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4 aprile 2008

Video: Tutti al Voto Vol.2

 Oggi su www.siderurgikatv.ilcannocchiale.it:

Video: Tutti al Voto Vol.2

Satira Murale: Sempre Lui

Fumetto: Collage103 di Claudio Parentela

Curiosità: Evasori Fiscali

Scatti

Video Inchieste: Filef - ANTIPODI, Argentina Arde, Grandi Dittatori: Mao Zedong

Videoclip: the ramones - rock'n'roll high school, The Ramones - I wanna be sedated, Ramones - I Don't Want To Grow Up

Video dal Mondo: Nepal - Free Tibet

Reportage

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SATIRA MURALE

Sempre Lui

L'amministrazione Bush avrebbe segretamente tentato di organizzare una sanguinosa crisi interpalestinese, in funzione anti Hamas, dopo le elezioni del 2006 vinte dal movimento islamico.

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Curiosità

Evasori Fiscali

2 milioni di multa per Dolce & Gabbana. L'accusa è di aver rivenduto in nero ai magazzini 126mila prodotti spariti dalla sede della società Sto.Tex.controllata all'80% da Stefano Gabbana e Domenico Dolce.

20 milioni evasi per Ferragamo. Il gruppo Ferragamo ha sede in Olanda: secondo il Fisco italiano la sede reale è invece in Italia. L'accusa è di aver evaso per 20 milioni.

Paolo Sarti ex presidente della Confindustria di Prato. Per lui, leader attraverso la Food Italia nella vendita delle pizze surgelate, una richiesta di sanzione eccezionale: 22 milioni di euro tra Iva detratta indebitamento e richieste di rimborsi senza titolo. Nascondeva i suoi veri conti attraverso una girandola di compravendite tra le sue società.

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VIDEO-INCHIESTE

 

Filef - ANTIPODI

Film realizzato in varie città e località dell'Australia, che dà uno spaccato della storia e della presenza dell'emigrazione italiana in questo Paese.

realizzato da: Leonardo Fasoli e Pierpaolo Gandini

regia: Pierpaolo Gandini

Editrice Filef - 2006

 

 

 

Argentina Arde

Film documentario di Roberto Torelli e Rodolfo Ricci prodotto dalla FILEF

Il dramma sociale vissuto dagli italiani d'Argentina nel paese latino-americano all'epoca del default economico del 2002

 

 

Grandi Dittatori: Mao Zedong

Mao Zedong, scritto anche Mao Tse-Tung, (Shaoshan, Hunan, 26 dicembre 1893 - Pechino 9 settembre 1976) fu presidente del Partito Comunista Cinese dal 1935 alla sua morte. Sotto la sua guida, il partito salì al governo della Cina continentale, come risultato della sua vittoria nella guerra civile cinese e della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (di cui fu presidente) nel 1949.

Mao sviluppò un marxismo-leninismo cinesizzato, noto come Maoismo, parallelo all'ideologia politica nota come Stalinismo, e mentre era al potere collettivizzò l'agricoltura con il grande balzo in avanti. Il dittatore cinese forgiò, e in seguito ruppe, un'alleanza con l'Unione Sovietica, e lanciò la Rivoluzione Culturale.

A Mao viene attribuita la creazione di una Cina unificata e libera dalla dominazione straniera, per la prima volta dalla guerra dell'oppio, ed al tempo stesso vengono criticati l'uso sistematico della repressione e dei lavori forzati (vedi Laogai), la carestia del 1958-1961 e la violenza della Rivoluzione Culturale. Nel periodo in cui fu al potere (1949-1976) vi furono decine di milioni di morti per cause non naturali.

Mao Zedong viene comunemente chiamato Presidente Mao. Ai vertici del suo culto della personalità, Mao era comunemente noto in Cina come il Quattro volte grande: Grande Maestro, Grande Capo, Grande Comandante Supremo, Grande Timoniere .

 

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VIDEOCLIP

 

the ramones - rock'n'roll high school

The Ramones - I wanna be sedated

Ramones - I Don't Want To Grow Up

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VIDEO DAL MONDO

 

Nepal Free Tibet

 

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REPORTAGE

 




Michele, il cuoco morto per due soldi

Rione 167, periferia di Molfetta, case di ringhiera che si affacciano su un cortile pieno di auto. Qui abitava Michele Tasca, il più giovane delle vittime della cisterna maledetta. Domenica prossima avrebbe fatto 20 anni. L’appartamento al secondo piano dove viveva con la madre Grazia, il patrigno e il fratello Andrea, 15 anni, è pieno di dolore e di amici. Intorno alle pareti ci sono le sedie preparate per chi viene a fare le condoglianze, una processione muta. La sorella Isabella, 25 anni, due bambini, una nottata passata a pregare, ricorda il fratello: «Era un ragazzo d’oro. Generoso al punto di dare la vita per salvare i compagni in difficoltà». Ma Michele non doveva essere in quell’autolavaggio, non era il suo mestiere. La sua vita era tra i fornelli, una passione scoperta per caso. «Ha scelto l’istituto alberghiero perché era quello dove si studiava meno», dice Isa. «Ma poi gli era piaciuto, si è diplomato l’anno scorso con 90/100 ed era bravissimo, aveva iniziato in riviera romagnola e lo rivolevano ogni anno». Lavoro stagionale che iniziava a maggio e finiva a ottobre. Michele, però, aveva bisogno di lavorare di più, i soldi in casa non bastavano mai. Suo padre è morto che aveva pochi mesi. Il fratello più grande, Antonio, 26 anni, da anni lavora a Malta, esperto informatico, mentre la sorella Isa è tornata da un mese dalla Germania dove ha vissuto diversi anni. «Non era la prima volta che faceva il lavagista - spiega -. Era un altruista. Quando tornavo in Italia lui era sempre all’aeroporto con un regalo per i miei figli, impazziva per loro. Si preoccupava che non ci mancasse niente, ha pensato lui ai loro corredini quando sono nati». Il fratello più piccolo, Andrea, figlio del secondo marito della madre, divideva con lui la stanza, le confidenze e il computer con ancora la pellicola sopra perché non si graffiasse. Era preciso e pignolo, Michele, e solo con la sua generosità si spiega quel tuffo disperato nella cisterna a salvare gli amici. Una famiglia che ha smesso di vivere ieri quando dal telegiornale del pomeriggio scoprono quel che è successo alla Truck center. Grazia chiama il figlio al cellulare, a vuoto. Si preoccupa sempre di più fino a che qualcuno risponde. È un medico dell’ospedale che le dice: «Venga subito suo figlio sta male». È vivo, anche se attaccato alla vita da un filo sottile che si spezza alle 6,05 di mattina. Michele non riaprirà più i suoi occhi azzurri. Grazia non può arrendersi alla perdita di questo figlio «d’oro» che domenica avrebbe compiuto venti anni. Aveva già preparato la lasagna, il piatto preferito dalla mamma, e comprato gli ingredienti per una torta che voleva grandiosa, a molti piani. Era un bel periodo per Michele che era anche riuscito a comprarsi la macchina, un desiderio faticosamente raggiunto. «Uno che si alzava con l’idea che la mattina si va a lavorare», spiegano gli amici. La prossima settimana avrebbe dovuto firmare il contratto per la stagione al Grand Hotel di Cesenatico. «Era la quarta da noi», racconta Luigi Godoli il direttore. «Era arrivato nel 2005 come stagista e lo avevamo riconfermato. Lavorava con il nostro chef, Angelo Giovanni Di Lena, della nazionale cuochi, che adesso è disperato. Non riuscivamo a crederci. Che ci faceva a lavare quella cisterna?». Alessandro, un suo amico e chef di un hotel di Forlì, sa rispondere a questa domanda: «Aveva bisogno di soldi, anche solo 100, 200 euro da portare a casa. L’ho visto l’ultima volta a dicembre, quando era venuto per l’apertura invernale. Voleva migliorare e aveva fatto con me uno stage a Forlì. Non avrei mai pensato che facesse il lavagista, lui così esile, non era certo un mestiere per lui». Incredulo anche Marco che lavorava con lui in cucina. Un gruppetto di amici conosciuto sul lavoro. «Eravamo sempre insieme d’estate, Michele era timido ma quando si scioglieva era un giocherellone, scherzava e lasciava scherzare, andavamo in discoteca, adorava le macchine e la tecnologia, aveva sempre qualche diavoleria elettronica dell’ultimo tipo e l’Ipod acceso».
Il computer, la sua finestra sul mondo, navigava su Internet e chattava su Messenger. «L’ultima volta l’ho sentito in chat», ricorda la sorella Isa. «Lui mi chiamava in dialetto, "manè", che significa ragazzina. Era forte mio fratello. No, non voleva rimanere a Molfetta, lui era un esploratore». Un viaggio verso il futuro pieno di sogni, appena iniziato, quello di Michele, finito sul fondo di una cisterna, in una maledetta giornata di lavoro.

La Stampa - 5 Marzo



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Decimo accusatore per Gelmini


L’ultima tegola giudiziaria è piovuta sul capo di don Gelmini un mese fa. L’ennesimo avviso di garanzia che la procura di Terni gli ha notificato nei giorni del viaggio in Sud America. Sempre per un reato di molestie. E’ saltato fuori un decimo accusatore, infatti. Trentenne, benestante, di ottima famiglia, figlio di diplomatici, con problemi di droga. E’ questo l’identikit del nuovo testimone d’accusa. L’incredibile è che il giovane ha fatto mettere a verbale di essere stato vittima di abusi da parte di don Pierino nel settembre 2007. Ovvero quando il caso era già sulle prime pagine. La storia dell’ultimo testimone è un tassello che si aggiunge agli altri, ma secondo gli inquirenti ha un valore importante. E’ una voce nuova. Racconta con dovizia di particolari le strategie di avvicinamento alla vittima. Non è un pregiudicato né è stato mai in carcere. Infine, un’annotazione dal valore giuridico: i fatti su cui testimonia risalgono all’autunno e quindi non a rischio di prescrizione come è per molti altri. Molto più fredda la reazione negli ambienti legali: nulla di nuovo nell’inchiesta, se siano nove o 10 gli accusatori cambia poco, le storie si assomigliano tutte. Di questo decimo accusatore non s’era mai saputo perché i magistrati lo tenevano in serbo come jolly. Di lui non si potrà dire che è un pregiudicato qualsiasi. Né che sia d’accordo con il gruppo dei primi cinque ragazzi, tossicodipendenti, piccoli e grandi delinquenti, che accusarono il sacerdote (ormai ex) di molestie. Quella prima ondata di testimonianze è stata infatti bollata come «ricattatoria» da parte dell’interessato. Ed è stata una vicenda ambigua, con soldi che vanno e vengono, strane telefonate, ritrattazioni e controritrattazioni, indagati per favoreggiamento (compresa la madre di uno dei testimoni). Una brutta storia comunque la si prenda. Figure su cui gli avvocati si preparano a demolire. Don Gelmini l’ha fatto anche nell’esternazione di domenica: «Sono ragazzi fuori di testa che non sono riusciti a fare niente, con 10 o 20 anni di carcere alle spalle. Tutti. Peggio per loro». Proprio quest’intemerata del fondatore della Comunità Incontro ha scatenato la reazione di Marco Salvia, uno scrittore che per la comunità c’è passato, su quell’esperienza ha scritto un libro («Mara come»), ed è diventato punto di riferimento di molti che volevano denunciare il don. «Parole vergognose, denigratorie e infami», le definisce. «I testimoni da me conosciuti a Terni sono persone che non hanno mai fatto un giorno di galera, per di più giovanissime e con un senso della dignità che Gelmini dovrebbe solo imparare». Salvia sostiene che delle molestie in comunità lo sapessero tutti, ma spiega così la ritrosia a testimoniare: «Sono ragazzi rinchiusi e plagiati che ingoiano la lingua per un letto caldo e un brodo incerto». A questo punto, la richiesta di rinvio a giudizio dovrebbe arrivare in una settimana o due. E comincerà la battaglia giudiziaria del don. Nel frattempo il Vaticano l’ha mollato e lui ha replicato: «E’ il Paradiso di ricchi e potenti». Su Internet è recuperabile una sua videointervista del 19 dicembre che fa capire quale fosse l’umore verso le gerarchie: «La Chiesa dà più peso al diritto canonico che al Vangelo». Ritorno a «casa»

È stata una giornata di preghiera e discorsi quella di don Gelmini: domenica scorsa è tornato nella comunità di Molinio Silla, dopo un periodo in Costa Rica e Bolivia.

«Retrocesso» a laico

La scorsa settimana è stato ridotto allo stato laicale dal Papa, che ha accolto una sua richiesta, motivata dal desiderio di potersi difendere meglio nell’inchiesta.

La Stampa - 5 Marzo



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Se Non Cambi Sparisci

Sono trascorsi poco più di quaranta giorni dalla caduta di Romano Prodi e poco meno di quaranta ne mancano all’elezione del successore, e niente più è come prima. Come se tutto fosse stato soffiato via dalla rabbia orgogliosa di Prodi e di Clemente Mastella, il giorno della fine, e come se il corpo di Nuccio Cusumano - sopraffatto dagli insulti di Nino Strano e dagli sputi di Tommaso Barbato - fosse un Caravaggio, il San Giovanni della Seconda repubblica. Sembrava soltanto l’epilogo di un brutto governo, e invece era il Novecento italiano che svaporava con vent’anni di ritardo. La nostra politica, un mese e mezzo dopo, la guardi in faccia e non la riconosci più. La falce e il martello, attaccati ai simboli di Rifondazione e Pdci come blasoni sull’uscio di un casato in decadenza, sono scomparsi nottetempo. E anche quell’aggettivo - comunista - va a dare forse un quarto di nobiltà a formazioni di risulta. I quattro partiti della Sinistra si sono federati e si chiamano Arcobaleno. E così la Fiamma resisterà magari nel petto di Francesco Storace, ora che deve rivedere il marchio della Destra bocciato al Viminale, ma quella vera, della discendenza diretta, si è andata a spegnere dentro il Popolo delle Libertà. La nuova regola è cambi o sparisci. Guardate i radicali, che si dimenano dietro al loro Grande Capo Bianco per decidere se sciogliersi dentro al Partito democratico oppure liquefarsi al di fuori; il partito fondato da Mario Pannunzio comunque termina qui. Il partito di Filippo Turati, quello socialista, dopo quindici anni di agonia ha deciso di affrontare in solitaria l’ultima corsa, superando i livori e ricomponendo la diaspora, ma gli sbarramenti - quattro per cento alla Camera e otto per cento su base regionale al Senato - sono ghigliottine. Sono morte le coalizioni a causa di una legge elettorale le cui conseguenze erano sfuggite anche a chi la volle. Rimangono strane aggregazioni obbligate ed eterogenee e, appunto, piccoli fieri ed elegiaci che in gran parte porgono il collo alla lama. Non è solamente questione di sigle, ma di facce. I grandissimi rompitasche della Seconda repubblica, i Franco Turgliatto, i Fernando Rossi, i Sergio De Gregorio, tutto il drappello dei senatori esteri, i Lamberto Dini con contorno di Manzione e Bordon, sbiadiscono nell’intruppamento, o boccheggiano ai margini. Quando ci sono rivoluzioni, si strappano dai muri le effigie, e se ce n’è una che meglio raffigura la stagione passata, quella dei nani estorsori e ribaltonisti, appartiene a Mastella; tutti gli altri hanno avuto asilo o pensionamento, a lui sono state riservate umiliazione ed esilio. Va da solo, col suo brutto acronimo, Udeur, abbandonato dagli amici e ricacciato dagli alleati di una volta o dell’altra, a cercarsi un malinconico epilogo. Si è trascinato con sé una generazione di mammasantissima. Prodi e i suoi ministri più illustri hanno lasciato o dovuto lasciare il campo. Il premier amministra svogliatamente l’ordinario, muto e rancoroso per avere battuto due volte Silvio Berlusconi e per essere stato due volte abbattuto dai suoi. Giuliano Amato, che fu braccio destro di Bettino Craxi, torna agli studi. Tommaso Padoa Schioppa attende prestigiose chiamate internazionali. Vincenzo Visco si eclissa con la sua maschera vampiresca. Francesco Rutelli va a svernare al Campidoglio. A loro si affiancano certi capibastone di altre storie, Ciriaco De Mita che si reinventa con Pier Ferdinando Casini, Franco Marini di nuovo in lista ma col sapore dell’ultimo omaggio, Luciano Violante che abbandona il Parlamento prima di Giulio Andreotti, Armando Cossutta a scrivere memorie. Rimane una campagna elettorale strana, schizofrenica, più guerreggiata dentro le linee che fuori. I giudizi più spietati Enrico Boselli li indirizza a Fausto Bertinotti, Bertinotti a Walter Veltroni, Berlusconi a Casini, Casini a Fini, e a Fini li spedisce pure Storace. Fra i due rivali, Veltroni e Berlusconi, rimane un fair play a intermittenza, e intorno è guerra civile: se non si è coalizzati, ci si deve strappare il pane di bocca. Rimane, ecco, Berlusconi. Candidato a Palazzo Chigi per la quinta volta, ma è un Berlusconi nuovo, serenamente pessimista non sul risultato delle elezioni ma su quello che lo attende dopo, che promette sacrifici anziché prati in fiore, che annuncia di essere all’ultimo giro, che conserva un’idea di superlongevità esclusa però dal recinto della politica, che applica a sé l’aggettivo innominabile, «vecchio». Che, probabilmente, sogna di concludere con una legislatura da anziano saggio e pacificatore. E dall’altra parte c’è Veltroni, identico a sé stesso, carezzevole e rassicurante con chiunque, ma non con chi gli si para davanti, sprezzante con De Mita («è capolista dagli albori del Parlamento», ha detto ancora ieri), dolcemente spietato con un tratto di biro a cancellare dalle liste questo o quello; non è un ingenuo come me, ha ripetuto Massimo D’Alema. Tutto questo in quarantatré giorni esatti, dalla caduta di Prodi a oggi. Chi lo avrebbe supposto - nelle ore in cui si affettava mortadella sui banchi del Senato, e si brindava a pessimo prosecco, a ballare o a piangere, ma sulla stessa barca - che l’orchestrina stava cambiando spartito?

La Stampa - 6 Marzo



 

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