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3 aprile 2008

Video: Tutti al Voto Vol.1

 Oggi su www.siderurgikatv.ilcannocchiale.it:

Video: Tutti al Voto Part.1

Satira Murale: Quesiti

Fumetto: Collage103 di Claudio Parentela

Curiosità: Sudafrica - video choc

Scatti

Video Inchieste: La voce del popolo, I-Talian del Brasile, Filef - Cara Moglie

Videoclip: Oscar Peterson Trio - A Gal In Gallico (1958), Oscar Peterson Trio Live at Newport, Nat King Cole Oscar Peterson Trio & Coleman Hawkins - Sw

Video dal Mondo: Kathmandu Nepal

Reportage

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SATIRA MURALE

Quesiti

Il senatore ex An Gustavo Selva, famoso per aver utilizzato un'ambulanza per raggiungere degli studi tv, ha promosso sul suo blog un quesito: "Mi devo ricandidare?". Oltre il 90% ha risposto "no".

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Curiosità

Sudafrica - video choc

Ragazzi bianchi che urinano in una minestra che poi fanno bere con la forza a cinque lavoratori neri. Tutto sarebbe avvenuto all'università Free State di Bloemfontein, dove i ragazzi studiano. Gli autori del video sono stati espulsi dall'istituto.

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VIDEO-INCHIESTE

 

La voce del popolo

50 anni di emigrazione italiana in Australia, raccontati da Giovanni Sgrò

a cura di Giovanni Sgrò

 

 

 

 

I-Talian del Brasile

Film documentario di Roberto Torelli e Rodolfo Ricci prodotto dalla FILEF (2003)

Un quadro delle comunità italiane negli stati del sud del Brasile

 

 

 

 

Filef - Cara Moglie

Film che ripercorre con un misto di fiction e documentari originali, la presenza migratoria italiana (abruzzese in particolare) nei Paesi di lingua tedesca (Svizzera e Germania) attraverso le lettere inviate dagli emigranti alle proprie famiglie.

 

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VIDEOCLIP

 

Oscar Peterson Trio - A Gal In Gallico (1958)

Oscar Peterson Trio Live at Newport

Nat King Cole Oscar Peterson Trio & Coleman Hawkins - Sw



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VIDEO DAL MONDO

 

Kathmandu - Nepal

 

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REPORTAGE


 



Manganelli e arresti nel primo giorno dell’era Medvedev  

INVIATOINIZIO: EMANOV A MOSCA

Scontri nel centro di Mosca, qualche ferito leggero, decine di fermi. Il giorno dopo la schiacciante vittoria di Dmitri Medvedev (70,23% contro il 17,77 del comunista Ziuganov, il 9,27% dell’ultranazionalista Zhirinovskij e l’1,29 del semisconoisciuto Bogdanov, secondo dati non ancora ufficiali) Altra Russia - la coalizione di opposizione guidata dall’ex campione di scacchi Garry Kasparov - scende in piazza per protestare contro «la farsa elettorale», il trasferimento di poteri da Putin al suo delfino attraverso elezioni delle quali gli osservatori del Consiglio d’Europa - unici occidentali presenti dopo la polemica rinuncia dell’Osce - hanno messo in dubbio la libertà e la correttezza.

La manifestazione non era stata autorizzata, e centinaia di Omon, gli agenti antisommossa, hanno circondano le poche centinaia di dimostranti raccolti sulla piazza Turghenevskaja. La polizia ha giocato d’anticipo, bloccandola coi blindati fin dalle prime ore del pomeriggio e controllando alcune uscite della metropolitana, dove ha fermato i primi dimostranti. Poi, le cariche: molti manifestanti sono stati trascinati per decine di metri e fatti salire a forza sui furgoni della polizia, mentre si levavano grida di «fascisti» all’indirizzo degli agenti. Fra i fermati, Lev Ponomariov, capo di una Ong per la difesa dei diritti dell’uomo, due dirigenti di Altra Russia Marina Litvinovic e Denis Belunov, il leader dell’Unione delle forze di destra Nikita Belykh e numerosi attivisti del disciolto partito nazionalbolscevico di Eduard Limonov. Nessun divieto invece per i «Nashi», i giovani filo Putin che hanno festeggiato la vittoria di Medvedev lungo la Moscova, nella cetralissima piazza Pushkin e davanti all’ambasciata Usa, oltre che in altre 40 città. Intorno a loro neanche un agente. Kasparov e Limonov hanno scelto invece Pietroburgo, dove le autorità della città natale di Putin e Medvedev hanno autorizzato la manifestazione e non ci sono stati incidenti. «Le vostre elezioni sono state una farsa», è stato lo slogan più citato dai 2000 manifestanti. Se gli sconfitti denunciano brogli gli osservatori del Consiglio d’Europa - pur non mettendo in discussione la legittimità del nuovo presidente - sostengono che «il potenziale democratico non è stato realizzzato pienamente», e che «i dirigenti russi non hanno tenuto presente alcuna delle nostre preoccupazioni», in particolare sulla registrazione dei candidati indipendenti che «mette in dubbio la libertà di queste elezioni».

In attesa dell’insediamento al Cremlino, previsto il 7 maggio, Medvedev lavorerà alla formazione del nuovo governo, che sarà guidato dal presidente uscente come Putin ha confermato ieri. «E’ un compito molto difficile che richiede tempo. Lavorerò insieme a Putin», ha detto il neopresidente, che nel frattempo continuerà a svolgere le funzioni di primo vice premier dell’esecutivo uscente e di presidente di Gazprom, il colosso energetico impegnato in un braccio di ferro con il governo ucraino. Ieri Putin ha convocato il suo «delfino» al Cremlino per fargli le congratulazioni ufficiali e parlargli con un tono che fa capire chi è che continua a comandare: «Prepareremo insieme le strutture del nuovo esecutivo, come era nei nostri patti». Infatti la domanda che tutti si pongono, non soltanto a Mosca, è quali saranno i rapporti di potere fra il Cremlino, sede della presidenza, e la Casa Bianca sulle rive della Moscova, dove a maggio si trasferirà Putin. Medvedev ha ribadito che seguirà le linee di Putin, ma ha aggiunto che la politica estera «è prerogativa del presidente». Anche se intende proseguire una politica estera «indipendente come quella degli ultimi otto anni», il tono dovrebbe cambiare: Medvedev ha mostrato atteggiamenti più concilianti con l’Occidente rispetto a quelli di Putin.

La Stampa - 4 marzo



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Corona fa il pieno con i soldi falsi

«Che i vip tremino». Fabrizio Corona lo aveva detto quattro giorni fa, lanciando una minaccia, tanto generica quanto sinistra, dopo il rinvio a giudizio per estorsione firmato dal gup milanese Enrico Manzi. Aveva fatto intendere che ne avrebbe avuto per tutti, disegnando un futuro in gattabuia per le celebrity del Belpaese. Ma a finire dietro le sbarre, con l’accusa di spaccio di denaro falso, è stato proprio lui, il re dei paparazzi, che all’alba di ieri mattina ha rifilato un biglietto da cento al benzinaio dell’area di servizio di Badia Al Pino, nel tratto aretino dell’Autosole (lo stesso dove è morto il tifoso laziale Gabriele Sandri). Corona ha fatto il pieno alla Bentley nera sulla quale viaggiava e piazzata la banconota è ripartito verso Orvieto. Erano da poco trascorse le sei quando il benzinaio, accortosi dell’inganno, ha dato l’allarme, segnalando il raggiro alla Polizia stradale. «Sfregando tra le dita la banconota mi sono accorto subito che era falsa. Ho chiamato a voce alta il conducente dell’auto che però è ripartito a tutta velocità», ha spiegato il benzinaio. Che poi ha spiegato: «Sono riuscito a prendere il numero di targa che ho dato alla polizia». Il bolide nero è stato fermato dopo un breve inseguimento, a pochi metri dal casello autostradale di Orvieto. Una scena all’Arsenio Lupin, con tanto di banconote false lanciate dal finestrino, conclusasi con l’arresto dei tre occupanti. Insieme a Corona sono finiti nel carcere orvietano di San Pietro due suoi conoscenti, B.T., 25 anni, originario di Udine, alla guida dell’auto, e il fiorentino F.F., 23 anni, seduto accanto al posto guida. Da ieri pomeriggio i tre sono dunque reclusi in una delle 27 celle dell’istituto di pena nel centro storico di Orvieto. Corona si è mostrato disteso, controllato e impassibile. «E’ tranquillo e sereno» hanno detto tanto il comandante della Polstrada ternana Francesco Falciola e Stefano Spagnolo, dirigente della sezione di Orvieto, che hanno trovato 1700 euro falsi, comprese le banconote disperse lungo l’autostrada poi recuperate, e il biglietto dato al benzinaio. Perquisita anche l’abitazione milanese del fotografo: la polizia ha trovato denaro falso per duemila euro e una pistola di piccolo calibro, posta sotto sequestro. Dal canto suo, il legale di Corona, l’avvocato Giuseppe Strano Tagliareni, commenta: «Sono pagamenti di altre persone che abbiamo già individuato. Inezie per la posizione del mio assistito».

L'ultima fine del patacca non è ancora questa. Però i patacca sono così, tirano la corda. Lui l’ha sempre capito: «Alla fine credo di essere un povero bullo colpevole solo di fare un mestiere del cavolo». Tra gli epitaffi che potrebbe lasciare ai posteri di se stesso, in un futuro il più lontano possibile (of course), questo forse è uno dei più azzeccati, quasi una desinenza della vita. L’ha detta davvero una cosa così Fabrizio Corona, uno di quei giorni che s’è concesso ai giornalisti come fanno quelli che appena li vedono arrivare da lontano cominciano a pensare: un branco di pirla, vediamo che cosa ci si guadagna. E’ figlio di giornalista, e di uno che fu un buon giornalista pure, e il mestiere lo conosce. E’ un po’ come il suo, magari un po’ più border line, fra i confini dell’impegno e quelli delle regole, dentro a un perimetro dove non sempre è così semplice capire il potere che hai e il male che fai. Fabrizio Corona ha fatto il fotografo. Ma c’era una rivista negli Anni Settanta, «Op», che in fondo, sul versante politico, faceva quasi le stesse cose che ha inventato lui oggi, sul fronte della tv e del gossip. E’ che il mondo da allora è cambiato. Quel direttore non ha fatto una bella fine. Pure Corona è lì che caracolla nei pasticci.

Se uno li mettesse in fila tutti i suoi guai, finirebbe per non trovare neanche più una porta, perché si stanno accumulando così tanto da non lasciare intravedere nessuna uscita. E a dire il vero non è cominciato tutto con Vallettopoli e il 12 marzo del 2007 quando lo arrestarono. Tirava un’aria brutta già prima, i giorni che giravano un mucchio di voci e lui confessava ai giornalisti che «un tempo ero più sensibile. Ora sono diventato cinico, purtroppo». Povero figlio. Diceva: «Le persone che fotografiamo per me sono fonte di guadagno e basta. Fingono d’arrabbiarsi, ma sanno che dovranno preoccuparsi quando non lo faremo più». Come dargli torto. Andavano a cercarlo nei luminosi stanzoni dell’agenzia Coronas, viale Monza a Milano, con lui che appena li vedeva pensava «toh, uno del branco», e si preparava a sparare cavolate. Al quinto piano l’agente Lele Mora, al secondo lui. Una scrivania smisurata nel suo ufficio, con decine di post-it appiccicati, televisori al plasma e gigantografia del forziere di Paperon de Paperoni. 34 anni, alto e bello, sposato con Nina Moric, un business che sembrava perfetto per i suoi tempi, un mucchio di soldi da fare. Dov’era l’errore? Vallettopoli l’ha portato in carcere. Ma non è stato quello il punto più basso. La polvere la sta mangiando oggi, che non capisce quello che gli capita, che vede la discesa e continua a rotolare. Ottanta giorni di carcere e quando uscì si definì «ostaggio dello Stato» e «vittima di quel talebano di Woodcock». Ma disse anche che il successo gli sembrava precipitato addosso: «Prima ero il marito di Nina Moric, ora sono io, Fabrizio Corona. La gente mi chiama, mi ama, mi adora». Lo fermavano per strada chiedendogli gli autografi. E facevano la coda per offrirgli ingaggi. «Sono il prodotto di questa Italia. Mi danno 12 mila euro per una serata in discoteca. E c’è la fila». Aveva ragione. Agli arresti domiciliari, si esibiva al balcone in canottiera, coda di cavallo e occhiali scuri. Senza mutande, perché le aveva gettate dalla finestra ai fans che strillavano e applaudivano. Nacque un fumetto online di satira gossip con la sua immagine, Vipering. Un libro, «La mia prigione», gli procurò un’altra barca di soldi. E poi ancora nuove entrate insperate: «Un milione e mezzo d’euro l’anno. Oggi guadagno questo», confessò. Alcuni suoi tifosi aprirono un sito, dicendo di lui: «E’ il più grande mito mai partorito dalla tv italiana. Per noi giovani è un modello inarrivabile al quale ispirarci». Poco dopo, il 25 ottobre 2007, ammainavano bandiera: «Ci è giunta segnalazione che il nostro grande eroe non gradisce affatto questo sito e quindi dato che non vogliamo offendere il nostro idolo, chiediamo scusa e lo chiudiamo». Forse il boss non ci aveva visto un guadagno. Chi se ne frega dei complimenti senza quibus. Poi, in mezzo alla telenovela con Nina Moric (si lasciano o non si lasciano?), cominciò la discesa. La brutta figura con le gemelle Cappa («Non lo vogliamo», dissero), il 13 novembre il ritiro della patente e l’11 gennaio 2008 il ritiro della macchina: la guidava senza patente. E ieri, forse il punto più basso, i soldi falsi. I rinvii a giudizio, altri processi per i conti. «Il prodotto di questa Italia», come si era definito lui in un momento di baldanza, sta facendo la brutta fine che rischia di fare la casa madre se non si dà una regolata in tempo. In fondo, si può sempre prendere esempio da chiunque. Anche da un patacca.

La Stampa - 4 Marzo



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La banca applica il contratto: troppe assenze

o appena trent’anni, sono iscritta alla Facoltà di Lingue: ho diritto a una vita più normale possibile, voglio lavorare, stare in mezzo alla gente, avere un ruolo e una funzione sociale. Non posso ridurmi a fare l’invalida pensionata». Roberta B. è una giovane donna che da quando aveva dodici anni lotta contro una grave malattia ed è riuscita a ottenere l’indipendenza, scegliendo di stare da sola, a Milano dopo il liceo, lasciando a Campobasso la sicurezza della famiglia, madre contadina e padre operaio in pensione. Ora però rischia di perdere il mondo che si è faticosamente costruita: dopo sei interventi fra meningiomi da togliere, un’emorragia cerebrale, l’asportazione di una parte del cranio, l’innesto di una protesi e due radio-chirurgie, ha accumulato al 26 febbraio 15 mesi di assenza per motivi di salute in 4 anni. La banca per cui lavora, Carige, può licenziarla, secondo un contratto nazionale diventato più restrittivo, dagli Anni Novanta, per combattere l’assenteismo, come sottolineano i sindacalisti del Cub-Sallca, ma penalizzante nei confronti di casi eccezionali come questo.

E se proprio ieri, grazie appunto alla lunga e appassionata battaglia sindacale, è arrivato l’annuncio della riammissione in ufficio, dopo l’idoneità certificata dal Dipartimento di Medicina del Lavoro dell’ospedale genovese di San Martino, il problema non è affatto risolto. D’ora in avanti, a Roberta per curarsi resta solo la possibilità dell’aspettativa non retribuita, 8 mesi in tutto, e ad ogni assenza si ripresenterà lo spauracchio del licenziamento. Roberta è una bella ragazza con il capo rasato e coperto di cicatrici nascosto da un foulard allegro in tinta con il completo fucsia corrisponde alla vivacità del suo spirito. Gli occhi sono azzurri e sgranati dietro le lenti, ma da uno la giovane non vede più, dall’altro le restano cinque diottrie: sono gli esiti dell’asportazione dei meningiomi formatisi nel corso degli anni. E’ nell’89 che si manifestano i seri problemi alla vista provocati dal primo meningioma. Viene operata a Napoli, poi in seguito al Niguarda. Nel 2001 è assunta come invalida civile in un’agenzia della Banca Carige con un contratto di primo livello di terza area per 1.350 euro al mese. Nel 2004 le viene riconosciuta un’invalidità del 100% con abilità al lavoro. L’agenzia dove ora è addetta al retro-sportello è in corso Vittorio Emanuele. «Mi occupo del pagamento di fatture e bollette» dice. «Ma non le hanno nemmeno fatto avere uno schermo ingranditore, che pure viene fornito dalla Asl» fanno notare gli esponenti dei sindacati, Angelo Pedrini e Davide Cervi. Pedrini chiede che la banca «con un piccolo sforzo mantenga il salario alla lavoratrice che altrimenti non può vivere e che non la licenzi pur potendolo fare. Non credo che Carige andrebbe in rovina. Altre aziende hanno soprasseduto al diritto di licenziare». In fondo, come fa notare Cervi, «l’utile di Carige è aumentato del 108% dal 2002 al 2006, con previsioni di 300 milioni di euro entro il 2010 e questo anche grazie al lavoro dei dipendenti». «Facciamo appello soprattutto alla Fondazione, che finanzia molte realtà assistenziali e benefiche - dicono i rappresentanti sindacali -. Come si può restare indifferenti davanti a un caso come questo?». E ricordano come lo stesso presidente dell’istituto bancario, Giovanni Berneschi, si attribuisca il merito di non aver mai licenziato nessuno. Roberta, da oggi dovrebbe riprendere le sue mansioni. La notizia è arrivata dall’azienda proprio mentre la giovane impiegata e i rappresentanti sindacali raccontavano la vicenda, dopo la visita medica al San Martino. Il capo del personale, Sergio Donegà, ha annunciato la decisione di reintegrare l’impiegata, data l’idoneità certificata dai sanitari. «Sono soddisfatta - dice Roberta - ma aspetto di verificare che quanto mi è stato promesso venga mantenuto».

La Stampa - 4 Marzo



 

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