella attuale - si sarà al di sotto delle 400 vittime.
L'anno più letale è stato il 2007, con 901 morti tra i militari americani. Non era andata molto meglio nel 2004, nel 2005 e nel 2006. Le vittime Usa erano state rispettivamente 849, 846 e 822. È molto elevato il numero dei feriti: ufficialmente appena meno di 30 mila, ma secondo alcune stime circa 100 mila. Molti di loro sarebbero morti nei conflitti precedenti, e devono la vita ai progressi compiuti dalla medicina.
Nelle precedenti guerre combattute dagli Stati Uniti, il numero delle vittime era stato decisamente superiore, come anche il coinvolgimento della popolazione, visto che attraverso la leva obbligatoria tutti o quasi avevano un familiare, un conoscente o un vicino di casa a combattere in Vietnam, a cavallo tra gli anni '60 e '70.
Nella guerra di Corea, tra il 1950 e il 1953, le vittime Usa sono state 12.300 l'anno in media, in quella del Vietnam (1963-75), una media di 4.850 l'anno. In base ai calcoli di Usa Today, tre quarti dei morti sono bianchi non ispanici. In Vietnam la percentuale era del 86%. A frugare tra i dati del Pentagono, si scopre anche che i cosiddetti improvised explosive device - le bombe artigianali - uccidono sempre di più: fino al 2007 avevano ammazzato il 44% dei caduti, ma ora la percentuale è salita al 55%. L'età media dei caduti è 27 anni: quasi la metà dei morti aveva tra i 22 e i 29. Una generazione di giovani mutiliata anche dalle ferite invisibili di cui parla Clinton.
Se i dati sui caduti Usa sono seguiti con attenzione dalla stampa, le cifre sui morti civili iracheni sono incertissime. Sicuramente sono almeno 100 mila, più di venti volte quelle dei soldati a stelle e strisce Ma c'è anche chi parla di un milione.

Il Manifesto 25 Marzo

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Kabul, miliardi nel buco nero degli aiuti Un rapporto: diventano spese militari
L'Agenzia per la ricostruzione: dei 25 miliardi promessi, 10 non sono mai arrivati e il 40% è tornato ai paesi donatori
Ge.Co.


L'altra faccia degli aiuti allo sviluppo. A mostrarla ieri alla stampa, una ricerca condotta dalla ong Oxfam per conto di Acbar (Agency Coordinating Body for Afghan Relief), l'Agenzia di coordinamento degli aiuti allo sviluppo in Afghanistan che riunisce 94 agenzie umanitarie operanti su quel territorio. I soldi destinati alla ricostruzione dell'Afghanistan dalle nazioni occidentali, ritornano al mittente in qualche altra forma, e solo una parte di quelli che arrivano a destinazione vengono effettivamente gestiti dal governo e dalle amministrazioni locali, dice in sostanza la ricerca, e fornisce prove e cifre: 10 miliardi di dollari (ossia quasi 6,5 miliardi di euro) sui 25 promessi dalle nazioni occidentali per la ricostruzione del paese non sarebbero mai arrivati a destinazione. Di più. Il 40 per cento del denaro è ritornato ai donatori sotto forma di consulenze di alto livello e stipendi profumati per il personale di stanza all'estero.
E che dire dei lavori di costruzione della rete autostradale che costano come fossero pavimentate in oro? La strada fra il centro di Kabul e l'aeroporto - rivela il rapporto Acbar - «è costata agli Stati uniti oltre 2,3 milioni di dollari al chilometro: almeno quattro volte di più di una qualunque altra strada dell'Afghanistan». Un «enorme debito» che ha compromesso le possibilità di pace e di sviluppo dell'Afghanistan, scrive Oxfam. Il fallimento - analizza ancora la ricerca - è in parte dovuto «agli alti livelli di corruzione» esistenti in Afghanistan e alla mancanza di solidità delle istituzioni statali. Ma se un simile flusso di denaro non viene gestito in modo regolare, che potere potranno acquisire le istituzioni?
Un'analisi che pesa e che mostra la natura reale degli interessi occidentali nel martoriato paese: anziché a risolvere i problemi basilari della popolazione, una quantità spropositata degli aiuti viene rivolta al conflitto e agli obiettivi militari. Dalla fine del 2001, quando il regime dei taliban è stato rovesciato dalla coalizione guidata dagli Stati uniti, i fondi destinati alla ricostruzione sono stati infatti solo una «frazione» delle spese militari, ben più consistenti: 25 i miliardi di dollari destinati a rafforzare la sicurezza. Da quella stessa data, ogni giorno i militari nordamericani in Afghanistan spendono circa 100 milioni di dollari, contro i sette milioni di dollari al giorno spesi nel complesso dai donatori internazionali. Quello Usa è il principale stato donatore, che copre da solo un terzo dell'aiuto internazionale al paese. Eppure - spiega la ricerca di Acbar - al governo afghano è arrivata solo metà dei 10,4 miliardi di dollari promessi per il periodo 2002-2008.
Presi in fallo anche l'Unione europea e la Germania, che hanno versato meno dei due terzi degli aiuti promessi: 1,7 miliardi di dollari la Ue e 1,2 la Germania. La Banca mondiale, poi, ha dato solo la metà degli 1,6 miliardi di dollari che doveva. Meno peggio, invece, la Gran Bretagna: sugli 1,45 miliardi di dollari promessi, ne ha inviati 1,3.
Recita quindi il rapporto: «A causa delle scarse entrate del governo, l'aiuto internazionale rappresenta il 90 per cento del bilancio delle spese pubbliche nel paese». E avverte la comunità internazionale che, per «eliminare le cause della povertà del popolo afgano» occorre «agire insieme» e riconoscere «la stretta relazione fra povertà e conflitto in corso». Acbar, quindi conclude suggerendo una correzione di rotta sulla base di cinque punti: incrementare il volume degli aiuti nelle aree rurali, garantire trasparenza sui flussi e sui destinatari degli aiuti, migliorare gli strumenti di valutazione dell'efficacia e la portata degli aiuti, costituire una commissione indipendente e costruire un coordinamento effettivo tra i donatori e il governo afghano.

Il manifesto 26 Marzo

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Atlantide di ghiaccio nell'Antartide
Un enorme iceberg di 415 kmq, grande sette volte Manhattan, si è staccato da una banchisa nel Polo Sud e ha cominciato ad affondare. È l'effetto più clamoroso dei cambiamenti climatici
Paola Desai


È una superficie di ghiaccio grande sette volte Manhattan, o due volte e mezzo quella di Milano. E si sta disintegrando: nell'Antartide una superficie di ghiaccio polare di 415 chilometri quadrati ha cominciato a frantumarsi e affondare, sotto l'effetto di un riscaldamento climatico sempre più accentuato. La notizia viene dal Centro nazionale per la neve e il ghiaccio (Nsicd, National Snow and Ice Data Centre) dell'Università del Colorado, che sul suo sito web ha messo alcune foto assai eloquenti scattate dai suoi radar satellitari.
Dalle foto risulta che il 28 febbraio è avvenuto l'improvviso distacco di un iceberg di 25 chilometri di lunghezza per 2,4 di larghezza, che si è staccato dal fianco sud-occidentale di una vasta banchisa nota come Plateau Wilkins. Il distacco del «piccolo» iceberg ha provocato la disintegrazione di un blocco di 569 chilometri quadrati del Plateau, di cui 415 kmq sono già scomparsi. Stiamo parlando di superfici gigantesche: il plateau Wilkins si estende su 13mila chilometri quadrati - all'incirca la superfice della Campania - al sud-ovest della penisola antartica, cioè la regione più settentrionale del continente (dista 1.600 chilometri dalla punta meridionale dell'America del sud). E' una formazione che esiste da qualcosa come 1.500 anni, ma ormai da segno di cedimento. Gli scienziati del Nsidc lo osservano da parecchio tempo per monitorare il ritiro dei ghiacci: e dal confronto tra dati storici e le vecchie foto satellitari risulta che la massa di ghiaccio ha cominciato ad assottigliarsi a ritmo sempre più accelerato dalla metà degli anni '80. Negli ultimi anni hanno registrato parecchi piccoli eventi di rottura (blocchi di ghiaccio che si staccano dalla massa principale), il più importante nel 1998.
Il punto è che questa volta non abbiamo solo un grande iceberg che si stacca dalla banchisa per andare alla deriva: da quello che dicono gli scienziati americani, un'intera superficie di ghiaccio si è disintegrata. «Blocco dopo blocco, il ghiaccio di frantuma e si inabissa nell'oceano», ha spiegato Ted Scambos, responsabile scientifico del Nsidc (alle agenzie di stampa). «Il Plateau Wilkins non si sta solo fissurando con qualche pezzo che si stacca, ma si sta completamente disintegrando. Non si vede spesso un fenomeno del genere». Ormai, ha spiegato, una gran parte della banchisa è tenuta insieme solo da uno strato di ghiaccio sottile: «Se i ghiacci continuano a ritirarsi, questo strato potrebbe disintegrarsi e noi perderemmo probabilmente la metà della banchisa nel giro dei prossimi pochi anni».
La scomparsa di una porzione così grande di banchisa polare non può che allarmare. Tutte le osservazioni sul cambiamento del clima globale dicono che ai poli l'aumento medio della temperatura è stato più veloce rispetto all'insieme del pianeta. In particolare, negli ultimi 50 anni la parte occidentale della penisola antartica ha registrato l'aumento di temperatura più accentuato dell'intero pianeta, più 0,5 gradi centigradi in media ogni dieci anni. In una cinquantina d'anni oltre 13mila chilometri quadrati di banchisa sono già scomparsi, e anche la scomparsa del ghiaccio polare sembra destinato ad accelerare. Lo scioglimento dei ghiacci polari a sua volta accelera l'innalzamento del livello degli oceani: al momento salgono al ritmo di 3 millimetri l'anno (è la media tra il 1996 e il 2006), ma secondo proiezioni circolate di recente gli oceani potrebbero essere saliti di 1,4 metri entro la fine del secolo.
Per questo c'è da preoccuparsi, quando massa di ghiaccio così grande che si sbriciola e scompare come è successo il 28 febbraio. Ora l'intero plateau Wilkins è in pericolo: «L'aria sempre più calda e le onde dell'oceano provocano la sua distruzione», avverte Ted Scambos. Per il momento non bisogna aspettarsi altri crolli, non nei prossimi mesi, perché nell'emisfero meridionale l'estate sta finendo. «Lo spettacolo per questa stagione è terminato», spiega ancora Scambos: «A partire da gennaio prossimo però osserveremo con attenzione per vedere se il plateau Wilkins continua a disintegrarsi».

Il manifesto 27 Marzo

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Acqua e foresta: non servono più i marines. Cambia la strategia Usa
Acuífero Guaraní terre e foresta: dalla opzione militare al paternalismo (falso) dello «scambio del debito con la natura»
Serena Corsi
Asunción


Fa meno rumore che in Amazzonia ma dovrebbe farne altrettanto il business che ruota intorno all'Acuifero Guaraní. L'enorme bacino d'acqua dolce sotterraneo - il secondo al mondo - scorre in profonditá sotto Argentina, Uruguay, Brasile e Bolivia, ma i suoi punti d'accesso conosciuti sono tutti nella parte paraguayana della tripla frontiera fra Argentina,Paraguay e Brasile, vicino alle cascate di Iguazú. Dove per anni Washington ha insistito si trovassero «cellule dormienti» di Al Qaeda: neldubbio ha cominciato ha inviarvi marines una settimana dopo l'11 settembre, nel giro di pochi anni ha aperto un'ufficio della Dea a Juan Pedro Caballero e uno dell'Fbi ad Asuncion, e creato il meccanismo 3 piú 1 (Brasile, Argentina, Paraguay piú gli Usa) un sistema di intelligence congiunto. Il 10 gennaio scorso, durante la sesta riunione del 3 +1 il vice-ministro degli esteri paraguayano Antonio Rivas Palacio ha dichiarato ufficialmente che, dopo anni di approfondite indagini, si può affermare che non esistono cellule terroristiche attive nella regione. Alla loro esistenza nessuno credeva eccetto Washington. Sarà che ora si è convinta?
No. Si tratta solo di un cambio di strategia, che non comporta piú la presenza militare, sostituita da quella di fatto e di businnes. Come spiega la responsabile della comunicazione, giá nel «lontano» 1992 la Banca mondiale aveva versato 29 milioni di dollari al governo paraguayano da investire nella costruzione di una nuova rete geodesica: accurati studi del territorio e del suolo per cui il Paraguay poté contare anche sulla stretta collaborazione della Inter-American Geodetic Survey (Iags) degli Stati uniti e su finanziamenti giapponesi, che portarono a un mappamento digitale del suolo che era il piú avanzato e preciso dell'America latina. Ma anziché tutto il paese le uniche aree mappate rimasero Alto Paraná e Itapuá: i due dipartimenti dell'Acuifero Guaraní.
Nel 2000, i 4 paesi interessati affidarono nuovamente alla Banca mondiale tutti gli studi preventivi per il progetto di protezione dell'Acuifero : i risultati dovrebbero vedere la luce nel corso del 2008 ma nel frattempo la posta in gioco è sempre più alta. Nel maggio 2005, il parlamento paraguayano provocò il malessere dei suoi vicini garantendo l'immunità giuridica a più di 400 marines Usa atterrati in Paraguay nel quadro di 13 differenti missioni militari. Le missioni «Medretes» ufficialmente erano una forma di cooperazione sanitaria. Ma, secondo il Servicio Paz y Justicia del Paraguay, i marines erano sempre accompagnati da un'equipe tecnica incaricata di raccogliere minuziose informazioni sul territorio.
Quando, a fine 2006, è scaduta la legge di impunità ai marines, il governo di Nicanor Duarte Frutos approvó la legge «Canje deuda por naturaleza», che riduce il debito del Paraguay verso gli Usa e istituisce un fondo, gestito dalla Citibank, per la conservazione delle foreste tropicali. La legge, di fatto, garantisce il passaggio di mano di migliaia di ettari di terreno dal governo di Asunción a quello di Washington: l'apparente profilo ambientalista è in realtá un precedente importante - e pericoloso - che sancisce la possibilità che uno Stato rinunci a grosse fette di territorio perchè queste passino ad essere «patrimonio dell'umanità»: una fattispecie giuridica a cui, secondo gli Usa, dovrebbero appartenere sia l'Acuifero Guarani sia l'Amazzonia.
L'enormitá degli interessi in gioco fa sí che del futuro dell'Acuifero si stia parlando poco nella campagna elettorale qui in Paraguay. In ogni caso il nuovo presidente, chiunque sia, potrá fare poco contro la nuova strategia «paternalista» che sostitusce l'opzione militare. Resa meno impellente, forse, anche dal fatto che il principale concorrente degli Usa sulla gestione dell'Acuifero - il Brasile - è diventato in qualche misura il suo «partner strategico» nella regione, almeno nel campo degli agro-combustibili.

Il Manifesto 27 Marzo

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Annullata la sentenza contro Mumia Abu-Jamal
La corte federale d'appello di Filadelfia ha detto no alla pena capitale per l'ex pantera nera, da 26 anni nel braccio della morte. Il tribunale non ha però accolto la richiesta di un nuovo processo che provi finalmente la sua innocenza
Matteo Bosco Bortolaso
New York


Niente boia per Mumia Abu-Jamal. Almeno per ora. Una corte federale d'appello si è rifiutata di confermare la pena di morte per l'ex pantera nera, simbolo della campagna contro le esecuzioni capitali. Nel 1981 Mumia uccise l'agente Daniel Faulkner, continuano a sostenere i tre giudici della corte d'appello del «terzo circuito», un'area che comprende anche la Pennsylvania, dove l'imputato è detenuto. Per i magistrati le opzioni sono due: condannare l'imputato all'ergastolo oppure chiamare una nuova giuria, che potrebbe decidere per il carcere a vita o la pena di morte. Un nuova udienza deve essere convocata entro 180 giorni. Una piccola apertura, insomma, rispetto a chi chiedeva un processo tutto nuovo nel quale l'ex pantera nera potrebbe provare la sua innocenza. Abu-Jamal ha sempre dichiarato di essere stato condannato da una giuria razzista, composta da dieci bianchi e due neri.
La sua carriera di attivista politico comincia quando era giovanissimo e si batteva nel 1968 contro il candidato segregazionista alle presidenziali, George Wallace. Esponente di spicco delle Pantere nere, giornalista radiofonico senza peli sulla lingua, Wesley Cook - questo il suo vero nome - faceva il tassista di notte per arrotondare. Fu accusato di aver ucciso nel dicembre del 1981 il poliziotto Daniel Faulkner, 25 anni, che stava arrestando suo fratello per una contravvenzione stradale. Cosa accadde veramente quella notte di 26 anni fa? La polizia avrebbe trovato Mumia privo di sensi, ferito da un'arma da fuoco, accanto al cadavere di Faulkner.
L'arma del delitto era diversa da quella che il giornalista-tassista portava legalmente nell'auto. Inoltre, ci sono dubbi sulla presenza di una «supertestimone», una prostituta conosciuta come Cynthia White. Diversi anni dopo, un altro uomo, Arnold Beverly, avrebbe confessato di essere l'omicida. E secondo la stenografa del tribunale, il giudice Albert Sabo, avrebbe detto: «Farò di tutto per aiutarli a friggere questo negro».
Già in una precedente sentenza, firmata dal giudice William Yohn nel 2001, emergevano dubbi sulla decisione che la giuria aveva preso nel 1982, a un anno dall'omicidio. Il magistrato diceva che era incostituzionale chiedere ai giurati di raggiungere l'unanimità per cercare eventuali attenuanti. Anche allora si davano 180 giorni alle parti per fare ricorso. Cosa puntualmente avvenuta, rimettendo in pista l'opzione della pena capitale.
Ieri, con la decisione della corte d'appello, la storia si è ripetuta. Anche dal complicato linguaggio che contraddistingue le pagine redatte dal giudice capo, Anthony J. Scirica, traspare che qualcosa, nel processo del 1982, è andato storto: «Le disposizioni della giuria e la forma del verdetto - si legge - hanno creato la ragionevole probabilità che alla giuria fosse preclusa la possibilità di trovare una circostanza attenuante, sulla quale non c'era stata l'unanimità». Un magistrato della corte d'appello, Thomas Ambro, si spinge più in là degli altri due colleghi, accogliendo la posizione di Abu-Jamal: secondo il giudice, l'esclusione di neri nella selezione della giuria va contro una decisione presa dalla corte suprema nel 1986, la cosiddetta Batson v. Kentucky. Ambro scrive di non voler «aprire le porte della prigione e capovolgere la condanna di Abu-Jamal», ma soltanto di capire se il fattore razza ha giocato un ruolo nella composizione della giuria. L'avvocato dell'ex pantera nera, Robert Bryan, ha espresso soddisfazione, ma ha precisato: «Non sono felice che due dei tre giudici siano rimasti sordi al razzismo che ha permeato questo caso».
Anche altri sostenitori di Mumia hanno reagito con cautela, organizzando manifestazioni di protesta. «Non è stata una vittoria, in nessun modo», ha dichiarato Pam Africa, membro del gruppo radicale Move. «Quella di oggi è stata la parodia della giustizia», ha detto Jeff Mackler, del gruppo «Mumia Abu-Jamal libero», che sperava in un processo tutto nuovo. Negli ultimi mesi, comunque, gli Usa sono entrati in una feae di moratoria «di fatto» sulla pena di morte, in attesa della decisione della Corte Suprema, che dovrà dichiarare se l'uso dell'iniezione letale è costituzionale o meno.

Il Manifesto 28 Marzo

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Quella strana alleanza fra salafiti e americani
Reportage da Abu Samra, il quartiere di Tripoli roccaforte dello sceicco Omar Bakri: seguace di al Qaeda, alleato del premier Hariri e quindi degli Usa. In nome del radicalismo sunnita contro il nemico numero uno, gli Hezbollah sciiti Nasrallah? Per Bakri non è un eroe della resistenza ma un alleato di Israele perché garantisce la tranquillità della frontiera sud del Libano
Michele Giorgio
inviato a Tripoli


«Volete saperla una cosa? In Libano uno Stato islamico non si farà mai». Ci guarda dritto negli occhi lo sceicco Omar Bakri, ma il suo tono oscilla tra il serio e il faceto. «Qui sono tutti collaborazionisti, lavorano per il mukhabarat (servizi di sicurezza), amano il cibo buono, i ristoranti in riva al mare. I veri qaedisti qui non metteranno mai piede perché dopo un paio d'ore verrebbero arrestati».
Dal suo ampio e ben arredato ufficio di Abu Samra, la roccaforte salafita della sunnita Tripoli, Omar Bakri non prende sul serio chi scrive, come di recente ha fatto il giornalista Fidaa Itani, della nascita in Libano di ventina di gruppi e cellule che si rifanno ad al-Qaeda. E sminuisce anche il significato dei combattimenti tra esercito e i qaedisti di Fatah al Islam a Nahr al Bared nonché il peso effettivo dei mustashdidin (estremisti) di Usbat al-Ansar e Jund al-Sham asserragliati nel campo profughi di Ein al-Hilwe (Sidone). «I servizi segreti, non solo quelli libanesi, manovrano tutto e tutti in questa terra e se uno elogia Osama bin Laden finisce subito in prigione, tanti giovani sono stati arrestati», aggiunge con una smorfia del viso. Ma se i servizi non esitano ad arrestare i sospetti qaedisti, come si spiega l'ampia libertà di parola e di movimento che viene lasciata proprio a Bakri, che pure è un aperto sostenitore di bin Laden, predica con passione contro gli Stati uniti e figura sulla lista nera dei servizi segreti della Gran Bretagna (dove ha vissuto per oltre 20 anni)? La risposta sta in quella «zona salafita autonoma» che si consolida giorno dopo giorno ad Abu Samra, all'ombra dei poster giganteschi del leader della maggioranza filo Usa e antisiriana Saad Hariri, figlio dell'ex premier assassinato Rafiq Hariri, nonché capo del partito Mustaqbal (Futuro). Un territorio che ospita gli islamisti più radicali del Libano ma che hanno abbandonato la retorica anti-americana per abbracciare, sotto la guida di Saad Hariri, la causa della lotta all'Islam sciita, a Hezbollah e all'Iran.
Di Tripoli roccaforte dell'estremismo sunnita si è detto e scritto molto, specialmente lo scorso anno quando oltre 150 soldati libanesi sono morti nel lungo assedio alle basi di Fatah al Islam nel campo profughi palestinese di Nahr al Bared, distrutto in gran parte dai bombardamenti e con i suoi 40 mila abitanti sfollati e costretti a vivere in condizioni penose a Beddawi e in località vicine. Addossata la responsabilità di quel bagno di sangue (in cui persero la vita anche oltre 200 militanti islamici e decine di abitanti del campo) ai profughi palestinesi, che pure erano una minoranza esigua in Fatah al-Islam, a Tripoli regna ora una calma insolita, frutto evidente di una intesa tra potere politico e i salafiti che da un lato afferma l'inviolabilità delle forze armate (sempre più equipaggiate e armate dagli Usa) e dall'altro sancisce che i sunniti libanesi, laici o religiosi, devono puntare i loro sforzi contro gli sciiti e il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. «Ci sentivamo presi di mira, venivamo puniti severamente per le nostre idee ma ora i sunniti sono uniti contro il loro nemico naturale, la setta degli sciiti», ci dice Maher, 22 anni, che si proclama un «sunnita preoccupato dal potere di Nasrallah». Da parte sua lo sceicco Bakri non ama Saad Hariri ma allo stesso tempo denuncia «la gravità della condizione dei sunniti in Libano nei confronti degli sciiti sempre più potenti» e non esita ad accusare Nasrallah di essere, in realtà, «non un eroe della resistenza ma un alleato di Israele, perché con la sua milizia e i soldati dell'Unifil garantisce la tranquillità della frontiera», con lo Stato ebraico.
Le bandiere nere con i versetti del Corano che sventolano ovunque e gli enormi ritratti di Hariri sulla facciata di tanti palazzi di Abu Samra, affermano oltre ogni dubbio l'alleanza stretta tra il leader di Mustaqbal, sponsorizzato a piene mani da Washington e Riyadh, e il radicalismo sunnita libanese. Tutto in nome di un jihad anti-sciita davvero insolito che mette insieme laicismo e salafismo e che è diventato anche un punto di arrivo dell'impegno finanziario saudita in Libano, mascherato da investimenti e da aperture di nuove imprese.
Hariri nega che la promozione del potere politico sunnita rappresenti un aiuto ai gruppi armati. «Sponsorizziamo cultura ed istruzione, non il terrorismo. Gli Hariri non hanno mai avuto e mai avranno le mani sporche di sangue», ha spiegato il leader di Mustaqbal. I fatti però dicono altro. Il partito di Hariri è impegnato a registrare oscure società di sicurezza privata che assomigliano sempre più una milizia sunnita armata con oltre 2 mila affiliati che presto, secondo Fidaa Itani, solo nel nord del Libano arriverà a toccare quota 14 mila. Una di queste società è la al-Afwaj. «I suoi membri sono venuti anche da noi - conferma lo sceicco Omar Bakri - sono molto attivi e cercano di attirare quante più persone qui a Tripoli e in altre città».
Senza dimenticare che i fedelissimi di Hariri hanno anche fornito mezzi di trasporto ai manifestanti sunniti che hanno protestato con violenza contro le vignette su Maometto pubblicate in Danimarca e pagato le spese legali per alcuni salafiti accusati di aver preso parte, qualche anno fa, alla costituzione del mini-emirato islamico di Dinniyeh, non lontano da Tripoli. Spese mediche private e risarcimenti sono stati offerti dal governo di Fuad Siniora e dal Mustaqbal ad Abdel Rahman Hilo e alla famiglia di Bilal Hayek protagonisti di scontri con rivali alawiti e sciiti avvenuti oltre un anno fa. Nel frattempo gli islamisti sunniti non apertamente schierati contro «il nemico sciita» vengono messi fuori gioco. Fathi Yakan, leader storico di una corrente locale della Fratellanza islamica e sostenitore del fronte «8 marzo» guidato da Hezbollah, è stato espulso dal Gruppo Islamico, l'ombrello di varie organizzazioni musulmane.
Dall'alto degli edifici Saad Hariri sorride. A Tripoli ha costruito la roccaforte per combattere contro Hezbollah, con l'aiuto dei salafiti e la benedizione di Washington.

Il Manifesto 28 marzo

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VOI SIETE QUI
Non si può fare
Alessandro Robecchi

Grande rilievo è stato dato dalla stampa nazionale al recente gallinaio fascista delle candidate Mussolini e Santanché. Dicono che la monnezza e la diossina ci rovinano l'immagine, c'è da sperare che all'estero non leggano le cronache politiche, che sarebbe pure peggio. Ma tant'è: con estrema dovizia di virgolettati, nulla ci è stato risparmiato: non il nonno duce che compare in sogno (un classico della Mussolini), non il nonno duce (e dàgli) che ripudia la nipote in quanto valletta di Fini. E tutto il contorno littorio dei treni in orario e puttanate consimili. Colore locale, insomma, la tanto amata dai media «prevalenza del cretino», che vivacizza la grafica e alleggerisce il tg: due figlie della lupa che si azzuffano sul nonno sono sempre un buon trucco per non parlare di cose serie. In più, altro aspetto assai gradito ai media, si può mostrare l'effetto collaterale delle famose «donne in politica», rappresentandole nei panni di due povere isteriche, magari con l'aggiunta (par condicio) di qualche altra svaporata creatura atterrata da Marte. Sembrava già troppo una ducia, ma averne due è ben misero destino. Ma succede che la propaganda fascista non si limiti alle teorie storico-lisergiche sul glorioso ventennio, ma vada a toccare vite vere, persone, esistenze, destini. Al campo rom arriva la propaganda della Santanché. E il giorno dopo arrivano le ruspe del Comune, e questo non è un chiacchiericcio in sottofondo, il solito scemenzaio in orbace, ma cingoli e distruzione, deportazioni, retate e pogrom, un po' come ai tempi del nonno buonanima. Sulla pelle di un centinaio di persone, non clienti del Billionaire e non entusiaste dell'Expo, la campagna elettorale ha fatto uno dei suoi colpetti di teatro: la liftata gerarca che visita il campo e, subito dopo, il vicesindaco milanese di An che lo abbatte. Piccolo episodio, preziosa lezione: quando si litiga su chi è più fascista, il risultato non può essere che più fascismo. Poche righe dai media: non è divertente. Ci vorrebbe qualcuno che dice: «Non si può fare».

Il Manifesto 30 Marzo

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I fantasmi della Diaz e le complicità politiche
Giuliano Pisapia


La richiesta di rinvio a giudizio di Gianni De Gennaro è l'ultima notizia che ci viene da Genova, dove, nel luglio 2001 come nel luglio del '60, vi è stata una mattanza nei confronti di chi si batteva per la pace, per la democrazia e per lo stato di diritto. Ma, al di là della vicenda giudiziaria, di cui doverosamente si occuperà la magistratura, la questione assume una rilevanza fortemente politica.
Ecco perché non ci si può esimere dal denunciare, con forza sempre maggiore, la responsabilità sia di coloro che, allora, guardarono dall'altra parte sia di chi - come, salvo poche eccezioni, gli esponenti dell'attuale Pd e dei loro alleati - abbandonò a se stessi le centinaia di migliaia di pacifisti, di non violenti, massacrati nel corpo e nella dignità.

E cercò, successivamente, di far calare un colpevole silenzio sulla macelleria cilena nei giorni del G8. Nel 2001 quello che allora si chiamava Ulivo, e che fino all'aprile governava il Paese, non solo non fece nulla per impedire i massacri della Diaz e di Bolzaneto ma fu direttamente responsabile di altri episodi, analoghi anche se meno eclatanti (basti pensare ai fatti, impuniti, di Napoli, che, come ormai è assodato, altro non furono che una prova generale per Genova). Un evento come il G8 non si organizza in pochi mesi: dunque fu preparato, in ogni suo aspetto (compresa la trasformazione provvisoria in struttura carceraria della caserma di Bolzaneto), ben prima che Berlusconi vincesse le elezioni. Ecco, allora, che si spiega il doloso silenzio in tutti questi anni e la colposa indifferenza alle denunce di chi, a sinistra, aveva vissuto quelle giornate e aveva provato, sulla propria pelle, le violenze, le torture e la cancellazione di ogni diritto costituzionale. È a dir poco stupefacente, allora, leggere le parole del ministro Amato, che si è svegliato pochi giorni fa - guarda caso in piena campagna elettorale - per denunciare, a parole, in una focosa intervista, i fatti di Bolzaneto. Dimenticandosi, però - nel tentativo addossare ogni colpa alla polizia penitenziaria - dei fatti della Diaz e delle ormai evidenti responsabilità dei vertici della polizia di stato che hanno avuto plauso, promozioni e protezioni dai ministri degli interni sia del centrodestra che del centrosinistra. Ma è mai possibile che, prima dell'intervista, l'attuale ministro degli interni non si fosse accorto di nulla? Così come, pur essendone ai vertici, non si era, a suo tempo, accorto di quanto accadeva nel «glorioso» partito socialista! E, allora, diciamolo senza reticenze: in questi lunghi, lunghissimi 80 mesi - dal luglio 2001 ad oggi - il comportamento del centrodestra, dell'Italia dei Valori e di tanti che sono accorsi nel grande, accogliente Partito Democratico, è stato sostanzialmente identico. Sono state fatte promozioni; si è impedita la commissione parlamentare d'inchiesta; sono state bloccate le leggi sull'identificazione delle forze dell'ordine, sulla creazione di un organismo indipendente per la promozione e la protezione dei diritti umani e sull'istituzione di un'autorità di controllo e garanzia nei luoghi di privazione della liberà personale (pure previsti da convenzioni internazionali e la cui esistenza avrebbe potuto impedire i fatti di Bolzaneto e tanti episodi di violenza nelle celle di sicurezza, nei Cpt e nelle carceri). Proprio il progressivo aumento degli abusi e delle violenze - nei confronti soprattutto di giovani, di migranti e di emarginati - da parte di singoli appartenenti alle forze dell'ordine (raramente denunciati per paura di ritorsioni) è una delle conseguenze più nefaste del clima che si è creato, anche per le reticenze e per il comportamento dei ministri che dovrebbero occuparsi di «ordine pubblico». Non voglio, e non intendo, generalizzare, ma non si può ignorare che quanto avvenuto in questi anni ha determinato anche la progressiva emarginazione di chi si è battuto in passato, e continua a battersi oggi, per la democratizzazione delle forze dell'ordine. L'aver creato un simile clima di impunità e di omertà, che sarà sempre più difficile scalfire e contrastare, è una delle numerose responsabilità politiche degli ultimi ministri degli interni del centrosinistra. Se è indubbio che da questa spirale perversa non ci farà uscire il centrodestra, è purtroppo da escludere che possa farlo il Pd, prigioniero delle sue contraddizioni e del tentativo fallimentare di conciliare gli opposti in ogni campo, compreso quello dei diritti e della garanzie. Se non vi sarà quella «verità e giustizia», per la quale solo la sinistra si è battuta in questi anni, sarà imposssibile spezzare la spirale perversa che sta trasformando uno stato di diritto in uno stato dove i diritti possono, e potranno anche in futuro, essere impunemente ignorati o cancellati.

 Il Manifesto 30 Marzo

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G8, De Gennaro rischia il processo
L'ex capo della polizia è accusato di induzione alla falsa testimonianza. Lui si difende: mai venuto meno ai miei doveri. La procura vuole accorciare i tempi del processo Diaz
Alessandra Fava
Genova


Iniziare il dibattimento del processo Diaz prima dell'estate. Davanti alle lungaggini degli avvocati dei poliziotti che dallo scorso dicembre accumulano testimonianze e dichiarazioni spontanee per allungare il processo, il presidente del Tribunale Gabrio Barone ha espresso chiaramente il suo obiettivo alla Procura: accelerare, accorciare i tempi, sveltire in modo da arrivare alla sentenza di primo grado in autunno. E' questo il retroscena che sta dietro alle scelte fatte dalla Procura giovedì scorso: depositare i brogliacci in aula e chiedere il rinvio a giudizio per falsa testimonianza per l'allora questore genovese Francesco Colucci e per induzione alla falsa testimonianza per l'allora capo della polizia Gianni De Gennaro in funzione di regista dell'operazione e per l'ex capo della Digos genovese Spartaco Mortola (oggi vicequestore di Torino dal giugno del 2006) che fece da tramite tra i due.
La scelta è stata obbligata e strategica: i pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini hanno deciso che era il momento di mettere a disposizione dei legali il vulnus del processo, vale a dire dimostrare su quali basi si suppone l'inquinamento delle prove costruito dal capo della polizia stesso Gianni De Gennaro. Insomma dimostrare che il processo Diaz non è solo genericamente scomodo ma che è stato anche inquinato in tutti modi dai vertici stessi di quella polizia che finiva a giudizio. Così la Procura ha scelto, in primis, di mettere a disposizione dei legali i brogliacci delle intercettazioni depositandoli giovedì scorso all'udienza del processo Diaz (la centoquarantunesima), deposito fatto dal pm Cardona Albini. E si tratta di una versione più sintetica delle intercettazioni contenute dagli Acip (l'avviso di conclusione delle indagini) che comprendeva anche «è uno schifoso» detto dall'ex prefetto di Roma Achille Serra a proposito di De Gennaro e anche di Colucci e delle sue ritrattazioni. Per ora il documento è a disposizione dei legali (anche se sembra che nessuno ne abbia fatto copia) ma in seguito la Procura potrebbe chiedere il deposito al Tribunale. Non è detto che lo faccia. Non è detto che il Tribunale accolga la richiesta.
In secondo luogo, nell'accelerazione generale del processo, sempre giovedì scorso, poche ore dopo il deposito in aula delle intercettazioni, i pm Zucca e Cardona con i pm del processo per le torture avvenute a Bolzaneto Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruziello, e il procuratore aggiunto Mario Morisani, hanno depositato la richiesta di rinvio a giudizio per falsa testimonianza nei confronti del questore Francesco Colucci, dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro e dell'allora capo della Digos Spartaco Mortola. La richiesta di rinvio di decine di pagine, articolata e motivata, ricostruisce tutti i rapporti intercorsi tra gli indagati per cui si chiede il rinvio a giudizio e si legge che «De Gennaro, mediante istigazione o comunque induzione, ha determinato Colucci a deporre circostanze non corrispondenti al vero e comunque non appartenenti alla propria percezione, anche ritrattando sue precedenti dichiarazioni». Insomma, secondo la Procura l'induzione alla falsa testimonianza da parte di De Gennaro costituisce «un fatto aggravato per aver determinato a commettere il reato persona a lui sottoposta e con abuso della funzione esercitata quale direttore generale del dipartimento di Pubblica sicurezza».
L'indagine sulla falsa testimonianza di Colucci tecnicamente è un collegato al processo Diaz perché il reato avvenne nelle aule giudiziarie del processo il 3 maggio scorso quando Colucci mostrò di seguire le direttive di De Gennaro. Fonti della Procura spiegano che se un gip riterrà opportuno rinviare i tre a giudizio ne seguirà un processo che si aprirà in coda a quello Diaz.
Intanto l'ex capo della polizia, ora impegnato con i rifiuti campani, fa sapere di essere «assolutamente tranquillo perchè consapevole di non essere mai venuto meno ai miei doveri».

IL Manifesto 30 Marzo

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Centinaia di telefonate attorno alla Diaz Così la polizia voleva sistemare il processo
Colucci al telefono: «Il capo mi ha detto che devo aggiustare il tiro sulla stampa»
Le intercettazioni dell'inchiesta dalla falsa testimonianza ai complimenti dei vertici. Fino alla rabbia per la nuova inchiesta: «Manganelli stamattina mi ha detto che dobbiamo dargli una bella botta a 'sto magistrato»
Sara Menafra
Roma


I pm della procura di Genova hanno usato solo una decina di intercettazioni, per inchiodare l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro all'accusa di «istigazione aggravata alla falsa testimonianza» e l'ex questore ed oggi prefetto Francesco Colucci all'imputazione di aver cambiato i propri ricordi della notte della Diaz. In tre mesi di intercettazioni, tra l'aprile e il giugno 2007, ne hanno raccolte circa trecento. La maggior parte, però, resterà sullo sfondo: racconta del continuo contatto tra gli imputati del processo Diaz - e attuali vertici della Polizia di stato - e i testimoni. Dell'agitarsi, dell'insultare pm e parti civili, del cercare, archiviare, della presenza di un funzionario dello Sco in aula per registrare tutto il processo e giudicare i testimoni buoni e quelli cattivi. Un clima pesante, che getta una luce funesta sui dirigenti delle nostre forze dell'ordine, ma che non è sufficiente a formare altre prove.
Il nucleo della richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di De Gennaro è, dunque, riassunto in cinquanta pagine. L'hanno firmata tutti i pm dei processi Diaz e Bolzaneto e depositata all'ufficio gip giovedì mattina: ci sono le firme di Enrico Zucca, Patrizia Petruziello, Vittorio Ranieri Miniati, Francesco Cardona Albini e dell'aggiunto Mario Morisani. Manca, perché «non necessaria», quella del procuratore capo di Genova Francesco Lalla, che su questa indagine non ha mai mancato di esprimere tutte le proprie perplessità. Per De Gennaro il fatto è «aggravato per aver determinato a commettere il reato persona a lui sottoposta e con abuso della funzione esercitata quale direttore generale del dipartimento di pubblica sicurezza».
Nel documento si parla delle telefonate precedenti e immediatamente successive alla deposizione del 3 maggio in cui Colucci sostenne di aver avvertito il capo dell'ufficio stampa del Viminale Roberto Sgalla di quel che accadeva alla Diaz senza mai parlare con il capo De Gennaro e, già che c'era, cercando di sostenere che a dirigere l'assalto fosse stato l'allora vicequestore vicario di Bologna Lorenzo Murgolo, l'unico dei dirigenti presenti ad essere stato archiviato dopo le indagini preliminari. Secondo i pm, Colucci con quella deposizione avrebbe cercato di togliere ogni sospetto di connivenza dall'immagine dell'ex capo della polizia De Gennaro. Un disegno chiaro, scrivono i pm, sin dalla prima intercettazione. Quella della sera del 26 aprile 2007, quando Colucci chiama Mortola e gli annuncia: «Sono stato dal capo oggi. Io devo rivedere un po' il discorso di quello che ho dichiarato di Sgalla. Questo serve per aiutare i colleghi...Siamo stati un'oretta, un'oretta insieme stasera». Una richiesta che mette in agitazione i colleghi, tanto che due giorni dopo Mortola si lamenta con il collega Di Sarro perché l'ex questore «parla al telefono... una follia». Colucci chiede consigli a Mortola e Di Sarro e poi, subito il 3 magggio, si affretta a vantarsi proprio con Mortola: «Ieri sera ho chiamato Manganelli. Dico guarda Anto... Sei stato bravo, è andato tutto molto bene, ce l'hanno detto gli avvocati. Poi dice: guarda, se il capo vuole maggiori ragguagli, gli ho detto, se vuole sapere qualcosa io sono qua, che devo fare, vengo a Roma? Ma penso che non ci sia bisogno perché il capo ha dei referenti». E ancora: «Poi stamattina m'ha chiamato il capo. Dice li hai, li hai, li hai, li hai maltrattati una cosa del genere. Li hai.. li hai... gli hai fatto la..., come ha detto, li hai... e no sbranati, li hai... va be insomma, una frase ha detto.n senso positivo, chiaramente. Che era contento eccetera. Ho saputo da Ferri che anche Caldarozzi (Gilberto, imputato alla Diaz, capo dello Sco ndr) e Gratteri (Francesco, anche lui imputato, divenuto capo del Dipartimento nazionale anticrimine ndr) sono stati contenti, diciamo, di questa... Luperi (Giovanni, dirigente del Dipartimento analisi dell'Aisi ndr) è rimasto contento. E basta. D'altra parte è uno scenario nuovo si è aperto per colpa mia diciamo».
Una ricostruzione che la Pg di Genova aveva fatto già nello scorso novembre, quando il manifesto pubblicò le intercettazioni nate da questa inchiesta. Cinque capitoli che vanno dall'avvio quasi casuale dell'indagine, nata dalle intercettazioni cui era sottoposto Spartaco Mortola, quando la procura si accorse che le false bottiglie molotov, al centro del processo per i fatti della Diaz e fondamentali per accusare i vertici della polizia di calunnia nei confronti del manifestanti, erano state «accidentalmente distrutte». E dà spazio alla memoria difensiva di De Gennaro, presentata nel giugno scorso, fino alla lettera con cui De Gennaro invita Colucci a rivedere le proprie dichiarazioni. Un invito, mai raccolto, visto che dopo i primi contatti né Colucci né De Gennaro hanno più accettato di deporre su quei fatti.
Resta da capire, ma fuori dal processo che nascerà da queste accuse, che senso avesse la maggior parte delle centinaia telefonate raccolte durante questa indagine. Una ridda di telefonate costanti, per cui il 7 maggio 2007 Gratteri dice a Colucci che «il pm avrebbe dovuto limitarsi a cercare la vera verità» e aggiunge: «il pm ha preso uno "schiaffone" da Manganelli ed un paio da Colucci». O la reazione dell'attuale capo della polizia, Antonio Manganelli, alla notizia che Colucci fosse stato messo sotto inchiesta per falsa testimonianza, quando, è lo stesso Colucci a raccontarlo il 24 maggio: «Mangenelli stamattina mi ha detto che dobbiamo dargli una bella botta a sto magistrato». O l'invito di Gianni De Gennaro a Francesco Colucci il 23 a notizia appena giunta: «Mortola dice - recita il brogliaccio di pg, che non riporta la trascrizione integrale - di aver parlatto con Manganelli e che il capo, tramite questi, dice che sarebbe meglio se si presentasse da De Gennaro».
A leggerle tutte insieme viene il dubbio che «aggiustare» le dichiarazioni nel processo Diaz fosse una delle principali preoccupazioni degli attuali vertici della Polizia di stato. Se così fosse, il caso Colucci De Gennaro sarebbe solo la punta dell'iceberg.

Il manifesto 30 Marzo


 



 

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