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5 aprile 2008

Video: Tutti al Voto Vol.3

Free Tibet

Oggi su www.siderurgikatv.ilcannocchiale.it:

Video: Tutti al Voto Vol.3

Satira Murale: Postumo

Fumetto: Collage106 di Claudio Parentela

Curiosità: Razzismo

Scatti

Video Inchieste: I Grandi Dittatori: Josip Broz Tito, I Grandi Dittatori: Joseph Stalin, I Grandi Dittatori: Francisco Franco

Videoclip: Alicia Keys Live, ALICIA KEYS "Girlfriend", Baby Cham & Alicia Keys - Ghetto Story

Reportage

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SATIRA MURALE

Postumo

"Il fascismo mi ha dato sofferenze e gioie, ma non l'ho mai rinnegato"

Giuseppe Ciarrapico

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Curiosità

Razzismo

Secondo una ricerca i "gruppi di odio" attivi negli Usa; neonaziste, nazionaliste e del Ku Klux Klan sono 888, 286 in più rispetto alle 602 censite nel 2000.

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VIDEO-INCHIESTE

 

I Grandi Dittatori: Josip Broz, Tito

Josip Broz, più conosciuto con il nome di battaglia di Tito, dittatore, militare e uomo politico jugoslavo, capo della Repubblica Jugoslava dalla fine della seconda guerra mondiale sino alla morte.

Dopo aver trascorso alcuni anni della sua infanzia col nonno materno a Podsreda (Slovenia), frequenta a Kumrovec la scuola elementare. Nel 1907 lascia il paese natale per trasferirsi a Sisak, dove lavora come a pprendista fabbro. A Sisak si confronta con le idee e le istanze del movimento dei lavoratori e nel 1910 partecipa alla celebrazione del primo maggio (festa del lavoro).

Nel 1963, a 71 anni, Broz fu nominato presidente a vita. Al inzio degli anni settanta, l'intervento di Tito stroncò i movimenti di rinnovamento della politica e comunista che erano emersi ai finali degli anni sessanta in Serbia, Croazia e Slovenia e destituì le élites comuniste che si accingevano a liberalizzare la politica economica e sociale in quelle repubbliche. Negli anni successivi, l a Jugoslavia vide un periodo di accentuata repressione politica che sollevò aspre contestazioni soprattuto tra i croati. Negli anni settanta riapparve nella scena politica la figura del teorico sloveno Edvard Kardelj che, in vista dell'imminente scomparsa del dittatore, elaborò, nella nuova costituzione del 1974, un modello con-federale basato sulla cooperazione democratica tra le dirigenze comuniste delle varie repubbliche e province autonome, che mantenevano però l'egemonia assoluta nei loro rispettivi paesi. Tito morì il 4 maggio 1980 in un centro clinico a Lubiana (Slovenia).

 

 

 

 

I Grandi Dittatori: Joseph Stalin

Stalin, nome politico adottato all'età di 34 anni e che significa Uomo d'Acciaio, studiò per diventare prete sotto il suo vero nome, Dzhugashvili. Figlio di un calzolaio, si unì al Partito socialdemocratico dopo essere stato espulso dalla scuola teologica per insubordinazione. Dopo la spaccatura del RSDLP avvenuta nel 1903, egli divenne membro del partito bolscevico.

Dopo la Rivoluzione d'Ottobre, Stalin fu nominato commissario delle nazionalità. Durante il periodo della guerra civile, attraverso estese manovre burocratiche, egli salì gradualmente gli scalini del potere sovietico. Nel 1922 arrivò così a ricevere la maggioranza dei voti e ad essere eletto Segretario generale del partito comunista. Lo stesso anno Lenin, in quello che sarà poi noto come il suo ultimo Testamento, si dichiarò perché Stalin venisse rimosso da questa posizione, in quanto egli stava accumulando troppo potere.

Dopo la morte di Lenin, avvenuta nel 1924, un'ondata reazionaria si impadronì del governo sovietico. Stalin diffuse la sua teoria del socialismo in un paese solo, in contrapposizione a tutti i principi basilari del marxismo. Questa teoria venne opposta duramente alla teoria rivoluzionaria bolscevica della rivoluzione permanente, secondo la quale sarebbe impossibile costruire il socialismo in uno stato isolato dal resto del mondo.

 

 

 

 

I Grandi Dittatori: Francisco Franco

Questa raccolta cerca di definire profili ancora nascosti di alcuni tra i più grandi Condottieri del Secolo scorso. Tutti i filmati qui raccolti sono originali dell'epoca. Gli operatori di guerra documentarono realisticamente violenze, conflitti e ritorsioni pertanto, per la cruenza di alcune riprese, si consiglia la visione al solo pubblico adulto.

Franco fu un nazionalista ad oltranza ed un anticomunista, con una concezione rigida e conservatrice della religione e una visione chiara della storia della Spagna. Secondo la sua interpretazione i secoli passati erano stati dominati dalla lotta perenne tra forze tradizionali, religiose e patriottiche, e altre antinazionali legate alla Massoneria. In seguito al successo elettorale del Fronte popolare, il 19 febbraio 1936, Franco venne allontanato dal paese ed inviato nelle isole Canarie. Si unì quindi ad un gruppo di generali con cui preparò il colpo di stato del 18 luglio 1936. Franco era alla guida dell'esercito di ribelli che entrò in Spagna passando dal Marocco, sostenuto dalla Germania nazista e dall'Italia fascista. Il 29 settembre 1936 fu ufficialmente dichiarato Generalísimo de los ejércitos de Tierra, Mar y Aire e alla vittoria della guerra civile dell'aprile 1939 assunse la guida definitiva dello Stato, instaurando un regime dittatoriale di stampo fascista che scatenò una fortissima repressione.

Il Generalísimo Francisco Franco o il Caudillo, fu un generale e uomo politico spagnolo, nonché instauratore, in Spagna, di un regime dittatoriale di stampo fascista noto come franchismo. Rimase al potere dalla vittoria nella guerra civile spagnola del 1939 fino alla sua morte nel 1975.

 

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VIDEOCLIP

 

Alicia Keys Live

ALICIA KEYS "Girlfriend"

Baby Cham & Alicia Keys - Ghetto Story

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REPORTAGE




«Anche se in calo rispetto al passato i dati preoccupano», dicono all’Adoc

all’immondizia Il 10% degli acquisti non viene consumato Ogni anno 4 miliardi di euro in fumo

I volontari del cibo da quindici anni conducono una lotta impari. Cercano di arginare lo spreco, recuperano le eccedenze, raccolgono provviste ovunque possibile. E le ridistribuiscono a tempo di record, prima che diventino inservibili. L’anno scorso, in Piemonte, hanno raccolto e distribuito 4.200 tonnellate di prodotti – soprattutto pasta, riso e latte – salvandoli dalla spazzatura cui sarebbero stati destinati. Oltre mille tonnellate soltanto a Torino. Non è molto, se si considera quanto la città è capace di dilapidare: 24 mila tonnellate, quasi 70 al giorno. È una miniera, invece, se si pensa alle 90 mila persone che usufruiscono di questo lavoro certosino, frutto di estenuanti trattative e accordi con tutti i protagonisti della filiera agro-alimentare, dai produttori alla grande distribuzione. «Eppure non basta – spiega con un filo d’amarezza Roberto Cena, presidente piemontese del Banco alimentare -. Lavoriamo al servizio di 760 enti benefici, che riforniamo con tutto ciò che riusciamo a recuperare. Il problema è che, alla fine dello scorso anno, per soddisfare tutte le richieste il nostro bottino avrebbe dovuto essere come minimo doppio». Novemila tonnellate. Perché la domanda di cibo sembra un fiume in piena. Cresce a ritmi frenetici: +15% nel 2007 rispetto al 2006, segno che «le difficoltà esistono eccome, le famiglie faticano sempre più ad arrivare alla fine del mese». Con tutto ciò che è stato salvato dalla spazzatura nel 2007 in Piemonte si è riusciti a dare una mano a 90 mila persone, oltre 20 mila soltanto a Torino. Merito dei 450 infaticabili lottatori contro lo spreco quotidiano che ogni giorno «riconquistano» più di dieci tonnellate di merce destinata altrimenti al macero. La radunano, la caricano sui camion e la portano nell’enorme magazzino di Moncalieri, alle porte di Torino, dove altri volontari provvedono a smistarla. Una macchina che funziona a pieno ritmo e macina risultati: nel 2007 a fronte di 600 mila euro sborsati il Banco alimentare piemontese ha distribuito cibo per 14 milioni di euro. Per arginare il grande spreco servirebbe un esercito. Perché i numeri parlano chiaro: lo sperpero quotidiano avviene tra le mura di casa. Produttori, industrie, grande distribuzione e vendita al dettaglio buttano via quantità risibili. Il grosso grava sulle famiglie, «e lì si può intervenire soltanto educando alla parsimonia, come cerchiamo di fare con i 50 mila bambini delle scuole torinesi che seguono il progetto dell’associazione Altrocanto», racconta Cena. Impensabile anche solo immaginare una raccolta «porta a porta». Nelle condizioni attuali non è possibile nemmeno recuperare le eccedenze della miriade di piccoli negozi. A tutto il resto cercano di provvedere loro, gli irriducibili anti-spreco. Concentrano le forze sui colossi dell’industria e della distribuzione, dove transitano più merci e la raccolta è più semplice. Negli anni hanno saputo costruire una rete che ripercorre tutta la filiera alimentare. La principale fonte di approvvigionamento è l’Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura), che in base a un regolamento dell’Unione Europea acquista eccedenze di produzione del settore primario – soprattutto pasta, biscotti, burro e formaggio - e le distribuisce a chi assiste i bisognosi. Non solo. Al Centro agroalimentare di Torino ogni giorno transitano decine di tonnellate di frutta e verdura. «Abbiamo siglato una convenzione per cui i nostri addetti possono prelevare tutte le eccedenze di fine giornata, quei prodotti destinati a essere buttati». Una montagna: tutto ciò che scade nelle successive ventiquattro ore e non può essere venduto l’indomani. Andrebbe eliminato. «E invece no – dice Cena -. Noi siamo in grado di prelevarlo e farlo arrivare a chi ne ha bisogno in dodici ore. In questo modo sulla tavola di migliaia di persone arrivano frutta e verdura fresche da mangiare subito, e le discariche si alleggeriscono di un bel po’ di rifiuti». Due volte la settimana i volontari «ripuliscono» alcuni supermercati. E per tutto l’anno scolastico i prodotti non utilizzati nelle mense - pane e frutta – vengono prelevati dalle scuole di Torino e provincia e consegnati direttamente agli enti benefici convenzionati. Sembra incredibile che un’architettura così sofisticata riesca ad arginare appena il quattro per cento dello scialo alimentare di una grande città come Torino. Eppure i dati non mentono. E al Banco alimentare non possono fare altro che rinnovare l’appello: «Con le poche risorse a disposizione noi tamponiamo un’emergenza che andrebbe risolta in modo strutturale. Educando al risparmio innanzitutto. E investendo con forza su quei progetti di recupero dello spreco che dimostrano di funzionare».

ROMA

Buttereste 500 euro nel cassonetto sotto casa vostra? La risposta pare scontata, eppure si è calcolato che una famiglia media italiana si disfa, annualmente, di 561 euro, pari al 10 per cento della spesa alimentare totale effettuata. E’ un’indagine dell’Adoc, l'Associazione nazionale per la difesa e l’orientamento dei consumatori, a darci la patente di spreconi. Pare evidente che riempiamo il carrello o le borse con troppa facilità se a finire nella spazzatura sono soprattutto prodotti freschi: latte, uova, carne, preparati di gastronomia, mozzarella, stracchino e yogurt (39%); pane (19%); frutta e verdura (17%); affettati (10%); prodotti in busta come le insalate (6%); pasta (4%); scatolame (3%); surgelati (2%). Il dato è preoccupante, «anche se in calo rispetto agli anni precedenti, quando però si spendeva meno - commenta Carlo Pileri, presidente di Adoc -. Dopo le speculazioni che si sono verificate con l’entrata in vigore dell’euro, abbiamo assistito a un notevole aumento della spesa familiare destinata ai prodotti alimentari e, contestualmente, a un calo degli sprechi. Che comunque rimangono alti». Tuttavia, le cattive abitudini permangono, alimentate anche dalle strategie di vendita delle industrie e dei vari esercizi commerciali per rendere più abbordabile e allettante la merce. «I consumatori devono imparare a essere più furbi e consapevoli - continua Pileri -. Oggi si spreca sia per comprare un prodotto richiesto dal figlio o dal nipote, magari attratto dal regalo allegato. Poi, l’alimento non viene consumato e finisce tra i rifiuti». Spesso si è attratti dalle offerte promozionali, del tipo prendi tre e paghi due, e si riempie il carrello senza chiedersi se quel prodotto effettivamente ci serva, e con l’illusione di risparmiare ci portiamo a casa quantità di ogni cosa superiori al necessario. Il momento esplosivo degli sprechi, poi, coincide con i periodi canonici delle feste. Sotto Natale, la solita famiglia media sperpera 52 euro. A Capodanno, 21. A Pasqua, 42. «Se ognuno pensasse che con i soldi buttati per questi appuntamenti una famiglia potrebbe fare la spesa per circa 2 settimane, forse farebbe acquisti più ponderati», conclude l’associazione. Tra i motivi per cui si spreca il cibo, secondo l’indagine Adoc, l’eccesso di acquisto generico (39%), prodotti scaduti o andati a male (24%), troppi acquisti per offerte speciali (21%), novità non gradite (9%), prodotti non necessari (7%). L’Italia è in buona, o meglio sprecona, compagnia. Negli Usa, per esempio, secondo quanto riferisce Sos consumatori Telefono Blu, il 40-50 per cento del cibo viene sprecato e nel Regno Unito la percentuale di prodotti alimentari che finisce in pattumiera si aggira tra il 30 e il 40 per cento, per 3,4 milioni di tonnellate di cibo che diventano scarti. L’associazione ha anche calcolato che, nel nostro Paese, il valore dei beni alimentari nella spazzatura è pari a 4 miliardi di euro. E tanto per avere un quadro completo di questa realtà, ricordiamo che 852 milioni di individui nel mondo sono sottoalimentati e che 150 milioni di loro potrebbero essere sfamate con quanto la parte ricca del pianeta getta nell’immondizia. E’ ora di pensare anche a un’etica nel produrre rifiuti? «Senza dubbio, sì - osserva Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva -. I genitori dovrebbero mettere in atto, con i loro figli, un progetto di risparmio. Imparando, così, insieme a utilizzare meglio il denaro».

La Stampa - 7 Marzo



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La Repubblica Ceca onora i fratelli Masin. Ma sono veri eroi?

ra la notte del 3 ottobre 1953 quando cinque ventenni - i fratelli Masin e i loro compagni di resistenza anticomunista Milan Paumer, Zbynek Janata e Vaclav Sveda - lasciarono Praga diretti a Berlino Ovest. Si erano convinti, ascoltando «Voice of America» e «Radio Europa free», che la Terza Guerra Mondiale fosse imminente, gli americani sarebbero entrati in Cecoslovacchia per liberarla dal comunismo e dunque dovevano espatriare subito, se volevano marciare con l’avanguardia delle truppe di liberazione. Trecentoquaranta chilometri separano Praga da Berlino. Li percorsero quasi tutti a piedi. Impiegarono un mese, inseguiti da soldati e poliziotti sempre più numerosi: ventimila, dice la leggenda, cinquemila la storia. Ne lasciarono sei sul terreno. Il 2 novembre arrivarono a Berlino Ovest in tre: due, Zbynek e Vaclav, feriti negli scontri a fuoco, erano stati catturati per strada. Tornarono a Praga, com’era nei loro desideri. Ma non con l’avanguardia dell’esercito di liberazione: con la polizia comunista, che li consegnò a un tribunale. Furono impiccati per tradimento, trascinando nella rovina amici e parenti. I Masin a Praga non hanno messo più piede, nemmeno dopo il crollo della Cortina di Ferro. Scelsero l’America allora, ci vivono ancora oggi. Milan Paumer invece è tornato. Ogni tanto si vedono. L’ultima volta è stato nel 2005, quando sono andati ad Halifax a ritirare il premio che l’Associazione ceca e slovacca del Canada assegna ogni anno a compatrioti eroici. Per chi è emigrato, i tre sono chiaramente degli eroi. Per chi è rimasto nell’allora Cecoslovacchia, sono invece dei traditori e dei volgari assassini. Il loro nome scalda e divide gli animi. E adesso che il premier ceco li ha decorati con una Medaglia d’onore, il suo stesso partito - il conservatore Ods - è in subbuglio e l’opinione pubblica rumoreggia. Lui proprio questo voleva: provocare un dibattito sul diritto alla resistenza armata contro le dittature. In un recente viaggio a Washington ha dunque appuntato la medaglia sul petto dei fratelli Masin. Martedì è toccato a Paumer. Senza polemiche è stata invece conferita ieri la Medaglia d’onore a Ivan Medek, 83 anni, uno dei firmatari di «Charta 77», emigrato in Austria nel ’78, giornalista di punta della «Voice of America», poi capo della cancelleria del presidente Vaclav Havel. Un anticomunista senza cadaveri sulla coscienza, onorato senza polemiche. I Masin sono invece una storia a sé. Due ragazzi e una sorella più giovane cresciuti nel culto del padre, un eroe della Prima Guerra Mondiale che negli anni di Hitler aveva creato il gruppo di resistenza clandestina «Tre Re» e organizzava sabotaggi. La Gestapo lo prese nel ’41, lo torturò e lo giustiziò. Josef e Ctirad non avevano ancora vent’anni quando decisero di emularlo, appoggiati dallo zio Ctibor Novak, un ex ufficiale dei servizi segreti cecoslovacchi che pagherà i consigli con il cappio. Per procurarsi le armi, attaccavano le stazioni di polizia - uccidendo, se occorreva. Tentarono una prima fuga, ma furono acciuffati. La polizia non capì chi erano, e dopo pochi mesi erano di nuovo liberi. Riprovarono nell’ottobre 1953. Berlino era l’ultimo varco libero nella Cortina di Ferro, il nome Masin ancora sconosciuto nella Ddr. Partirono, dunque. Passarono facilmente il confine e, dopo tre giorni a piedi nel gelo, provarono a rubare una macchina. Un errore: erano ormai identificati come «cinque stranieri armati», avevano la polizia alle calcagna. Fecero un secondo errore: presero un treno ma, non capendo gli annunci, si ritrovarono alla stazione di partenza. Ne fecero un terzo: riprovarono a prendere un treno ma insospettirono la bigliettaia, che informò la polizia. Alla prima stazione tutti i passeggeri vengono controllati, loro sparano, uccidono un poliziotto e scappano. Tutti meno Janata, che viene catturato e identificato. Adesso anche gli altri quattro hanno un nome e una storia: secondo lo scrittore ceco-americano Jan Novak, «la più straordinaria storia della Guerra Fredda». In un crescendo che non avrà uguali, centinaia di Vopos vengono impegnati a seguire segnalazioni sempre più improbabili. Gli inseguitori aumentano ogni giorno, perché viene chiesto aiuto ai servizi segreti della Stasi e alle truppe dell’Armata Rossa. Sono migliaia, ma quei quattro sono anguille. Riescono a circondarli in un bosco a cento chilometri da Berlino, pensano di averli in pugno, ma i ragazzi rompono l’accerchiamento. Sveda però è colpito da una pallottola vagante e si arrende. I tre superstiti continuano la corsa, aiutati e coperti da tedeschi generosi che a loro volta proteggeranno dalla rappresaglia raccontando di aver percorso tutt’altre strade. Il 2 dicembre entrano in Berlino Ovest: Ctirad sotto il pavimento di un treno, Josef e Milan a piedi. In Cecoslovacchia le ritorsioni sono feroci. La madre, che nulla sapeva dell’attività dei figli, viene condannata a 25 anni di carcere e, malata, muore subito dopo. La sorellina è condannata a due anni. Sulla forca finiscono a decine, le loro lettere d’addio non vengono consegnate alle famiglie, i corpi gettati nella fossa comune. E’ questo che i cechi oggi non perdonano ai Masin.

La Stampa - 7 Marzo



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Il pm: Sirchia, un primario-cliente

Alla fine il conto arriva ed è salato, anche se solo in ipotesi: due anni e nove mesi di reclusione. È la pena che i pm Maurizio Romanelli ed Eugenio Fusco chiedono per la corruzione e l’appropriazione indebita contestata all’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia. Secondo le accuse s’arricchì e alimentò i suoi conti all’estero quando era primario al Policlinico, nel reparto di Immunoematologia, stando a libro paga di alcune aziende fornitrici dell’ospedale. Richiesta che se dovesse venir confermata dal tribunale, nei fatti si tradurrebbe più che altro in una reprimenda morale, visto che con l’indulto, l’età avanzata dell’imputato e la soglia insuperata dei tre anni, l’intera pena sarebbe comunque annullata. Rimanendo, appunto, un’ipotesi di condanna. Haemonetics Italia è una delle società fornitrici che, per l’accusa, hanno pagato diversi primari facendoli passare per consulenti, in modo da essere favorite nell’aggiudicazione degli appalti. Poi Romanelli è passato alla richieste di condanne. Tra le pene più alte, oltre a quella per Sirchia, ci sono i tre anni e nove mesi di carcere per Giuseppe Trudu, all’epoca direttore commerciale di Haemonetics Italia; i tre anni e quattro mesi per Fabio De Rubeis, ex legale rappresentante della stessa società; e i tre anni e due mesi per Gioacchino De Chirico, ex presidente del consiglio d’amministrazione e legale rappresentante di Immucor Italia, società uscita dal processo con un patteggiamento.

La pena più bassa richiesta sono i sei mesi e 600 euro di multa chiesti per Luca Anzillotti, ai tempi responsabile vendite di Baxter Italia, e sette mesi e 700 euro di multa per Ettore Magni, ex agente della stessa azienda. Le accuse a vario titolo sono turbativa d’asta, istigazione alla corruzione, corruzione e appropriazione indebita. Molti degli episodi contestati sono prescritti o vicino alla prescrizione, e siamo solo al primo grado di giudizio. Ora la parola passerà alle difese. Poi la sentenza.

La Stampa - 7 Marzo



 

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